Intervista a Giovanni Galli. Quando il calcio incontra la testa (e le mani)

I protagonisti dell’incontro

Si è tenuto oggi l’incontro che già vi avevamo preannunciato: Giovanni Galli, l’uomo prima del campione. Davanti a una schiera nutrita di studenti e curiosi, il portiere ex-nazionale si è aperto, mettendosi, per la prima volta, in cattedra.

Sono intervenuti durante la conferenza anche il nostro Magnifico Rettore, Francesco Frati, assieme al mental coach, nonché docente presso la nostra Università, Paolo Benini. A coordinare il tutto è stato il professore e amico di Giovanni Galli, Simone Grandini.

Un discorso che ha toccato i più svariati argomenti, che potete trovare integralmente se date un occhio tra i nostri ultimi post su Facebook.

Perché vi sto scrivendo tutto questo, se già c’è un video che documenta il tutto? Semplice! Giovanni Galli è stato intervistato anche da noi di uRadio!


L’INTERVISTA

Simone Grandini e Giovanni Galli

Simone Grandini, come è nata l’idea di questo incontro?

S. G. Mentre giocavamo a tennis! Ho la fortuna di conoscerlo da una vita e gli ho parlato di questa “terza missione” dell’Università. Da qui è nata l’idea di portarlo a parlare con la nostra comunità accademica, per dare agli studenti un esempio positivo, come lo è Giovanni Galli.


Oltre che ad essere un uomo, Giovanni, sei stato anche un grande campione, come recita il titolo della conferenza. Hai militato in squadre al vertice della Serie A, siglando oltre 500 presenze. Quale club ti ha fatto sentire più a casa?

G.G. Ritengo di essere stato un vero professionista: nel momento in cui indossavo una maglia davo tutto me stesso. Alla Fiorentina sono entrato nelle giovanili a 14 anni, rimanendoci fino ai 28, in Serie A.

Da Dirigente abbiamo risalito la china dalla C2 e vivendo a Firenze è indubbio che abbia questa squadra nel cuore.

Dal punto di vista delle soddisfazioni, delle vittorie e dei successi, non posso dimenticare la maglia del Milan, al pari di quella del Napoli, del Parma, del Torino… quest’ultima, forse per la sua storia, ha un valore particolare.


Con il club hai vinto Coppa Intercontinentale, due Coppe dei Campioni e uno scudetto da protagonista. Con la Nazionale hai conquistato invece i Mondiali, partecipando da corista: quale esperienza ti ha soddisfatto maggiormente?

G.G. In Nazionale ero il terzo portiere, ero giovanissimo. Avevo fatto più di cento partite in Serie A, avendo disputato tre stagioni. È diverso da ora. Mi sono trovato in campo con uomini veri, che mi hanno insegnato molto. La vittoria finale è stata la ciliegina sulla torta, ma durante il percorso ho ricevuto professionalmente tantissimo.

Il Mondiale è il Mondiale: ero l’ultimo dei giocatori ma il primo tra i tifosi, accentravo entrambi i sentimenti. Quando vinci e sei protagonista nella vittoria della Champions o dello scudetto, parliamo di tutt’altre emozioni, ma altrettanto indimenticabili.


Parliamo ora dell’uomo: studio, impegno, dedizione e resilienza sono i sottotitoli di questo incontro. Come ti rispecchi in questi?

G.G. Lo studio mi è mancato: è stata la promessa che avevo fatto a mio padre, quando sono andato via di casa a 14 anni. Dovevo terminare gli studi, anche se l’ho fatto con un anno di ritardo. Quando a 18 anni inizi a giocare in Serie A, i due allenamenti al giorno, le partite e le trasferte non mi avevano lasciato tempo per seguire le lezioni.

A 21 anni ho terminato Geometra, ma mi è mancato il continuare. Rispetto il percorso scolastico, ma la vita altrettanto insegna molto. Bisogna saper leggere quello che stai vivendo e che ti sta intorno: il mondo del calcio è stato una scuola di vita importante.

Impegno e dedizione sono state le due cose che mi hanno contraddistinto nella mia vita. Non ho mai fatto sacrifici nello sport: era una passione talmente grande che qualsiasi cosa facessi era naturale.

Resilienza è un termine che ho conosciuto molto presto: ho perso mio padre a 19 anni. Pensavo di aver avuto già qualcosa di significativo e importante nella vita. Non pensavo però a quarant’anni di portare i fiori sulla tomba di mio figlio.

Tutto questo è stato possibile da superare grazie alla mia famiglia, che è il dono più grande che ho ricevuto. Sono riuscito a convivere con questo dolore.


Rimanendo su questo argomento, ha dato il via alla Fondazione Niccolò Galli, intitolata a suo figlio. Ce ne vuole parlare?

G.G. È nata da un’idea dei suoi amici. Aveva 17 anni e tutti loro hanno iniziato a fare manifestazioni e trovarsi per ricordare mio figlio, che ci ha lasciati troppo presto. Hanno quindi raccolto dei fondi ma non sapevano come usarli. Hanno convocato noi “vecchietti“, coinvolgendoci in questa iniziativa.

Da questo è nata l’idea della Fondazione: abbiamo iniziato ad aiutare chi era stato vittima, come Nicco, di incidenti stradali. Sono ragazzi che hanno subito questa sorte e cercano di migliorare la loro qualità della vita, e noi li aiutiamo fornendo loro materiali e terapie.


Obiettivi futuri?

G.G. Non mi pongo limiti: è una cosa che mi porto dentro. Ho sempre voluto conoscere e qualsiasi strada mi si presentasse. Perciò penso si debba conoscere e approfondire. Forse, non avendo studiato, la voglia di imparare l’ho sempre avuta. Non so chi e cosa sarà domani Giovanni Galli.


Per avere più informazioni sulla Fondazione, visitate questo link: http://www.niccoclub.it.



Michela Ciancetta.

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