Donne e videogames: una realtà in continua crescita

Penultima domenica di marzo: tra Coronavirus e Università la situazione è critica. Ho dunque pensato di onorare il mese dedicato all’universo femminile a modo mio. Parlando, cioè, di Donne, ma anche di videogames. Questa volta però non voglio proporvi qualche videogioco con protagonista donna o fare una top ten delle donne meglio rappresentate nel mondo videoludico.

Desidero fare un viaggio attraverso cosa significa essere una gamer e come questo sia cambiato negli ultimi anni. Questo articolo vuole essere una sorta di analisi ma prima di tutto un racconto (e in parte uno sfogo), di chi si è trovata a crescere nel mondo dei videogiochi come donna. Di chi è partita da una ragazzina inesperta che non trovava amici coi quali condividere quella passione e di chi, infine, è arrivata a scrivere di videogiochi per questa redazione. Perché?


DONNE ALLA CONSOLLE: UNA MINORANZA

A quant pare, appartengo ad una categoria che già dagli anni novanta viene considerata una minoranza e, almeno in termini numerici, effettivamente all’epoca lo era.

Nel mondo dei videogiochi noi donne eravamo ancora poche e probabilmente più di una volta si è dovuto lottare contro il pregiudizio che non fossimo brave abbastanza per giocare ai videogiochi, o non fossimo coraggiose abbastanza da affrontare giochi definiti più violenti.

In quel campo di battaglia che è il periodo scolastico che va dalle medie alla fine del liceo, probabilmente molte di noi si sono ritrovate a essere messe da parte sia dal genere femminile che quello maschile.

Nel primo caso perché non potevamo condividere la nostra passione con altre e non volevamo parlare solo di fidanzati e trucchi. Nel secondo caso, perché i maschietti erano ancora estremamente cauti all’idea di condividere con noi quel tipo di hobby. Ci guardavano con circospezione e un occhio di riguardo.

E, almeno per me, è stato inizialmente faticoso farsi spazio in un ambito prettamente maschile e che spesso ha fatto fatica ad aprire le sue porte.

Alcune delle figure iconiche di personaggi femminili nei Videogiochi

GAMER GIRLS O GAMERS?

Recenti studi tuttavia hanno mostrato che il gender gap tra maschi e femmine all’interno del settore è arrivato ad essere quasi nullo e, fin dal 2010, le donne costituiscono quasi metà dell’intera fetta di giocatori.

Il sessismo, la rappresentazione stereotipata della donna e la bassa percentuale di personaggi femminili nei videogiochi stessi sono, tuttavia, rimaste più o meno uguali, con qualche rara eccezione.

Con l’aumentare del consumo di videogiochi è iniziato ad uscire fuori il termine “gamer girl”. Inizialmente usato dalle ragazze stesse per autodefinirsi, è diventato un modo piuttosto controproducente per rappresentarsi, se non addirittura offensivo.

Il mio scarso affetto per questa coppia di termini è il motivo per il quale preferisco usare gamer in maniera neutra: mi piace vedere i videogiocatori come un unico grande “popolo” e il carattere sempre più ridicolo dell’etichetta di “gamer girl” mi ha sempre fatto desistere dal provare ad utilizzarla a mia volta. Ma il quadro che si presenta oggi, rispetto a una ventina di anni addietro, non è necessariamente più roseo – per quanto in continuo cambiamento.


DONNE E VIDEOGAMES OGGI

La percentuale di donne nei videogames varia ovviamente da piattaforma a piattaforma: per computer sono circa lo stesso numero degli uomini, per poi ridursi drasticamente con le consolle. Nel tempo, per la crescita dell’importanza del settore a livello mondiale e per le opportunità lavorative che questo offre, l’industria videoludica ha aperto le porte a sempre nuovi eventi, e-sports e opportunità internazionali.

In alcuni casi vengono offerte borse di studio specificatamente dedicate alle donne per posizioni all’interno di tirocini. Ma anche, talvolta, attività formative e posizioni di lavoro nel mondo del coding, della modellazione 3D e altre attività legate alla produzione di giochi.

