“Il potere del cane”: la tossicità di un mondo mascolino agli sgoccioli

Il potere del cane (The Power of the Dog) è un film del 2021 scritto e diretto da Jane Campion, tratto dal romanzo omonimo del 1967 di Thomas Savage. Presenta un cast d’eccezione: Benedict Cumberbatch, Kirsten Durst, Jesse Plemons e Kodi Smith-McPhee ne sono gli interpreti principali. Oltre a ricevere numerose candidature al Golden Globe 2022, nel 2021 ha vinto il Leone d’argento, cioè il premio per la miglior regia, alla mostra di Venezia.

È un western?

Il film è ambientato in Montana, 1925: nonostante l’ambientazione pittoresca di cui si gode grazie a una splendida fotografia e al campo lungo spesso utilizzato dalla regista, non è inquadrabile come un classico western. Abbiamo sì dei caratteri generali del genere, come per esempio un cattivo, Phil Burbank, interpretato da un grande Cumberbatch; nessuno sparo però, come ci si potrebbe aspettare. Si tratta di un mondo western agli sgoccioli: la ferrovia e le macchine stanno prendendo il sopravvento e i valori del periodo stanno per essere cancellati dall’avvento di una nuova era.

I personaggi

Precisa scelta della regista è quella di sacrificare grandi azioni e colpi di scena eclatanti per inquadrare i personaggi nelle loro relazioni. Essi sono soli: così il fratello di Phil, George Burbank (Plemons), piange quando si trova assieme a Rose (Durst), futura moglie, perché “è così bello non essere più soli”. Phil si sentirà tradito nella sua intimità familiare e inizierà a perseguitare Rose, portandola verso l’alcolismo. Di soppiatto si introdurrà nel ranch gestito dai fratelli anche il figlio di Rose, Peter (Smith-McPhee), il quale inaspettatamente passerà da essere nemico di Phil a suo intimo amico.

Il segreto di Phil

Phil è un uomo tutto di un pezzo, duro, rozzo, misogino, addirittura castra tori a mani nude: ma è solo una facciata. Egli, in realtà laureato in lettere classiche, rimpiange il tempo della sua giovinezza passata con Bronco Henry, personaggio mitizzato e amato. La misoginia di Phil infatti nasce da un disprezzo per la parte femminile che è in lui che è costretto a reprimere. Quando sulle prime incontra il giovane Peter, liberamente effeminato, reagisce d’istinto, disprezzandolo. Piano piano però entra in intimità con il ragazzo, sperando probabilmente di rivivere la sua esperienza amorosa, questa volta nel ruolo che aveva svolto per lui Bronco Henry.

La legge del più forte

Nel sistema dei valori della natura, che prevalgono, anche se ancora per poco, nel West, è il più forte a sopravvivere. Phil lo sa bene e per questo, grazie anche alla sua spiccata intelligenza e forza di volontà, costruisce un guscio per isolarsi dal resto del mondo, rifiutando di sottomettersi alle nuove regole sociali della borghesia. È perciò inaspettato vedere come sarà il debole a prevalere sul forte. Peter, in maniera subdola, asseconda Phil nel suo tentativo di avvicinarsi fino a che non si fidano l’uno dell’altro. O almeno, così crede Phil. Sarà proprio il ragazzino debole e pallido a batterlo, facendolo morire grazie ad alcune pelli di bestiame infetto dall’antrace.

La condizione della donna

Preciso il ritratto della donna nel film, soprattutto attraverso la figura di Rose. Vedova, si risposa con George, andando incontro al suo declino: ma la donna nel film non è mai sé stessa. Svolge quelli che sono compiti sociali imposti dalla società patriarcale: prima come cuoca, poi come sposa di George, che nonostante la ami, si aspetta qualcosa da lei in quanto donna. Per esempio, è quasi costretta a suonare il piano per intrattenere gli ospiti a cena, sebbene avesse fatto capire al marito più volte che non avrebbe voluto suonare.

All’ultimo si tira indietro, affogando il proprio dispiacere nell’alcool, soluzione finale anche rispetto al confronto con Phil. Caratteristica è la scena ansiogena dove Phil, accompagnato dal banjo, la sfida nell’esecuzione dello stesso brano. Meritevole anche la scena finale in cui Peter guarda dall’alto la madre che abbraccia George, come a controllare che la madre sia protetta. E in caso non lo fosse, come con Phil, fare qualcosa a riguardo.

Il nido familiare

Per Phil è possibile un’analogia con l’esperienza del nido di Pascoli. Egli odia il cambiamento ed è convinto che l’innovazione porterà pericolo ed infelicità. Si racchiude nel grembo della sua infanzia, nei suoi ricordi, senza avere il coraggio di esprimersi liberamente. A prova di ciò dorme ancora nella stessa camera con il fratello, come quando erano bambini, e si indispettisce se il fratello ha una sua vita romantica. George inizialmente rispetto a lui è presentato come inferiore, così come Peter: è lui invece il fratello maturo: ancora una volta è il debole ad essere il più forte, nonostante il suo aspetto fisico e la sua pacatezza.

Valutazione finale

Per quanto mi riguarda, sebbene sia ricco di concetti di cui si potrebbe parlare per ore a posteriori dopo la visione, nel complesso risulta abbastanza lento. Questo, unito alla durata di 126 minuti, potrebbe scoraggiarne la visione da parte del pubblico più amante dell’azione, del susseguirsi rapido degli eventi e colpi di scena continui. È un film che punta molto sulle piccole parole, sui gesti, sugli spazi e sul paesaggio. Una nota positiva, oltre alla fotografia e alla qualità attoriale del cast, è data dalla colonna sonora e dalle musiche, che riflettono perfettamente l’atmosfera del film e ne scandiscono ritmicamente gli eventi.


Dario Panarelli

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