“Oltre i cento passi”: l’antimafia quando spariscono le lucciole

 

Giovanni Impastato ci parla del suo libro, di suo fratello e della lotta alla mafia in un mondo dove “le lucciole non ci sono più”


Quando sai che presto vedrai Giovanni, il fratello di Peppino Impastato, ti immagini un anziano signore autoritario e imponente, con l’espressione grave e l’aria importante. Invece davanti a te si siede un vecchino qualunque, con un paio di jeans e un semplice maglione, la schiena leggermente curva e un paio di occhialetti sul naso. Gli occhi, però, sono come te li immaginavi. Sono gli occhi di un uomo che ha visto morire lo zio, il padre e il fratello. Sono gli occhi di un uomo che ha assistito in primissima persona l’orrore della mafia, che prima ha negato i valori anche familiari e poi ha combattuto e combatte ancora. Perché la guerra è ben lungi dall’essere vinta.

Peppino Impastato

Oltre i cento passi, presentato il 13 ottobre presso il Cral della Montepaschi, parla proprio di questo, di una guerra che Peppino ha iniziato e che Giovanni, la madre e il Centro siciliano di documentazione, insieme a molte altre realtà, hanno portato avanti. Giovanni ci tiene a sottolineare che suo fratello non è né un eroe né un martire. Suo fratello è un ragazzo siciliano come molti altri (presenti, tra l’altro, in gran numero, tutti con lo stesso sguardo di Giovanni) che, un giorno, ha deciso di dire basta. E ha continuato indefesso, anche dopo il ripudio del padre, anche dopo le minacce di morte, anche dopo l’omicidio di quello stesso padre che cercava soltanto di proteggerlo.

La parola d’ordine della sua lotta era cultura (mi viene in mente, seppur prenda una strada diversa, Théo nel film di Bertolucci). Nel 1976 costituisce infatti il gruppo Musica e cultura, e nello stesso anno fonda Radio Aut dove, insieme ad un gruppo di amici, denuncia pubblicamente i soprusi mafiosi nella sua città, Cinisi, con tanto di nomi e cognomi. A Giovanni, questo, fa paura. E infatti, il 9 maggio del 1978, Peppino Impastato verrà ucciso per ordine di Gaetano Badalamenti, affiliato a Cosa Nostra. La matrice mafiosa del delitto verrà riconosciuta solo nel 1984; dopo innumerevoli tentativi di insabbiamento, nel 2002 verranno condannati sia il mandante, sia l’esecutore.

L’inizio di tutto: l’infanzia, le lucciole e la consapevolezza

Ma quando inizia la storia di Peppino Impastato? Giovanni ce la racconta con parole molto semplici, a tratte commosse, in un italiano marcatamente palermitano. Quando era bambino, la sua famiglia viveva felicemente perché era protetta dalla mafia. Lo zio e altri parenti erano mafiosi, e il cognato del padre era Cesare Manzella, capomafia ucciso nel 1963. Con il fratello, di cinque anni più grande di lui, andava a catturare le lucertole e le rane, e ricorda con molto affetto le lucciole, che toglievano la paura della notte.

Quelle lucciole, di punto in bianco, sono scomparse. Dieci anni dopo, nel 1975, Giovanni leggerà il celeberrimo articolo di Pasolini (che io, personalmente, vi sprono a leggere). In questo articolo, Pasolini divide la storia politica italiana in tre grandi gruppi: prima, durante e dopo la scomparsa delle lucciole. Ed è in quest’ultima fase che si è creato un vuoto di potere, e la mafia piano piano lo ha occupato. Ma di questo parleremo tra pochissimo.

Nel 1963 viene, appunto, ucciso Manzella. Peppino e Giovanni, insieme ad altri ragazzini, si recano sul luogo dell’attentato e trovano una deflagrazione completa. Peppino, traumatizzato da quello spettacolo, dice: “E questa è la mafia? Se questa è la mafia allora io la combatterò per il resto della mia vita.” E così ha fatto. Il primo passo è stato rompere col padre, ovvero ripudiare il suo codice comportamentale. Giovanni ci parla di una rottura storico-culturale, non un semplice diverbio padre-figlio. Una rottura che è prima di tutto esistenziale, un rifiuto ostinato e totale della violenza e dello stesso prestigio mafioso. Ai funerali del padre, Peppino non stringe la mano ai mafiosi venuti a portargli le condoglianze; cosa che invece fa Giovanni, che ammette di non aver avuto il coraggio di prendere una posizione così radicale.

