La tecnologia a servizio dei migranti… ma non solo.

Di questi tempi i piani alti dell’Unione Europea sembrano essere molto impegnati ad affrontare il problema ormai arcinoto dell’emergenza migranti. Fioccano vertici straordinari e appelli da parte di esponenti di spicco – come quello del Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker di circa un mese fa o quello congiunto di François Hollande e Angela Merkel dello scorso 7 ottobre –  e, per quanto riguarda i provvedimenti pratici, solo qualche settimana fa è stato approvato il piano di redistribuzione dei migranti che arrivano sulle coste del Mediterraneo. Ma non solo, sempre la settimana scorsa lo stesso Juncker ha dato l’annuncio della redazione di un memorandum di collaborazione tra Unione Europea  e Turchia per l’apertura di sei nuovi centri di accoglienza sul territorio di quest’ultima, finanziati con fondi europei. Nonostante gli annunci e i primi passi concreti la sensazione è che però si sia ancora molto lontani dall’aver preso la giusta strada per arrivare ad una soluzione effettiva.

Dalle trecento vittime al largo di Lampedusa dell’ottobre 2013 all’immagine-emblema di Aylan, il bambino siriano annegato davanti alla spiaggia di Bodrum all’inizio del mese scorso, sono passati due anni: due anni di naufragi fotografati con due “sole” istantanee, che però nascondono cifre esorbitanti purtroppo destinate ad aumentare. Questo perché le traversate del mare rappresentano ancora la principale e disperata soluzione per chi è in fuga, alla ricerca della sopravvivenza, e lo sanno bene coloro che si trovano in prima linea negli interventi di soccorso.

In questo senso la Rete e la tecnologia in generale è per loro e ovviamente per gli stessi migranti di fondamentale aiuto. Lo spiega chiaramente Daniele Biella, giornalista che si occupa di migrazioni e cooperazione internazionale, intervenuto nella giornata domenica 11 Ottobre durante uno dei panel organizzati all’interno dell’Internet Festival a Pisa, quando racconta la storia di  Nawal Soufi.

Nawal è una ragazza italo-marocchina che, spiega Biella, negli ultimi due anni e mezzo ha ricevuto e continua ininterrottamente a ricevere chiamate di SOS. A chiamarla sono gli stessi migranti in mare, che in condizioni di difficoltà, sanno di trovare in lei un primo punto di riferimento, ancor prima della guardia costiera. Nawal non solo mette in contatto chi è in pericolo con chi di dovere, ma Internet festivalsempre a diffondere sul web ogni messaggio, ogni chiamata ricevuta (questa la sua pagina fb). In questo modo le informazioni sono a disposizione di tutti, e di conseguenza si amplia la rete di attivisti che ogni giorno prestano il loro servizio in modo assolutamente volontario.  Nawal, ormai conosciuta tra i migranti come Lady SOS,  condivide la sua esperienza con Don Mussie Zerai, sacerdote eritreo fondatore e presidente di Agenzia Habeshia, agenzia non-profit che si occupa di richiedenti asilo, rifugiati ed altri beneficiari di protezione internazionale.  Anche il suo cellulare non smette mai di squillare: una volta stabilito il contatto – racconta –  chi è in mare mi dà le coordinate via GPS della sua posizione, in modo tale che io possa comunicarlo alla guardia costiera».

