Recensione non politically correct dell’apertura della Micat in Vertice

Chi fosse abituato a leggere gli articoli di Quattroequaranta sa perfettamente in che modo mi piace parlare di musica classica. Preferisco usare un linguaggio semplice, per essere il più possibile comprensibile, e per quanto mi piaccia essere irriverente mi mantengo (quasi) sempre nel politically correct. Questa volta non sarà così.

Ieri, giovedì 22 novembre (giorno di Santa Cecilia, patrona della musica), la stagione concertistica dell’Accademia Chigiana ha dato il via a una serie di concerti che ci accompagnerà fino a maggio. La Micat in Vertice è giunta alla 96esima edizione, e vuole imporsi come un punto di riferimento nella realtà cittadina.

Palazzo Chigi – Saracini, sede dell’Accademia Chigiana

Sorprendentemente, questa volta mi hanno dato la possibilità di scegliere un posto, così ho optato per il mio posto preferito: un palchetto nel terzo ordine alla destra del palcoscenico, in modo da poter vedere le mani del pianista e l’orchestra nel suo insieme. Mentre mi sistemavo e chiacchieravo con il mio accompagnatore davo un’occhiata, come faccio sempre, al pubblico. L’età media era ovviamente alta, ma mi sono stupita e rallegrata di vedere molti volti giovani. Questa allegria è stata smorzata nel giro di mezz’ora, come vi spiegherò più avanti.

Il programma

Il programma prevedeva Aroura di Iannis Xenakis (1971), il Concerto n. 4 per pianoforte e orchestra (1805-1806) e la Sinfonia n. 3 in mi bemolle maggiore “Eroica” (1803) di Ludwig van Beethoven (ho parlato della sinfonia qui). Originariamente il pianista doveva essere Alexander Romanovsky, ma in seguito a un infortunio non ha potuto esibirsi ed èstato sostituito da Roberto Cominati, del quale ho avuto l’onore di ascoltare l’integrale delle opere per pianoforte di Ravel. Altra protagonista era l’Orchestra Giovanile Italiana, diretta da Luciano Acocella. Bene, la parte tecnica è finita.

Omero sul palco dei Rozzi

Il concerto si è aperto con Aroura, brano di musica contemporanea che, come ogni brano del genere, ha lasciato sconcertati. L’apparente mancanza di ordine e disciplina nasconde diversi temi, riconoscibilissimi a un orecchio allenato, che passano senza soluzione di continuità da una sezione all’altra. Il risultato è un’atmosfera primordiale, onirica, che scava a fondo nella parte irrazionale della psiche tirando fuori incubi, sogni, sensazioni e istinti. Il titolo si traduce, parafrasando Omero, con “Terra”. Potrei linkarvi il brano su YouTube, come faccio di solito, ma non darebbe l’idea di quello che abbiamo provato in quel preciso istante.

Luciano Acocella (foto Roberto Testi)

La perfetta fusione di due parti

Cominati conferma di essere un grandissimo artista con la sua esecuzione del Concerto n. 4 per pianoforte e orchestra: la rigidità ancora classica della composizione si trasforma sotto le suggestioni romantiche inserite dal pianista, evidentissime nella cadenza del primo movimento. Per la prima volta però ho prestato più attenzione all’orchestra che al solista: entrambi i protagonisti in verità si fondevano l’uno con l’altro, cosa che ho sperimentato poche volte nella mia (seppur breve) esperienza di concerti. Questo indica non solo la bravura di Cominati nel prendersi il suo spazio senza soffocare l’orchestra, ma anche la maestria di questi nel riempire il volume sonoro lasciando spazio al solista. Un dialogo assolutamente aperto e costruttivo che ha raggiunto il suo apice nel terzo movimento, dove persino nei momenti di tutti si riuscivano a sentire, staccate e fuse insieme, tutte le sezioni.

Roberto Cominati (foto Roberto Testi)

Ascesa, caduta e apoteosi

L’orchestra si è presa poi il suo momento di gloria con l’esecuzione della Sinfonia n.3 “Eroica”. Acocella ha diretto a memoria, cosa che mi lascia sempre piena di ammirazione perché dirigere senza partitura è un’impresa ardua, che testimonia quanto quel brano sia insito nel direttore. Acocella ha fatto sua questa sinfonia e anche i giovani orchestrali si sono interamente calati nella musica, facendosi portavoce del messaggio dietro l’Eroica: ascesa, caduta e apoteosi di un eroe.

L’Orchestra Giovanile Italiana

Uno tra i peggiori pubblici che ho sperimentato

Quello che non si è affatto calato nella musica è il pubblico. Capisco che molti non siano in grado di apprezzare la musica contemporanea, ad esempio, ma tutti sono capaci di rispettare il lavoro altrui e stare in silenzio durante un’esecuzione. Ieri ho capito che ciò non è affatto così scontato: il chiacchiericcio era alto e fastidiosissimo, tant’è che per un momento ho pensato che fosse parte integrante di Aroura. Ingenuamente credevo che venisse risparmiato almeno Beethoven, essendo più nelle corde di un pubblico composto anche da neofiti. Invece il rumore di fondo è solo diminuito di intensità; in compenso sono arrivate le suonerie dei cellulari, l’audio di una storia su Instagram, gli schermi dei suddetti accesi qui e là anche per interi movimenti. E le chiacchiere, le porte dei palchetti che sbattevano, le sedie spostate, le bottiglie che si accartocciavano e le caramelle scartate. Per un attimo avrei voluto essere come l’amico che mi ha accompagnata, neofita, completamente assorto dalla musica tanto da non accorgersi di nient’altro.

Ho sempre detto che la musica classica deve essere alla portata di tutti e continuerò a ripeterlo. Quello che vorrei che venisse compreso è che un concerto non è nient’altro che un rituale. Non è un’occasione mondana dove ti vesti per bene e ti fai vedere dai vicini di casa e dalle autorità, né qualcosa di cui vantarsi in seguito pensando che ci renda più colti e più interessanti. Non ha senso andare a teatro a sentire un’orchestra e poi essere attenti in maniera discontinua; è uno spreco di tempo, soldi, e dà un enorme fastidio a chi invece si siede accanto a te con l’intenzione di farsi avvolgere dalla musica. Si va a teatro per far parte di un rito, per essere l’ascoltatore senza il quale la musica non può esistere. Se si vuole fare conversazione si va in piazza del Campo: è vero, fa freddo e i mattoni non sono comodi quanto le poltrone, ma non interromperete questa cerimonia. Perciò è vero che la musica classica deve essere alla portata di tutti, ma coloro che non sono in grado di portare rispetto e stare attenti, o quanto meno in silenzio, per due ore e mezza (due ore e mezza con diverse pause) dovrebbero pensarci su due volte, prima di assistere a una cosa del genere.


Federica Pisacane.

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