Il passato di Peppino Impastato e la contemporaneità dei ragazzi di oggi

Da sinistra, Carlo Legaluppi. Giovanni Impastato e Simonetta Losi

Giovanni fa una pausa, ogni tanto, per riprendere fiato o per riordinare i pensieri. Osserva i giovani, che non staccano gli occhi da lui. Li guarda quasi commosso. In loro, ci spiega, vede lo stesso sguardo del fratello, uno sguardo profondo e luminoso carico di speranza ma anche voglia di lottare. Nelle scuole viene accolto con tantissime domande: importante, ci dice, che i giovani si mettano d’impegno per studiare il fenomeno mafioso anche nelle loro piccole realtà quotidiane. E non si rivolge solo ai ragazzi siciliani, badate bene.

Dal racconto del passato ci spostiamo poi, inevitabilmente, alla cronaca del presente. Carlo Legaluppi tira fuori il coniglio dal cappello: nel libro, infatti, c’è anche una lettera aperta che Giovanni ha scritto al Direttore generale della RAI dopo che Bruno Vespa, nel suo programma Porta a porta, aveva invitato il figlio di Totò Riina a presentare il suo libro sul padre.

Non è questa l’occasione per parlare di quanto sia sbagliato invitare in un’emittente pubblica il figlio di un boss che non solo non condanna il padre, ma addirittura lo ritiene “una vittima dello Stato”. C’è di più: in quegli stessi giorni stavano lavorando su uno sceneggiato televisivo sulla madre di Peppino. Un vero e proprio comportamento contraddittorio. La famiglia Impastato ha risposto con una lettera aperta, appunto, e il rifiuto di concedere la liberatoria; per dare il dovuto riconoscimento alla madre, alla fine, hanno fatto un passo indietro. Giovanni però ci tiene a sottolineare che la condanna espressa nella lettera non è affatto caduta.

Combattere la mafia oggi

Ma come si può continuare la battaglia di Peppino? Certo non strumentalizzando il suo nome per racimolare voti alle elezioni regionali. Piuttosto, serve una linea guida da seguire, un progetto non solo culturale ma anche politico unitario, evitando a tutti i costi di creare un mito della mafia. “Ogni storia, così come ha un inizio, ha una fine”, diceva Falcone; e la mafia, proprio perché composta da uomini in carne ed ossa come noi, può essere sconfitta. Viene da chiedersi: se è così facile, perché ancora non l’abbiamo sconfitta? Giovanni dà una risposta molto semplice. Normalmente si considera la mafia come un Antistato. Questo è un errore. Il brigantaggio, per esempio, era un Antistato; le Brigate Rosse erano un Antistato. E sono state entrambe sconfitte.

La mafia, invece, è dentro lo Stato. Ha occupato quel vuoto di potere creatosi dopo la “scomparsa delle lucciole” (e qui ritorna il punto che avevamo lasciato in sospeso) e ha operato indisturbata. Non bisogna pensare che la sua mano operi solo al sud, in qualche paesello siciliano o calabrese. Se si guarda attentamente, anche nella nostra piccola realtà, e si usa un po’ di senso critico, ci accorgiamo che le sue dita lambiscono qualsiasi cosa. A questo punto, il parlare di Giovanni Impastato si anima, s’infervora, mentre cita le più famose vittime della mafia. Vittime, sostiene, che erano i migliori servitori dello Stato, e che lo Stato non ha voluto e potuto proteggere.

Perciò, in sostanza, qual è la soluzione? Giovanni ci mette in guardia dal concetto di legalità, tanto usato per distinguere mafia e Stato e sbandierato come unica soluzione al problema. La legalità, dice, è il rispetto dell’uomo in quanto tale. Se al centro di una legge, o di uno Stato, non c’è l’uomo, quella legge e quello Stato vanno cambiati. Quindi la parola d’ordine diventa disobbedienza civile. Attenzione, non si parla di violenza da nessuna parte; è una semplice rivendicazione dei nostri diritti nel rispetto dei nostri doveri. Per concludere, Giovanni Impastato cita, tra gli applausi, don Milani: “L’obbedienza non è più una virtù”. E poi, stanco, posa il microfono.

Federica Pisacane

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