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LA RATTA (Günter Grass)

È sicuramente un compito arduo parlare di un romanzo così complesso, variegato e stratificato qual è “La Ratta”, il cui autore, Günter Grass, scomparso appena pochi giorni fa è stato definito non a caso dal suo collega H. M. Enzensberger “un rompiscatole, un pescecane nello stagno delle sardine, un solitario selvaggio nella nostra letteratura addomesticata”.

La lettura di questo romanzo è un’esperienza molto diversa da quella che si sperimenta generalmente con la normale letteratura: leggere “La ratta” significa per molti versi dover “lottare” con l’opera stessa, vuol dire rincorrere la storia e i suoi personaggi che sembrano sfuggire di continuo ed esibirsi in danze folli e del tutto disorganiche; vuol dire scavarsi da sé con sudore i “cunicoli” per raggiungere le verità profonde che la voce dello scrittore cela -lasciando una scia- dietro le sue personalissime giravolte. È un romanzo, ma è anche un’allegoria, un ammasso di sogni, una storia mista a poesie; è tutto questo e molto di più.

Nell’opera si affastellano una serie di strani, “alternativi”, stralunati personaggi, alcuni dei quali noti a chi già conosce l’autore e facilmente resi familiari anche per chi invece (come me) si approccia a lui per la prima volta, inseriti in atmosfere che possiamo individuare come tanti sogni (e dimensioni) differenti che finiscono per intrecciarsi indissolubilmente.

Ogni sogno è una sorta di tentativo di fuga verso la speranza da parte dello scrittore/voce narrante, che all’inizio dell’opera dichiara di essersi fatto regalare per Natale una ratta come animale di compagnia.  Proprio sul dialogo tra lui e la Ratta, presenza costante nei suoi deliri onirici, si fonderà tutto il romanzo, alternandosi tra la volontà combattiva dell’autore che non vuole rinunciare alla propria speranza nei confronti dell’umanità, e la Ratta che invece, intersecando la sua voce e le sue immagini a quelle onirico/fantastiche che rincorre il protagonista, vuole mostrargli come l’umanità sia già giunta alla sua fine senza nemmeno accorgersene, e che i ratti, da sempre pur così odiati e bistrattati, sono stati gli unici compagni fedeli dell’uomo durante tutta la sua esistenza sulla terra; una sorta di amore/odio li ha sempre accomunati, e così sarà sino alla fine dei tempi. Fine prospettata dalla Ratta come già compiuta: l’era post-umana e post-atomica è già giunta, e solo la sua razza è sopravvissuta. Gli uomini, sordi ad ogni avvertimento più o meno palese dei ratti stessi, emissari della natura e dell’umanità contemporaneamente, non sono stati in grado di preservarsi da se stessi, e hanno portato a compimento da soli il proprio destino.

Attraverso i “Grimmfratelli” e i loro bizzarri personaggi delle fiabe che in un bosco ormai totalmente distrutto dalla mano dell’uomo al grido di “Fiabe al potere!” cercano di riottenere il loro ruolo perduto, un cargo pieno di cinque donne pronte a esplorare il Baltico in cerca di meduse canterine (oltre che la fantomatica città di Vineta), un onesto pittore “falsario” e uno strano regista dalla nonna cento settenne, la matassa del romanzo si avvolge e si intreccia fino a catapultarci completamente in questo mondo da sogno eppure spaventosamente concreto, comico-grottesco eppure tragico, dal quale in fondo forse, non si riesce mai più a riemergere.

Sarà davvero irreversibile questo processo di auto-distruzione? Le profetiche parole nel finale della Ratta sembrano non lasciarci scampo, in un senso di sospeso e di amaro in bocca insieme, ma in fondo ognuno di noi, insieme all’autore, non può rinunciare al bagliore di speranza che un altro futuro sia possibile.

 

 

 

“Ma forse le cose stanno così: la fine c’è già stata. Noi non esistiamo più. Facciamo solo finta di vivere, un riflesso, un’agitazione nervosa che al più presto si calmerà del tutto.”

 

Günter Grass  (Danzica, 16 ottobre 1927-Lubecca,13 Aprile 2015) è stato uno scrittore, poeta, saggista, drammaturgo e scultore tedesco, insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1999. “La ratta” (1986) insieme a “Il tamburo di latta” (1959) e “Gatto e topo”(1961) è una delle sue opere più famose.

 

Oggi la nostra rubrica sui libri festeggia la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, ecco il nostro articolo.

 

Rossella Miccichè

Mariana Palladino

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