Una stanza tutta per me: racconto di una doppia fuorisede

Sono seduta al bar vicino casa di mia nonna. Radio Italia sta passando Possibili scenari di Cremonini; la canticchio sottovoce mentre piego distrattamente uno scontrino. Mio fratello apre bocca per dire qualcosa ma non lo fa; mio nonno, anche volesse, non può parlare. Dalla porta aperta entrano il rumore degli zoccoli dei cavalli in fila e dei camion che attraversano il paese dirigendosi verso la costiera. C’è pace, una lenta pace che riempie le orecchie e ottenebra la mente; è impossibile pensare a qualcosa di complesso. Piego il muso della gru di carta e mi ricordo di avere davanti una tazza di caffè ormai freddo; lo bevo d’un fiato e prendo un sorso dal bicchiere d’acqua. Uno dei due vecchi che giocano a scopa al tavolo accanto impreca mentre mio cugino, seduto lì accanto, rimane immobile. Siamo tutti immobili, incapaci di muoverci o dire qualsiasi cosa di diverso da frasi di circostanza, convenevoli, auguri di Natale in ritardo. Le mie orecchie si sono ormai abituate al dialetto e riesco a comprendere bene o male ogni parola; ricordo lo smarrimento provato nell’aeroporto di Napoli, appena atterrata da Vienna, e la difficoltà nel comunicare con la mia famiglia. Inglese/tedesco, poi napoletano, poi italiano. Tutto si mescolava e rimanevo qualche minuto in più a cercare la parola giusta o chiedevo sottovoce a mamma il significato di un termine che avevo dimenticato. Ma adesso non ci sono sovrapposizioni linguistiche, tutto mi è chiaro e anzi, l’italiano lo parlo sempre meno. Quando tornerò a Siena avrò ancora qualche strascico e poi la mia lingua si riabituerà al più neutro toscano, tornerò ad aspirare le c e a non raddoppiare le labiali.

Tutto rimane immobile mentre poso la gru accanto al bicchiere di plastica. Mio fratello mi dice qualcosa e io sorrido sovrappensiero. Mi concentro sulla mattonella dipinta appesa appena sopra la mia testa, osservo il suo disegno quasi infantile, rozzo nella sua semplicità. Entra il vicino di casa di mia nonna ma io non lo riconosco e lui nemmeno si fa riconoscere, pensando che io riesca a ricordarmi di lui in mezzo alla miriade di volti che conoscono i miei genitori o i miei nonni. Mi devo alzare e scusarmi per non averlo riconosciuto, lo devo salutare e devo rispondere “bene” al suo “comm staj?”. “Chest’ è ‘o necessario” mi risponde e la conversazione finisce lì. È una conversazione molto semplice ma d’altronde non poteva essere che così.

Sento salirmi lo spleen; lo dico a mio fratello e mi suggerisce di andare in giro con un taccuino per segnarmi questi appunti e rielaborarli in “qualcosa di figo o una cagata”. Gli dico che avrei bisogno di due ore intere di silenzio, senza interruzioni, per riuscire a tirare giù due righe. Queste due ore si sono ridotte già a una in questo preciso momento; è diventato impossibile per me scrivere o anche solo pensare in un ambiente pieno di distrazioni e ultimamente ho tanto da scrivere e soprattutto tanto da leggere. Ma non ci riesco. Virginia Woolf diceva che per scrivere serve una stanza tutta per sé ma non posso averla, non ora e non qui. Mi chiedo se anche gli altri sperimentino una cosa del genere quando tornano a casa dalle loro famiglie, ma poi mi viene in mente che loro tornano a casa propria per le vacanze, mentre io mi sposto due volte: per tornare a Grosseto, e per venire qua. Le vacanze in famiglia diventano una cosa allargata in un posto dove ho radici solo ideali, non fisiche: qui non ho fatto le scuole, non ho amici da ritrovare dopo un semestre a Siena. Non ho una stanza tutta per me dove poter impiegare due ore a scrivere qualcosa. Sono una doppia fuorisede, praticamente,

Mi rendo conto che la canzone è cambiata: Stavo pensando a te di Fabri Fibra. Accartoccio la gru e la getto in un cestino. Ne farò un’altra, forse.


Federica Pisacane.

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