Grandi mondi, grandi scrittrici: il fantastico da (ri)scoprire

Il mondo letterario non è maschilista, così dicono. Avete notato? Basta spulciare rapidamente qualsiasi classifica di settore per vederlo con i vostri occhi; in questo momento, sei dei dieci libri più venduti su Amazon sono scritti da donne! Basta girovagare per una qualsiasi libreria di paese per ritrovarsi inondati dai gialli di Agatha Christie, copie su copie del maghetto della simpaticissima J. K. Rowling, per non parlare di Jane Austen, Elena Ferrante, Dacia Maraini…


Allora mi chiedo, perché è così difficile trovare nomi di scrittrici nei manuali di letteratura che ci hanno accompagnato per tutte le superiori? Oltre a Virgina Woolf e alla sopra citata Maraini (quando la corsa alla chiusura del programma lo permetteva), vi vengono in mente altri nomi? Oriana Fallaci, per caso? Grazia Deledda? Oppure Simone de Beauvoir?


Il mondo letterario è maschilista. Punto. E la narrativa di genere lo è ancora di più, bisogna ammetterlo.
In questo articolo apriremo una porta verso tre mondi straordinari, nati dalle menti delle più grandi e influenti scrittrici della nostra storia.

L’incredibile modernità di Mary Shelley

Cominciamo con qualcosa di facile. Alla fine, Frankenstein (1818) di Mary Shelley (Londra, 1797-1851) lo conoscono tutti, no? Non esattamente. Certo, è la storia di un cadavere riportato alla vita in un grande castello, con la fronte ampia e due viti sulla gola.


E se vi dicessi che all’interno della cultura pop ha avuto molta più risonanza il film Universal datato 1931 che non l’effettivo romanzo? Chi è cresciuto a pane e remake dei grandi classici dell’orrore, sfogliando quelle pagine, non si aspetterebbe mai di trovare una creatura straziata dalla solitudine, incapace di essere apprezzata a causa del suo aspetto disumano, rinnegata persino dal suo stesso creatore. Una creatura che diventa mostro violento nel momento in cui capisce che non le è permesso amare. Una creatura che non sarebbe mai voluta nascere.

«Tu devi creare per me una femmina (…) Tu solo puoi fare una cosa simile, e io te la chiedo come un diritto che non puoi rifiutarmi. (…) Sono perfido perché sono infelice; non sono forse evitato e odiato da tutta l’umanità? (…) Dovrei forse rispettare l’uomo che mi disprezza?»

Forse alcuni nostri lettori non lo sapranno, ma Frankenstein ha un titolo alternativo molto suggestivo: “Il nuovo Prometeo”. In effetti, il capolavoro della Shelley sembra a tratti un romanzo fantascientifico: fino a che punto la scienza può spingersi? Se tramite il suo utilizzo riuscissi a ricreare la vita, potrei definirmi un dio?


Il romanzo finisce in modo tragico, come tutti ben sappiamo, dando una risposta decisamente chiara a quest’ultimo quesito: mai varcare i confini di Dio.
Come dirò almeno un altro paio di volte più avanti, fatevi questo regalo e correte alla libreria più vicina. Tra tetri castelli gotici, navi disperse per giganteschi ghiacciai e dialoghi che vi faranno riflettere per nottate intere, Frankenstein è un romanzo che andrebbe letto almeno una volta nella vita. Non fosse stato per Mary Shelley, probabilmente Dracula non avrebbe mai visto la luce (pessimo gioco di parole, me ne rendo conto).

Il legame tra Uomo e Natura secondo Ursula K. Le Guin

Quando ripensi a Terramare ti vengono i brividi. È inevitabile. Era il lontano 1968 quando Ursula K. Le Guin (1929-2018) scrisse “Il mago“, primo capitolo di una saga fantasy dedicata a Ged, un normalissimo ragazzo, che un giorno scopre di essere un mago e dovrà partire alla volta di una scuola-dormitorio per conoscere e imparare a usare i suoi poteri. Ricorda qualcosa di familiare?


Tutte le grandi storie influenzano generazioni di scrittori, e questa saga ha avuto quasi la stessa rilevanza delle opere di J. R. R. Tolkien. Il Signore degli Anelli ha avviato il filone del fantasy epico ricco di scontri tra armate colossali, ha generato indirettamente Dungeons and Dragons e centinaia di altre opere derivative, ma se in adolescenza avete letto di maghetti insicuri che cercano il loro posto nel mondo, di ragazzi che lottano disegnandosi rune sul corpo o persino di paladine che soverchiano oligarchie a colpi di arco e frecce, dovreste ringraziare Ursula K. Le Guin.


