“Stoner”: storia di un uomo mediocre

Avete presente quando, durante la lettura di un libro, incappate in un bel passaggio? Una vivida descrizione, una frase particolarmente riuscita? E vi capita mai di desiderare che quelle parole non vi abbandonino mai? Qualcuno potrebbe prendere la matita e sottolinearle, altri potrebbero fare una piega all’angolo della pagina, altri potrebbero prendere un appunto da qualche parte. D’altronde, ad ogni lettore le sue abitudini.

Ecco, Stoner è stato uno dei pochi libri per cui non ho sentito questo desiderio mai. Questo romanzo di John Edward Williams (1922-1994) vede la prima edizione negli Stati Uniti d’America nel 1965, ma giunge in Europa solo alle porte del nuovo millennio (in Italia nel 2012), dando vita al “the Stoner phenomenon”, un successo in copie vendute e in recensioni appassionate.

William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte nel 1956. Così l’autore presenta Stoner nelle prime righe del romanzo ed è fondamentalmente quello che di lui mi rimane alla fine della lettura, racchiuso qui, nell’incipit.

Le misere origini, una carriera accademica a volte problematica, un matrimonio infelice e una figlia sventurata, un amore clandestino destinato a finire, la malattia e la morte: un’esistenza in linea retta. Stoner è un inetto che si adegua costantemente alle decisioni degli altri, Katherine Driscoll è un’amante quasi onirica, Grace è una figlia salvifica solo in tenera età e Edith, la moglie isterica le cui folli esternazioni mi hanno pur causato una qualche simpatia, non ha alcun ruolo rilevante nella trama.

La scrittura di Williams è indubbiamente lodevole, come molti recensori hanno affermato, ma, sicuramente per esigenze artistiche d’accordo con la trama, è sempre piana e lineare. Non emoziona. Una lettura rilassante da fine giornata, ma che non ti costringe a fare le due di notte con la sveglia alle sei.

A dire il vero, scrivo questa recensione con amarezza: pensavo di sfogliare uno dei capolavori della mia epoca e mi sono ritrovata delusa. Non cerco sempre un messaggio in quello che leggo, non per forza voglio sentir parlare di storie straordinarie. L’arte è bella anche così, senza una ragione. Tuttavia, proprio non ce la faccio a dire, per solo piglio intellettuale, che questo libro mi è piaciuto. Esercito, dunque, il diritto di esprimere un parere da comune lettore, e non da docente esperto di letteratura contemporanea. E se, come diceva qualcuno, “l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale”, in fondo ci piace che i libri, anche con personaggi ordinari, ci portino altrove, dove per un po’ dimentichiamo che anche noi siamo schifosamente normali.

Un ringraziamento a Roberto, che mi ha donato questo libro con la speranza (disattesa!) che lo amassi anche io.

Federica Rana

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