Il sessismo nella lingua italiana: perché dobbiamo parlarne

Il sessismo nella lingua italiana linguaggio di genere

La risposta è semplice e complessa allo stesso tempo. Continuare a brancolare tra le parole non ci insegnerà ad usarle. Pensare che le parole siano sfere di gomma che colpiscono senza far male, leggère per chi le lancia come per chi le riceve, è un errore che si riversa sull’immagine collettiva della nostra società.
Parlare di linguaggio inclusivo nella cornice del politicamente corretto, della censura: è proprio così, o c’è dell’altro?


C’erano una volta gli stereotipi di genere che ci sono ancora

L’inclusività linguistica non è un argomento nato per noia dalla generazione Z e nemmeno una storiella inventata da quattro radical chic indie. In Italia, il linguaggio inclusivo è stato- e continua ad essere- una delle rivendicazioni principali del femminismo e della parità fra generi.  Lo chiariva già negli anni Ottanta Alma Sabatini, insegnante e linguista, incaricata dalla Commissione per la Pari opportunità di scrivere delle linee guida sull’utilizzo della lingua italiana in un’ottica di inclusività e rispetto dei generi. Dall’impegno di Alma Sabatini e la spinta avanguardista della Commissione, nel 1986 viene pubblicato il sessismo nella lingua italiana, volume diviso in tre parti, che analizza il carattere patriarcale del linguaggio mediatico e degli annunci di lavoro, con l’ultima sezione dedicata agli stratagemmi sintattici per un uso più inclusivo della lingua.
Già Alma Sabatini rifletteva su una stortura linguistica che continua a persistere oggi: la resistenza nel declinare al femminile professioni storicamente esercitate da uomini. Continuiamo a parlare di sindaco, direttore, calciatore, anche quando tutte queste attività vengono svolte da una donna.



L’impegno istituzionale oggi per il linguaggio inclusivo

Ma proprio perché l’evidenza sociale ci mostra come ancora sia difficile concepire la legittimità del linguaggio inclusivo, nel 2018 il MIUR, con il coordinamento dell’insegnante Cecilia Robustelli, ha voluto pubblicare delle nuove linee guida, definendole come “Linee Guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo”. La riflessione di entrambi i volumi ha punti di partenza diversi, ma promuove lo stesso obiettivo:

Superare queste resistenze e favorire un uso corretto del genere, perché è innanzitutto attraverso il linguaggio che noi esseri umani rappresentiamo la realtà in cui viviamo”, come ha ribadito la Ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli nella prefazione.


Linguaggio inclusivo? Non ce n’è bisogno, grazie!


La critica di chi si oppone a questo sforzo linguistico è sempre la stessa: “ci sono cose ben più importanti a cui pensare per promuovere la parità di genere, altro che queste polemiche”. Ma mentre il linguaggio rotea in un vortice di sessismi lasciati in vita dalla nostra negligenza, ci dimentichiamo che le parole sono fondamentali per rappresentare la società e l’immagine collettiva che ne abbiamo. Possiamo fare finta di nulla e chiamare una donna come avvocato e non avvocata. Possiamo accettare quei titoli di giornali che esaltano i successi professionali di una donna rispetto al ruolo di madre. O magari, possiamo ripensare un uso del linguaggio che veicoli un’immagine della donna meno stereotipata e più paritaria.
In più, non dimentichiamo che la declinazione femminile dei nomi, salvo forme equivalenti per entrambi i generi, è una regola della grammatica italiana, non fuffa.

Non si tratta di supremazia del femminismo, ma di parità di genere.
E la parità di genere, dobbiamo innanzitutto imparare a nominarla.


Lo schwa, l’uso del linguaggio si rinnova: promuovere l’inclusione giocando con le parole

Un linguaggio sessista genera un’esternalità negativa non solo sul genere femminile, ma anche sulle identità fluide che il linguaggio nel suo uso consolidato non rappresenta. Oggi, Si parla molto di schwa quando si fa riferimento al linguaggio inclusivo per le identità non binarie. Ma cosa è esattamente quella “e” capovolta, dal suono afono?

Lo schwa o scevà fa parte del linguaggio fonetico internazionale (International phonetic alphabet) e deriva dall’ebraico shèwa, ovvero niente. Infatti, se per pronunciare le vocali si deve muovere la bocca, per pronunciare lo schwa la bocca rimane rilassata, a riposo. Pensare che il suono di gola prodotto dallo schwa sia estraneo al parlare comune, è in realtà un pensiero sbagliato. I dialetti italiani ricamano la loro caratterizzazione su tessuti di vocali finali non pronunciate, come nel napoletano.

Lo schwa è una spinta di pancia, estranea agli ambienti accademici -che anzi, spesso se ne dissociano- per ricordarsi di tutte quelle persone che linguisticamente non si sentono rappresentate né dal maschile, né dal femminile. Contrariamente a ciò che hanno affermato molti gruppi femministi, lo schwa non vuole annullare il femminile, appiattirlo dietro un genere neutro, dopo già l’esperienza avuta con il maschile sovra esteso. Lo schwa vuole aggiungere un tassello in più alla lingua, senza togliere voce a nessuno.


Non è tutto oro ciò che luccica

Certo. Rimangono alcuni difetti dello schwa: declinare gli articoli davanti ai nomi; è difficile da pronunciare; è estraneo all’alfabeto italiano e non si trova sulla maggior parte delle tastiere. Vedere solo i suoi lati positivi significherebbe soltanto ostentazione e ipocrisia. Ma come scrive la linguista Vera Gheno nel suo ultimo libro Le ragioni del dubbio. L’arte di usare le parole <<Con lo schwa si gioca, si può giocare, senza troppa paura e anche senza troppo pretese>>. L’importante è ricordarsi il suo valore e la causa che promuove, per far sì che l’inclusività linguistica si riversi in un’inclusività sociale che tarda ad arrivare.

Ilenia Costa

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