Status Quo

Status Quo - La "nuova" Cina degli anni 2000
Bambini in fuga dalle bombe chimiche, Vietnam

L’Italia, in questi lunghi ed intensi capitoli che abbiamo visto, ha dimostrato di essere una terra stupenda e florida, ma dove purtroppo, regna un senso di incapacità politica profondo, che la porta a dipingersi al mondo, come una nazione disagiata e inconsapevole delle sue problematiche.

Oggi, con questo primo capitolo, inizia una nuova rubrica Status Quo – La “nuova” Cina degli anni 2000 (il primo capitolo), che si pone l’obiettivo di mirare a dare uno sguardo più ampio sul mondo, e sul contesto internazionale, che non solo ci circonda, ma ci influenza.

CAPITOLO I

Vorrei introdurvi con un articolo, il secondo per essere esatti, della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1948, e indurvi ad una riflessione su quanto poi seguirà.

Articolo 2

Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella
presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità”.

Spesso, ci guardiamo alle spalle, osservando le grandi autocrazie che hanno devastato le nostre terre. con senso di disgusto e profondo rifiuto, quasi come se la storia fosse un training educativo e fossimo oramai capaci di dar vita a chissà quale forma di democrazia 2.0.

Parliamo di campi di sterminio, luoghi di deportazione, torture, usurpazione delle libertà irrevocabili, come di incubi nascosti in chissà quale recondito cassetto dei nostri ricordi storici, ma ad oggi, 2021, non siamo proprio così lontani dalle violenze dei coloni di duecento anni fa, o dai massacri del XX secolo.

CINA

Partendo dal puro Oriente, non possiamo oggi non soffermarci sulla situazione cinese, che da anni ormai si perpetua e si intensifica, a sfavore dell’enorme minoranza etnica islamica degli Uiguri. Il vantaggio di Pechino sta nella geografia del suo paese, che va dalle fiorenti aree dedicate alla coltivazione di riso, alle sconfinate steppe desertiche della zona semi-desertica del Taklamakan.

È proprio in quest’area, nel più estremo occidente del paese, che risiede la maggior parte della minoranza religiosa poco fa citata, che da anni, viene, allo scuro da tutti, tenuta sotto una rigidissima e gelida sorveglianza militare e tecnologica.

Dove, meglio se non in una zona geografica così remota, impensabile e cruda, si possono conservare i resti di queste persone e i luoghi di tortura. è proprio attraverso nuovi sistemi di individuazione satellitare, che documenti ufficiali riportano la presenza di decine di fabbriche nel sud del Taklamakan, nella contea di Lop. Accanto a ciascuna, un campo di “rieducazione”. In questi posti, sono rinchiusi gli Uiguri, donne, uomini, anziani, bambini, chiunque, incolpati di “terrorismo” e “sovversione” al potere di Pechino.

Status Quo – La “nuova” Cina degli anni 2000
Un’immagine di questi Campi di “Rieducazione”

I politici ne hanno ammesso l’esistenza, nessuna scusa, tante giustificazioni: luoghi di “reinserimento sociale” dedicati ai musulmani, data la loro predisposizione all’estremismo religioso: menti corrotte che vanno curate e sanate quanto prima. La strategia di Pechino, ha portato avanti una propaganda straordinaria per mostrare al mondo come tutto andava secondo i piani, senza alcuna violazione dei diritti dell’uomo: si vedono addirittura immagini, proiettate dal 2018 dalle tv locali, di detenuti che studiano il mandarino o cuciono, ringraziando lo stato.

La realtà è molto diversa. Ex detenuti narrano di stupri, violenze, soprusi di ogni genere, condizioni igienico-sanitarie sulla soglia dell’invivibile: corsa di un’ora tutte le mattine, seguono giornate di lavoro di 13 ore, notte spesso compresa, punizioni che vanno dalla privazione della razione di cibo quotidiana, all’isolamento, alle posizioni fisiche di stress estremo.

Un ex detenuto, racconta ad Amnesty International:

“Al momento del mio arresto sono stato incappucciato e costretto a indossare catene alle braccia e alle gambe e a restare fermo per ben 12 ore. Circa 6.000 persone detenute, costrette a cantare canzoni politiche e a studiare discorsi del Partito comunista cinese. Non potevano parlare tra loro ed erano costretti a cantare “Lunga vita a Xi Jinping” prima dei pasti. Il trattamento subito mi ha spinto a tentare il suicidio poco prima del mio rilascio”.

6000 le persone non erano, ma molte di più, 2,6 milioni se ne contano approssimativamente, rinchiusi in questi campi.

Status Quo - La "nuova" Cina degli anni 2000
TOPSHOT – Demonstrators take part in a protest outside the Chinese embassy in Berlin on December 27, 2019, to call attention to Chinas mistreatment of members of the Uyghur community in western China. (Photo by John MACDOUGALL / AFP) (Photo by JOHN MACDOUGALL/AFP via Getty Images)
Amnesty ancora racconta:

Bota Kussaiyn, una studentessa di etnia kazaka che studia presso l’Università statale di Mosca, invece racconta che ha parlato l’ultima volta con suo padre, Kussaiyn Sagymbai, su WeChat nel novembre 2017.

