I disastri eterogenei della nostra tecnologia (Parte I)

Estrazione dei minerali utili alla produzione dei nostri devices

Ormai la corsa al telefono, allo smartwatch all’ultimo grido o al pc con più prestazioni pare essere diventata una cosa imperativa per coloro che vogliono sentirsi a loro agio in questa società o per coloro che semplicemente vogliono stare al passo con le tecnologie. Questo perché è piacevole scoprire il progresso o perché è sostanzialmente necessario per motivi di lavoro. Non si fa in tempo ad acquistare un dispositivo che già si vocifera sui due modelli successivi e si inizia a pensare di mettere in vendita quello attuale per non perdere, logicamente, eccessivo valore monetario.

Ci può stare tutto questo, ma non sarebbe meglio se, prima di acquistare il dispositivo, qualunque esso sia (smartphone, PC, tablet e molti altri dispositivi tecnologici, inclusi i veicoli), ci si domandasse con cosa e com’è fabbricato questo prodotto?

Questo articolo è incentrato proprio su questa tematica, ossia su cosa si cela, in linea generale, dietro queste produzioni. Seguirò un filo logico partendo dall’estrazione dei minerali fino alla lavorazione, dividendo gli argomenti in più parti.

Una madre che allatta sul posto di lavoro

Iniziamo dai minerali che compongono il telefono i quali sono reperiti ciascuno in aree molto eterogenee sul globo. Abbiamo: l’alluminio, estratto in Australia, lo zinco della Malesia usato per le saldature, il rame del Cile per i conduttori, il coltan dal quale si estrae il tantalio fondamentale per la realizzazione dei nostri telefoni, il cobalto ed infine, ma non meno importante, il neodimio fondamentale per realizzare i circa 12 magneti dei nostri telefonini grazie ai quali riusciamo a farci quello che facciamo.

Ora, tenete a mente in particolar modo questi minerali: COLTAN (quindi TANTALIO), COBALTONEODIMIO.

Ciascuno di questi elementi è fondamentale, ma voglio iniziare da quel minerale che fornisce la componente utile ad alimentare i nostri dispositivi: il COBALTO. Esso viene estratto per una percentuale che sfora il 90% di quello inviato poi in Cina, a livello mondiale, nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), precisamente nella regione del Katanga e prevalentemente nella zona sud-orientale, in fondo alla Repubblica, in tutti i sensi. Il sistema minerario dedito all’estrazione di questo minerale impiega un numero di lavoratori pari a 110/150 mila circa, senza tralasciare che, di questi, ben 40 mila sono minorenni, a volte anche al di sotto dei 10 anni.

Pensare che una vaga tutela dei diritti naturali degli uomini venga attuata, in realtà, è una presupposizione integralmente erronea. Infatti, gli adulti, così come i ragazzi (se non bambini), lavorano all’estrazione di questo materiale avente un certo grado di radioattività, senza protezioni né per le mani, nè per l’apparato respiratorio con logiche conseguenze. Questo tipo di estrazione mineraria viene definito “a mano” proprio perché i minatori non vengono dotati, il più delle volte, di uno strumento per l’estrazione: operano usando appunto le mani fin dal momento del reperimento delle venature di cobalto nel sottosuolo. Le conseguenze fisiche sono scontate, considerata la modalità di lavoro, come dermatite, asma e insufficienza respiratoria.

Al giorno d’oggi le miniere sono decisamente diverse da quelle di inizio e metà Ottocento nel Regno Unito o in America del Nord, con mezzi all’avanguardia: qui non è così. I minatori si muovono infatti in cunicoli strettissimi scavati in maniera improvvisata, nei quali di certo hanno poca libertà di movimento. Come è facile immaginare a questo punto, i cunicoli non sono neanche sostenuti da nessuna struttura di sicurezza, eccetto degli sporadici paletti in legno, e la conseguenza è l’elevata frequenza di crolli nei tunnel. Si va qui ben oltre i danni fisici come quelli elencati poco fa, dato che nei crolli i minatori restano spesso intrappolati sotto il terreno, sepolti vivi, nelle loro tombe. La cosa che stupisce ancora di più, da quanto si nota dai reportage, è che, in corrispondenza del crollo, viene posto solamente un segnale di colore rosso. Si continua, quindi, a scavare attorno e solo a volte si riesce ad estrarre il cadavere, il quale altrimenti rimarrà sepolto lì per sempre.

Un operaio che trasporta uno dei sacchi da decine di chilogrammi, a volte anche per giorni e giorni di marcia

I tunnel vengono costruiti anche sotto il pavimento delle proprie abitazioni: si inizia a scavare in un punto qualsiasi e si raggiungono spesso profondità pari a 30 metri con temperature asfissianti attorno ai 43 gradi e, cosa ancora più seria, con una quantità di ossigeno insufficiente alla respirazione. La soluzione a questa mancanza di ossigeno è fornita da alcune pompe che permettono all’ossigeno di circolare nei tunnel, ma il problema sussiste anche qui, quando queste esauriscono il carburante privando i minatori dell’ossigeno indispensabile. Conseguenza? Devono fuggire fuori al più presto per non soffocare.

Ragazzi impegnati nell’estrazione del Coltan. Sullo sfondo uno di loro è in prossimità del punto di estrazione

Ho accennato prima ai minorenni, i quali si aggirano attorno ai 40 mila: questi versano in condizioni anche peggiori. Così come gli adulti, devono sostenere turni di lavoro pari a 12 ore, per uno stipendio di 1500/2000 franchi (pari a 1,5/2$) giornalieri. La differenza è che i ragazzi vengono anche pesantemente importunati dalle guardie nei punti di estrazione, a meno che non si stia lavorando in un tunnel scavato in casa. Oltre ad essere obbligati a lavorare, per via di condizioni socio-economiche avverse, si ritrovano a lavorare durante le vacanze durante i fine settimana per favorire una situazione familiare pessima ed incentivare i propri studi. A volte, invece, avendo perso un genitore, o vivendo in una situazione che non permette loro di fare altro, si trovano in età adolescenziale ad essere dei giovani adulti “bread winner”  laddove il peso economico e il sostentamento dell’intera comunità grava su di un solo membro.

<< Tutto il denaro che guadagno devo spenderlo per il cibo: a casa , altrimenti, non mangiamo >>

Queste le parole di un ragazzo di 15 anni, intervistato da Amnesty international lì per testimoniare la situazione.


Nelle due parti successive continueremo il viaggio nell’estrazione dei minerali e ciò che questo comporta.

Artur Glukhovskyy

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *