La Quinta sinfonia di Mahler: un’epifania ai Rinnovati

Raramente mi sono seduta in platea durante un concerto. Il mio posto preferito è nel secondo, al massimo terzo ordine di palchi sulla sinistra, in modo da poter osservare tutto il palcoscenico, vedere le mani dei musicisti e le loro espressioni. Da lassù posso anche osservare il pubblico e tenermi a distanza dall’inevitabile chiacchiericcio, dai commenti e dagli onnipresenti cellulari. Questa volta mi sono seduta in platea, in mezzo alla folla.

Ovviamente dietro di me doveva esserci il classico trio di grandi esperti di musica che, a voce altissima, si lamentavano delle solite cose. Ascoltavo con crescente irritazione i loro discorsi pretenziosi sul gran numero di persone presenti, sull’orribile e fastidiosa presenza dei giovani, sul fiasco assoluto che era stato il concerto di apertura della Micat in Vertice. La mia irritazione ha raggiunto il picco quando hanno messo in dubbio la buona riuscita dell’esecuzione della Quinta sinfonia di Mahler. L’orchestra è composta da giovani, e per questo sbaglieranno, dicevano. Sono questi gli atteggiamenti che io non tollero, questo continuo innalzarsi a persone superiori solo perché si ha la fortuna di poter assistere a concerti di musica classica, questo pontificare snob su quanto la musica classica sia elitaria e perfetta e oh!, guardatemi, sono a un concerto di musica classica, devo per forza essere un’entità superiore e bla bla bla.Sono stata sul punto di voltarmi e dire loro di fare silenzio o dire cose più costruttive, quando le luci si sono abbassate.

L’importanza della Quinta sinfonia

La Quinta sinfonia di Mahler è il brano che preferisco in assoluto, quello che ascolterei sempre senza mai stancarmi. Contiene in sé qualsiasi stato d’animo, è ascoltabile in qualunque momento della vita e ogni volta ha sempre qualcosa di nuovo da dire. Sono anni che desidero scrivere qualcosa su questo brano ma non ne ho mai il coraggio, perché ha un’importanza talmente grande per me che ho paura di sminuirlo. Perciò potete immaginare la mia eccitazione nello stare seduta nella poltrona ad aspettare che entrasse l’orchestra.

La Dartmouth Symphony Orchestra

Un’orchestra di studenti

I musicisti erano membri dell’Orchestra Toscana dei Conservatori e della Dartmouth Symphony Orchestra: studenti giovani e giovanissimi che hanno avuto il coraggio (e la bravura) di affrontare una grande sfida, suonare questa sinfonia che è ostica persino per i più grandi. Quando sono entrati sul palco erano visibilmente emozionati e io ero entusiasta per loro. I tre alle mie spalle hanno dovuto ovviamente aprire bocca con un acido: “beh, e che è, l’orchestra della Scala, che si prendono tutti questi applausi?”. Io mi sarei alzata in piedi a rendere loro omaggio, altro che applauso.

L’Orchestra Toscana dei Conservatori

La catarsi

Mi è assolutamente impossibile scrivere una recensione organica del concerto: sono ancora frastornata e nella mia mente ci sono solo sensazioni e non frasi secche con cui descriverle. Il primo movimento non è stato perfetto ma posso immaginare il motivo: non è per niente semplice, e si vedeva dai loro volti che avevano bisogno di un po’ di tempo per riscaldarsi. Pure, la potenza della musica mi ha colpita e lasciata senza fiato. Questo movimento ha su di me un effetto catartico; ieri in particolare, uscita da uno dei miei soliti attacchi depressivi, ne avevo particolarmente bisogno. Ogni strascico dell’attacco mi ha abbandonata, lasciando il posto a una serafica pace.

Allegra decadenza

Ho adorato lo Scherzo, la sua allegra giocosità, simile a una danza; e d’altronde la Quinta sinfonia è stata composta nel 1903, durante la Belle Époque e lo Jugendstil, in quel clima di gioiosa decadenza dove si sa che il mondo sta per finire ma si continua a danzare. Mi sono innamorata del suono del corno, del pizzicato quasi in tempo di valzer che mi ha trascinata in un turbinio di ricordi e immagini. Mi sono sentita confortata dalla presenza della musica, come se niente di male potesse accadermi di nuovo; i miei nervi, orrendamente mutilati dai continui attacchi, si stavano distendendo.


Manifesto di Franz von Stuck per l’ottava sécession di Monaco (1897), ascrivibile allo Jugendstil.

Come qualsiasi arte decadente, questo movimento puntava a sostituirsi alla realtà e a superarla in quanto troppo orrenda e priva di significato. In fondo però siamo noi a dare un significato alle cose: alla fine, anche questa sinfonia è solo un cumulo di note disposte ordinatamente su un rigo musicale. Sono io che gli sto dando il mio personale significato. Verso la fine il valzer diventa più agitato: la fine è vicina ma possiamo ancora salvarci.

Suggestioni manniane

Giacché la bellezza, o mio Fedro, solo essa è degna d’amore e visibile allo stesso tempo. Essa è – notalo bene! – la sola forma dello spirito che si possa percepire con i sensi e che i sensi siano in grado di sopportare.

Thomas Mann, La morte a Venezia

Il quarto movimento mi ha portato sull’orlo delle lacrime. La bellezza era davanti a me e potevo vederla e soprattutto ascoltarla, e mi stava attraversando. Questo movimento è famoso per essere la colonna sonora scelta da Luchino Visconti per l’ultima scena di Morte a Venezia, tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Mann. Anche con questo ho un legame particolare: l’ho studiato per un corso all’università e me ne sono innamorata. Ogni tanto mi rileggo qualche pagina per ricordarmi che esistono delle cose meravigliose in questo mondo e che sono fortunata a poterle conoscere e studiare. Ed è durante l’ascolto di questo movimento che ho avuto una vera e propria epifania. Improvvisamente ho capito cosa devo fare in futuro, cosa sono stata e cosa sarò; la mia mente ha finalmente trovato pace. È una pace temporanea? Può darsi.

Una scena da Morte a Venezia

Alter ego

Il rondò finale mi ha riportato alla realtà, ma già sentivo di non essere più la stessa persona che era entrata in teatro quasi un’ora prima. Gli orchestrali hanno retto benissimo l’ultima parte, dimostrando di essere dei veri e propri talenti e di non avere niente da invidiare ai più grandi: con enorme determinazione hanno portato la sinfonia fino in fondo, meritandosi l’ovazione e gli applausi del pubblico (sì, anche dei tre criticoni dietro di me). Applausi che sono durati complessivamente dieci minuti abbondanti; il direttore, Filippo Ciabatti, ci ha annunciato il bis: l’Ouverture del Candide di Bernstein (1956), un’esplosione incontrollata di allegria giovanile. Sono uscita dal teatro dei Rinnovati sentendomi ubriaca e con la consapevolezza che non avrei mai più potuto ascoltare qualcosa– qualsiasi cosa – in vita mia.

La vera democrazia

Io non posso far altro che ringraziare le due orchestre per avermi permesso di realizzare un sogno. Faccio loro i miei più sinceri complimenti e gli auguri per le loro carriere che, già lo so, saranno brillanti. E voglio ringraziare anche l’Istituto Superiore di Studi Musicali “Rinaldo Franci” per aver permesso alla comunità senese di assistere a questo concerto gratuitamente. Questa è la vera democrazia della musica classica, questo è il vero spirito di comunità che dovrebbe portare. Mi auguro che molte altre realtà, non solo sul territorio, seguano l’esempio. La musica classica può rinascere solo se smette di essere elitaria.


Federica Pisacane.

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