Originariamente dallo Xuar, la loro famiglia si era ristabilita in Kazakistan nel 2013. Il padre di Bota è tornato in Cina alla fine del 2017 per incontrare un medico, ma le autorità hanno confiscato il suo passaporto dopo essere arrivato nello Xuar. In seguito Bota ha scoperto dai familiari che suo padre si trovava in un “campo di rieducazione”.

I suoi parenti nello Xuar, spaventati, hanno immediatamente interrotto i contatti con lei.

Per chi vive all’estero è inevitabile sentirsi responsabili o “colpevoli” per la detenzione dei propri familiari. Sembra ormai chiaro che proprio queste relazioni oltreoceano siano, in molti casi, la causa del sorgere di sospetti sui familiari residenti nello Xuar.

Le autorità accusano le persone di avere legami con gruppi esteri che il governo cinese sostiene promuovano opinioni religiose “estremiste” o “attività terroristiche”. Il vero scopo, tuttavia, sembra essere la realizzazione di un blackout informativo sull’attuale giro di vite contro le minoranze etniche nello Xuar.

Per evitare di suscitare tale sospetto, gli uiguri, i kazaki e altri gruppi minoritari dello Xuar hanno tagliato ogni legame con amici e familiari che vivono fuori dalla Cina.

Invitano i conoscenti a non chiamare ed ad eliminare contatti esterni dalle applicazioni dei social media. Incapaci di ottenere informazioni attendibili da casa, molte persone che vivono all’estero temono inevitabilmente il peggio.

Gli onnipresenti controlli di sicurezza, che ora fanno parte della vita quotidiana di tutti nello Xuar, offrono ampie opportunità per cercare contenuti sospetti sui telefoni cellulari o controllare le identità delle persone utilizzando software di riconoscimento facciale.

Le persone potrebbero essere sospettate attraverso il monitoraggio di routine dei messaggi inviati su app di social media come WeChat, che non utilizza la crittografia end-to-end. Anche l’utilizzo di app di messaggistica alternative con crittografia, come WhatsApp, può essere causa di detenzione.

Syrlas Kalimkhan ha raccontato ai nostri ricercatori di aver installato WhatsApp sul cellulare di suo padre e lo ha testato scrivendo “Ciao papà”. Poco più tardi, la polizia ha chiesto a suo padre, Kalimkhan Aitkali, 53 anni, un contadino, perché avesse WhatsApp sul telefono. In seguito è stato inviato in un “campo di rieducazione”.

Gli interessi mondiali dietro questa oppressione

L’occidente politico sa cosa succede dentro quei campi, meglio di quanto lo possiamo sapere noi cittadini, ciò nonostante dallo Xinjiang e dalle zone limitrofe poco fa citate continuano ad arrivare materiali per Nike, Apple, Adidas ed Amazon (per citarne alcuni) e sembra che pochi di loro, siano realmente intenzionati a porre fine allo scambio.

L’Occidente politico sanziona, le sue multinazionali “arretrano”, la Cina risponde: a giugno la dogana statunitense sequestra tonnellate di parrucche provenienti da quelle zone e prodotte dagli schiavi del Lop.

Un solo problema, la Cina è la fabbrica del mondo, il cotone proviene quasi tutto da lì, e quanto qualcuno inizia ad indagare, non può fare molta strada prima di essere fermato.

Giornalisti del The Economist (UK) appena arrivati all’aeroporto cinese sono stati scortati da polizia locale, le strade per le industrie bloccate e i taxi diretti in quelle aree rispediti indietro. Scesi, e continuato a piedi, sono solo riusciti a vedere filo spinato ed elettrificato e muri di 4 metri come recinzione.

Non finisce qua, la mattina dopo, i telefoni dei giornalisti sono stati sequestrati con l’obbligo di cancellare ogni foto, sotto lo sguardo del “responsabile dell’area”. Risposte evasive, sconnesse, minacciose al momento della vista di un complesso di prigionia con tanto di torri di guardia e alte mura in cemento armato, ovviamente impossibile da riprendere.

Il tutto, proprio come ai tempi del “Arbeit macht Frei” (“Il lavoro rende liberi“) di Auschwitz, coronato da enormi slogan come “il lavoro è glorioso”, “mettiti al servizio dell’economia”, o il volto del presidente Xi Jinping circondato da bambini Kazaki ed Uiguri sorridenti e gai. Ciò, sotto il volto del democratico occidente, che non sa, o non vuole, ancora una volta, intervenire a modo.

Il death delivery

Ma se associamo la sofferenza umana più profonda solo ai luoghi frutto della depravazione del potere, come i campi, ci sbagliamo, perché non stiamo considerando che centinaia di persone in Cina muoiono proprio per la strada, sotto gli occhi di tutti, non esagero.

