A Ciambra, un film sul neorealismo di Jonas Carpignano.

Un film potente, uno sguardo ad una realtà sociale e alla natura umana

Nuda e cruda è la realtà nella periferia di Gioia Tauro, la Ciambra, il piccolo ghetto rom in Calabria dove vive Pio. Un bambino dagli occhi scuri, profondi e vuoti. È così che si diventa quando si vive dove moralità e giustizia sono concetti totalmente estranei agli abitanti della comunità.

Gli occhi di Pio non fanno da filtro tra l’ambiente che lo circonda e noi spettatori. Non v’è posto per l’ingenuità, l’innocenza e la purezza. Sono testimoni diretti di una quotidianità e di regole che si fondano sul sottrarre agli altri per sopravvivere. Per dimostrare di essere grandi e forti abbastanza.

È consentito rubare ai comuni cittadini ma è severamente proibito farlo ai membri della ‘ndrangheta.

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La regia

Jonas Carpignano è un regista italoamericano che aveva già riscosso un discreto successo con il precedente Mediterranea, un film del 2015 su un uomo che lascia il Burkina Faso per scappare cladestinamente in Italia. Sono serviti anni per realizzare tutto il lavoro di documentazione in A Ciambra. Carpignano ha frequentato per molto tempo gli zingari che abitano nel ghetto prima di ottenere il loro consenso per iniziare le riprese. Martin Scorsese, produttore del film, l’ha definito “bello e commovente che entra così intimamente nel mondo dei suoi personaggi che hai la sensazione di vivere con loro”.

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Quello di Carpignano è un film che genera rabbia.

Un risentimento che si rivela pietà, nell’accezione positiva e negativa, perché Pio non è altro che una vittima. Martire del sistema malsano in cui è cresciuto. Non ha paura di morire ma ha la fobia dei treni e degli spazi chiusi, serrati come la mentalità della Ciambra.

La colonna sonora è composta da poche canzoni perché le vere musiche sono i rumori dei passi quando Pio corre dopo un furto. Quando scavalca una rete o un cancello per fuggire dai Carabinieri.

Il suono dei soldi tirati fuori dalle tasche di Pio per darli alla nonna, quelli ottenuti dal contrabbando. La baraonda proveniente dalle baracche, animate dalle famiglie che, tra bottiglie di vino e sigarette, si godono una vita tanto incomprensibile quanto incredibilmente semplice.

Il rumore delle macchine quando vengono scassinate. Il rumore dei motorini che sfrecciano veloci alla ricerca di 100, 200, 300, 400€. Il rumore dei nostri pensieri alla vista di tanta ingiustizia.

Perfetta è la canzone finale che va a smuovere il caos di emozioni sedimentatesi nello spettatore lungo i 117 minuti di un film che vale davvero la pena vedere.

M. Calestrini

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