Il protagonista della storia, un ragazzino di nome Ged, conoscerà un mentore che gli donerà la più meravigliosa tra le possibilità: quella di sbagliare. Non è qualcosa di così scontato per il genere. Di solito si va un po’ fuoripista, ma alla fine il protagonista si rivela sempre essere degno del nome di prescelto e salva la baracca. In Terramare non ci sono prescelti, non ci sono strade corrette. Esiste l’ambizione, esiste la tenacia, esiste la volontà di rimediare ai propri sbagli. Nel primo libro il vero nemico della storia è Ged stesso, il suo atteggiamento nei confronti del suo orgoglio e della vita stessa. Opere del genere ti cambiano senza che te ne rendi conto, pagina dopo pagina.


Ma Ursula K. Le Guin non ci parla solamente del più intimo dei rapporti, quello con noi stessi, ma anche della nostra funzione nel mondo. I maghi di Terramare di rado utilizzano la propria magia, basata più sul mantenere un mistico equilibro terreno che non sul soddisfare i propri scopi. Ci parla di indottrinamento, del pericolo di seguire un percorso segnato da qualcun altro senza che ce ne rendiamo conto. Ci insegna ad accettare la morte, che bisogna viverla con una certa consapevolezza, senza temerla.


Di recente, la casa editrice Mondadori ha pubblicato una voluminosa edizione con tutte le opere e i racconti del Terramare. Se avete urgente bisogno di staccare dalla frenetica routine quotidiana e voleste immergervi in un arcipelago pacato ricco di piante rigogliose e antichi culti, io un pensierino ce lo farei.

Cosa manca a Fullmetal Alchemist?

Questa è la prima domanda che ogni lettore si pone una volta conclusa la lettura del fumetto di Hiromu Arakawa (classe 1973). Siamo (quasi) sempre stati abituati a qualche carenza, a quel personaggio poco approfondito, a quell’arco di storia che sarebbe stato meglio accorciare, a quella soluzione del conflitto un po’ lanciata a casaccio. Poi pensi a Fullmetal Alchemist, e non sai cosa rispondere. E forse capisci perché è reputato uno dei migliori manga per ragazzi degli ultimi vent’anni, opera di formazione insostituibile.

Notare un particolare elemento di decoro nello studio di Hiromu Arakawa.

Sulla carta sembra un guazzabuglio di generi e tematiche tra le più disparate, un immenso calderone dal quale sarebbe strano riuscire a tirare fuori qualcosa di decente.
La prima difficoltà sta nell’inquadrare un genere specifico: si tratta di un fumetto fantasy/steampunk/fantapolitico in cui esiste una sorta di magia basata sul principio chimico del “niente si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma” inframezzato da momenti comici e altri estremamente drammatici. Il risultato? Un universo tra i più affascinanti che si possano leggere.


Nel mondo nipponico il maschilismo è molto più presente che in occidente, e di manga per ragazzi (tra l’altro con protagonisti maschili) disegnati da mangaka donne non ce ne sono poi così tanti. Eppure i personaggi della Harakawa, nonostante il target adolescenziale, sono tra i più stratificati che il mondo del fumetto possa offrire. Di rado riuscirai a vedere scelte puramente etiche intraprese da parte dei nostri eroi o del tutto ingiustificabili percorse dal nemico. Complotti e tradimenti sono sempre dietro l’angolo, e anche i momenti più leggeri riescono a trovare il loro spazio.


Fullmetal alchemist è una di quelle opere che devono gran parte del loro successo, e la loro esistenza stessa, al giù citato Frankenstein: i nostri protagonisti giocano a fare Dio per riportare in vita la madre, finendo per perdere loro stessi, sia fisicamente che spiritualmente.


Hiromu Arakawa ha scritto il manga perfetto? Può darsi, ma se non ne foste sicuri vi invito, qualora siate a digiuno di fumetti, di dare una sbirciata all’adattamento animato “Fullmetal Alchemist: Brotherhood“. Chi è cresciuto negli anni duemila guardando MTV se lo ricorderà bene!

In conclusione

Le scrittrici non sono meno brave degli scrittori, sono solo più bistrattate.
Un libro è cultura, ma è anche un oggetto fisico: non abbiate paura di usarli per lapidare i vostri amici sessisti! (lo staff di uRadio prende le distanze da tali affermazioni).


Marco Sipione

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