Questa nazione è diventata tra le più potenti e avanzate nel campo delle consegne a domicilio, un settore che dopo il lockdown del 2020, ha subito un rapido incremento, ma molte sono state le persone che dal giorno al domani si sono viste sparire l’occupazione lavorativa sotto gli occhi, causa proprio le misure di prevenzione strettissime che Pechino ha imposto.

Se quindi molti, hanno deciso di lasciare al tempo, molti, evidentemente i più bisognosi, si sono subito riversati in masse sul settore emergente più florido: quello del “delivery”.

Ora, per rendervi l’idea, immaginatevi un paese come la Cina, con delle città che non scendono sotto il milione e mezzo di abitanti, senza un sistema di riconoscimento delle vie efficiente, dove le strade sono intasate da smog e traffico costante, in piena epidemia covid, cosa possa voler dire essere un porta-consegne.

Le aziende che si impongono in questo mercato sono poche, ma potenti, e lo saranno sempre di più, e hanno la fortuna di operare in un paese dove non ci sono leggi di tutela al lavoratore, né da un punto di vista economico (il salario minimo non esiste), né da un punto di vista sanitario (non esistono enti di sindacato che tutelino la salute del lavoratore, considerata la dittatura de facto).

Consegne sfiancanti

I più fortunati lavorano in macchina, benzina a spese proprie, e ci mettono 20 minuti in media, tra una consegna e l’altra, in media, non considerando le ore di punta e gli inconvenienti vari. Il rischio è comunque alto, ma tutto sommato, fattibile.

C’è poi tutta la categoria dei meno fortunati, che magari la macchina non ce l’hanno o l’hanno persa con la crisi, come la casa d’altronde, e quindi si spostano in bicicletta o con i moderni dispositivi a motore elettrico, di cui potete già ben immaginare l’efficienza. I tempi di consegna tra un ordine e l’altro, qua, vanno dai 40 minuti, alle oltre 2 ore, con un rischio di morte enorme, non fantasioso, ma certo.

Non si conoscono bene i numeri, ma un’ indagine ha riportato che 1 fattorino su 3, trova morte certa. Le proteste iniziano, l’ultima i primi di aprile, dopo il decesso di 3 di loro in una sola settimana, finita male ovviamente, sindacalismo zero e tanta repressione dalle forze dell’ordine.

Ma questa macchina mostruosa ha un nome e si chiama Meituan, un’agenzia di consegne di dimensioni enormi che si conquista i clienti con ogni forma di prodotto (dall’anatra a 3 euro alle parrucche di capelli, o ai massaggi per corpo per qualche centesimo di euro), in una guerra terribile con l’altro grande colosso AliBaba.

Una faida economica

Ma come spesso accade in queste vicende qua, dietro c’è pure una questione personale e ce lo racconta chiaramente IlSole 24 Ore in un suo articolo

Quando nel 2015, Alibaba si rifiutò di investire ulteriormente, Wang ha negoziato un accordo con l’altro grande gigante cinese: Tencent, la holding proprietaria di WeChat. Tencent ha accettato di guidare la raccolta fondi di Meituan promettendo 1 miliardo di dollari, unendo il servizio di consegna di Tencent con Meituan e lasciando che la società combinata operasse in modo indipendente. Quando Wang ha convocato una riunione del consiglio per rendere l’accordo ufficiale, Alibaba ha ricevuto un preavviso di 12 ore e nessuna possibilità di scelta”.

I rider sono identificati con nome, cognome e forma del viso (attraverso ultimi aggiornamenti tecnologici), così che il mittente possa non solo riconoscerlo al suo arrivo, ma anche e soprattutto valutare direttamente; lo stipendio, che è di circa 0,75 centesimi di euro per ogni consegna, non ha un prezzo fisso e stabile, si alza, se arriva in tempo e viene valutato bene dal mittente, si abbassa drasticamente se ritarda, anche di poco, o se il prodotto non è stato di gradimento, il tutto, senza tutele ovviamente. Corrono così veloci, che nei grandi edifici sono stati creati appositi ascensori solo per loro.

Schedati, riconosciuti, marchiati da costanti giudizi, e da paghe irrisorie, quasi come ad un campo di lavoro, anche senza quasi.

La rossa maschera di Pechino

Ma come abbiamo detto, dietro tutto questo gira ancora una volta un mercato esigentissimo, figlio della malata competizione, che regala ai signori di questi colossi oltre 35 miliardi di euro netti, tasse escluse, considerata l’enorme evasione fiscale interna, sostenuta dal regime silente.

Cina, poche parole bastano: lavoro forzato, autarchia, poteri silenziosi su base capitalista; più che una rinnovata dittatura comunista, mi sa tanto di una fallita democrazia che si è accontentata di appoggiarsi al sistema occidentale mafioso e capitalistico, facendola pagare, ancora una volta, a chi non se lo poteva permettere, ben lontana, dal modello Marxista e progressista, che tanto si finge, consapevole, di imitare.


Noël De La Vega.

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