Fenomeno Kobe. Anche le Leggende se ne vanno

Kobe Bryant e la figlia Gigi durante una partita

Parlare di Kobe Bryant è sempre stato difficile. Lo era quando continuava a infrangere record su record, figuriamoci oggi. Si è spento ieri a 41 anni, a causa di un incidente in elicottero nei pressi di Los Angeles. Tutte le persone presenti sono decedute, compresa la figlia “Gigi”, di 13 anni.

Quando la notizia è stata resa pubblica da TMZ, nessuno voleva crederci. Abbiamo tutti aspettato che i principali mass media statunitensi lo confermassero, prima di realizzare cosa fosse effettivamente successo.

Ed è stato impressionante. In questo momento, in qualsiasi città del mondo, c’è una persona triste per la scomparsa di questo atleta. In questo momento, in qualsiasi città del mondo, c’è un atleta che si allena o gareggia che lo ricorda in qualche modo.

Perché Kobe Bryant non è stato “solo” un fenomeno nello sport che ha da sempre praticato. È stato uno di quei fenomeni di massa che ha colpito tutti. L’agonismo e l’ambizione, l’umiltà e la semplicità, la gentilezza e l’italiano impeccabile: sono solo poche delle tante sfaccettature con cui si è fatto amare.


MADE IN ITALY

Kobe Bryant dopo la vittoria del suo primo titolo NBA

Noi italiani forse lo amiamo un po’ di più degli altri, perché il piccolo Kobe ha iniziato a muovere i primi passi sul parquet proprio qui in casa nostra, seguendo le orme del padre.

Nel 1989, Kobe Bryant aveva 11 anni e si stava allenando a Reggio Emilia, prima di infortunarsi al ginocchio. Non era nulla di grave, ma un pianto disperato ha riempito lo spogliatoio. Era inconsolabile: per colpa di questo trauma era convinto che non sarebbe arrivato in NBA e i suoi compagni di squadra lo presero in giro.

Solo sette anni dopo, però, calcò il legno dello Staples Centre di Los Angeles con la maglia dei Lakers e si ricordava ancora di quanto l’adolescenza in Italia lo avesse formato dal punto di vista cestistico. I suoi fondamentali sono un classico Made in Italy, mentre l’estro è da americano vero. L’unione di questi due fattori? Un giocatore vincente. Che però non smetteva mai di allenarsi.

Jamal Crawford l’ha visto tirare per un’ora dalla stessa identica posizione (il gomito dell’area, per gli addetti ai lavori), senza mai staccare i piedi dal parquet.

Shaquille O’Neal, invece, lo vide provare da solo dei movimenti senza palla, una cosa inconcepibile per un giocatore NBA. Per Kobe invece era inconcepibile che nessuno lo facesse.

Ron Artest provò ad arrivare in palestra prima di lui. Un giorno si presentò addirittura quattro ore prima dell’allenamento. E Kobe c’era (e aveva anche portato le figlie a scuola, durante una pausa).


KOBE E LA LEGGENDA

Sono solo dei piccoli esempi, pochi, che hanno però favorito a creare attorno al ragazzo di Philadelphia una leggenda, che ha sfociato nella narrativa pura.

Se si parla dal punto di vista commerciale e mediatico, è stata una delle più grandi icone sportive tra gli anni Novanta e il 2000. Ha saputo colmare il vuoto che Michael Jordan, non uno qualunque, aveva lasciato in tv. Ha attraversato tre generazioni diverse di giocatori, confrontandosi sempre ad armi pari con ciascuno di loro.

Se vogliamo parlare di numeri, possiamo dire che ha giocato 48.637 minuti di gioco in venti anni di carriera in NBA (contiamo solo le partite ufficiali). È stato 5 volte campione NBA, 2 volte MVP alle finali, 18 volte All-Star, 17 volte giocatore del mese, oro alle Olimpiadi di Pechino e Londra. Questi i dati di rilievo, perché se si parlasse di casi specifici, probabilmente finiremo tra qualche giorno.


EVERYBODY WANNA BE KOBE

Un maniaco della perfezione, della condizione fisica, della preparazione mentale (la “Mamba Mentality“) e dei dettagli che oscillava tra l’essere amato e odiato (perché un maniaco del genere non sempre è venerato dalle folle), ma rispettato sì.

È stato comunque un punto di riferimento all’interno della vita di molti, c’è chi ha trascorso gran parte della vita con lui e chi è nato (anche solo cestisticamente parlando) ammirando le sue gesta.

Amava il basket a tal punto che qualsiasi persona lo vedesse giocare, iniziava almeno un pochino ad apprezzare la palla a spicchi. Così tanto da vincere un Oscar, per la sua lettera d’addio al basket giocato. Al punto tale che ha iniziato ad allenare la squadra di sua figlia Gigi, giovane promessa cestistica.

Ha dato quindi a tutti, grandi e piccoli, maschi e femmine, appassionati e no, la possibilità di credere di essere come lui al campetto, di poter imitare le sue gesta quando buttiamo una pallina di carta nel cestino, di urlare “Kobe Bryant” le rare volte che infiliamo una tripla.

Tu sei riuscito a dire addio al basket, noi forse non siamo ancora pronti a dire addio a te. Ma non ti preoccupare, saremo sempre quei bambini, davanti al tuo poster, cestino della spazzatura in un angolo, cinque secondi ancora sul cronometro, palla tra le mani. 5… 4… 3… 2… 1… tiro in sospensione.


Vi lascio un link con le sue migliori giocate in NBA, per capire al meglio questo “Fenomeno Kobe”.


Michela Ciancetta

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