A prescindere da come si possa interpretare questa opportunità, è un pallidissimo tentativo di registrare il fatto che per le donne è estremamente più difficile entrare nel settore rispetto agli uomini. Questo sta iniziando a cambiare in paesi come gli USA. Blizzard e Ubisoft hanno iniziato una campagna di assunzione femminile nei propri studi e opportunità lavorative.

In Italia, dove già il settore soffre di suo per via di una radicata considerazione dei videogiochi come una perdita di tempo o qualcosa di “non serio abbastanza da essere un lavoro”, questi numeri scendono a dir poco drasticamente. 

Sull’argomento sono stati aperti numerosi dibattiti, argomenti e studi. Le motivazioni dietro una reticenza che persiste ancora nel 2020 sono tante e sicuramente non potranno essere ampiamente trattate in questo mio articolo.


STEREOTIPI DI GENERE

Molti hanno individuato come causa della scarsa presenza femminile agli stereotipi che continuano ad apparire nei videogiochi. Questi spesso raffigurano le donne spesso in maniera denigratoria se non del tutto sciocca o stolta: le classiche figure femminili dei giochi orientali, per esempio.

Altre figure che sono al polo apposto, come la famosa Lara Croft dell’omologa serie, spesso non offrono sufficiente appeal nelle menti delle giovanissime videogiocatrici che crescono. Ed anche nella scena competitiva i numeri sono tremendamente bassi e spesso visti come una rarità.

Nomi come “Scarlett” (Sasha Hostyn), che è conosciuta per essere una delle migliori giocatrici di StarCraft II nonché l’unica a sconfiggere singolarmente tutti i top-player Koreani. O ancora “Sheever” (Jorien Van Der Heijden) che è conosciuta nel mondo di Dota 2 come giocatrice, streamer e caster, sono eccezioni. E vengono viste in quanto tali.

Donne e Videogames: "Sheever" come giocatrice emblema del suo settore.
“Sheever” all’International di Dota 2, evento E-Sport che si tiene ad Agosto.

 MY LIFE AS GAMER

Personalmente, ritengo che in questi ultimi dieci anni ci sia stata una maggiore apertura, almeno da quello che ho potuto sperimentare. Ho finalmente una bellissima comunità di amici con i quali gioco regolarmente. Ho persino conosciuto l’amore grazie alla passione per uno stesso gioco (anche se lo zampino ce lo ha messo il nostro precedente Capo-Redattore. Grazie Andrea!).

Ho trovato altre ragazze come me. Ho condiviso con loro questa grande passione: senza doverla più giustificare, senza le occhiate di sdegno che c’erano in periodo scolastico. Certo, tra i banchi del Liceo le novità entrano molto più lentamente. Probabilmente, quel clima che trovai a quattordici anni esiste ancora oggi.

Me lo fanno pensare una serie di articoli e studi che mi trovano tutt’altro che concorde. Come questa discussione, nata da uno studio americano e norvegese, che ancora vuole sottolineare come i videogiochi siano controproduttivi per le social skills delle donne. Non per gli uomini, però.

Suppongo ci si debba accontentare dei piccoli passi. Perchè non siamo più la palla al piede che non sa neanche cosa sia un videogioco. Non ci includono più per dovere, magari con un sospiro di sufficienza.

Non c’è più l’ottica di giocare per loro, ma con loro. Costruire insieme, nella vita di tutti i giorni, i videogiochi come qualsiasi altra passione che si voglia coltivare in compagnia, con le persone che si amano e con i propri amici.

Questo è un risultato che ho sentito personalmente e che ha cambiato molto nella mia vita. Non solo: credo anche quella di molte altre ragazze che, come me, hanno dovuto faticare un po’ di più per essere accettate.

Perchè siamo brave anche noi. Coraggiose in ugual modo e capaci: in grado di gestire tanto un gioco violento quanto uno meno forte, senza per questo dare l’idea di avere meno social skills degli altri, o di avere bisogno di protezione o sufficienza.

Non ci credete? 1vs1 Mid, allora.


Adria Necula

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