Se i contatti tramite social network e l’utilizzo di cellulari satellitari sono essenziali in qualità di strumenti di primo intervento e  soccorso, lo sono anche per chi, dall’altra parte, organizza i viaggi della speranza all’origine di innumerevoli tragedie del mare. Giampaolo Musumeci, altro giornalista freelance intervenuto durante il panel, nel suo lavoro ha avuto occasione di conoscere il modo in cui funzionano quelle che lui stesso non esita a definire delle vere e proprie agenzie di viaggio. I trafficanti sono perfettamente in grado di utilizzare le nuove tecnologie digitali: Facebook, ad esempio, è uno tra i mezzi di comunicazione più efficace. Pensiamo a noi stessi: cosa facciamo quando cerchiamo qualcosa o abbiamo bisogno di informazioni? Ormai in modo praticamente automatico cerchiamo su Facebook. Così come lo facciamo noi, lo fanno praticamente tutti: il social network ideato da Zuckerberg è talmente diffuso che si può dire abbia omologato il comportamento di ognuno di noi, ai quattro angoli del globo. I trafficanti del mare – spiega Musumeci – non fanno altro che sfruttare quella che per loro è un’occasione di guadagno, si parla di milioni di euro guadagnati per ogni viaggio. Salto sulla sedia quando sento parlare di proposte che prevedono il bombardamento delle carrette del mare: queste infatti il più delle volte non sono altro che imbarcazioni rubate ai pescatori, e al timone non troviamo pericolosi criminali, ma altri disperati che hanno la sola “fortuna” di saper guidare una nave in modo da poter fare la traversata gratis. Provvedimenti di questo tipo possono solo contribuire a mietere nuove vittime, ma di certo non intaccano i vertici delle organizzazioni.

Su una cosa più che su altre Biella, Musumeci e Don Mussie Zerai sono d’accordo: l’utilizzo della tecnologia, dei social network e del web in generale sono utilissimi e ormai imprescindibili sia da un lato che dall’altro del Mediterraneo e continueranno ad esserlo nel futuro prossimo per entrambe le parti. Questo perché le traversate non diminuiranno né tantomeno verranno interrotte nel breve periodo: le organizzazioni criminali non fanno altro che rispondere a una domanda esistente che segue le più elementari teorie economiche; di Internet festival 2conseguenza, i migranti e gli attivisti volontari, così come tutti coloro che in un modo o nell’altro sono coinvolti nei soccorsi continueranno ad utilizzare la Rete come strumento di richiesta e di offerta di intervento.

Ciò che serve è una presa di posizione più forte e più incisiva da parte europea e istituzionale in genere, che vada oltre gli appelli troppo spesso aleatori e che non preveda misure solo per quanto riguarda centri di accoglienza e identificazione o le quote di redistribuzione. All’enorme flusso di denaro nero che va a gonfiare le tasche dei trafficanti si somma quello speso dalle istituzioni europee, che negli ultimi anni si è concretizzato frequentemente in soluzioni incoerenti e dall’esito incerto se non controproducente. A questo proposito Musumeci è chiarissimo: erigere muri e ogni altro genere di barriera difensiva non fa altro che rendere più felici i trafficanti; se le tratte da percorrere si allungano, aumentano anche le tariffe – spiega in modo lapidario.

Don Mussie Zerai ha in mente proposte differenti che non ha esitato a far presenti alle stesse autorità europee. Servono innanzitutto investimenti negli stati limitrofi a quelli da cui partono profughi e migranti in genere: è qui che devono trovare condizioni di vita dignitose in modo tale che siano spinti a rimanere, invece di proseguire il loro viaggio. È inoltre necessario iniziare a pensare seriamente ad aprire canali legali, sia navali che aerei, affinché ai profughi in fuga venga assicurato di poter viaggiare in sicurezza.

L’auspicio più grande è che queste proposte vengano veramente ascoltate e messe in atto una volta per tutte: il lavoro di soccorritori e attivisti è in questo senso prezioso per chi ha la facoltà di poter prendere delle decisioni, ma anche per la stessa opinione pubblica che grazie alla Rete ha a disposizione una fonte di informazione eccezionale per capire dinamiche spesso presentate in modo contorto e controverso.

In questo preciso momento si sta facendo la Storia con la S maiuscola – conclude Biella – se l’Europa non darà una risposta convincente sarà il futuro a farlo, una volta che avremo letto e veramente compreso le pagine che oggi tutti noi stiamo scrivendo.

 

Alice Masoni

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