May the force be with you, Carrie

Quanti di voi conoscono Carrie Fisher? Forse, ad alcuni, di primo acchito non dirà molto. Riproviamo: quanto di voi conoscono la Principessa Leia? Già meglio. Ancora poco convinti? La tizia di Star Wars con il vestitino bianco e i due codini laterali. Ecco, Carrie Fisher era l’attrice che la interpretava.

Forse.

Perché un ruolo del genere, così popolare e sentito da più generazioni, non te lo scrolli di dosso facilmente. Ma ci arriveremo più in là.

Come forse saprete, Carrie ci ha lasciati qualche tempo fa, poco dopo Natale 2016. Eppure, la sua eredità è ancora attualissima: da riscoprire soprattutto per quanto riguarda un aspetto del quale, generalmente si parla poco e male. Le malattie mentali.


GEORGE LUCAS RUINED MY LIFE

Okay, forse così vi state facendo l’idea di una squilibrata. Forse è così ma andiamoci piano: perlomeno pubblicamente, Carrie Fisher è stato uno dei personaggi più divertenti in circolazione.

Le sue interviste ai talk show statunitensi e britannici sono veramente bellissime. Vi lascio qui sotto un esempio.


La contraddistingueva la capacità di saper ridere di una serie di situazioni altrimenti tremende. Frase da appendersi sulla fronte ogni giorno: «If my life wasn’t funny it would just be true, and that is unacceptable».

Per esempio: sua mamma, Debbie Reynolds (per capirci, la fanciulla di ‘Cantando sotto la pioggia’, quella che cantava Good Morning) e suo papà Edie Fisher, erano al tempo due celebrità assolute. Però, dopo un po’ il padre se n’è andato per raggiungere le braccia di una certa Elizabeth Taylor. Sì, quella Liz Taylor. Già.

Dopodiché, prima dei vent’anni diventa Leia: principessa figlia della mente di George Lucas (guardate lo splendido roast, cioè un tributo ironico e tagliente, qua sotto), diventa in pochi mesi una star mondiale.


Come era solita dire, «George Lucas mi ha rovinato la vita. Ma lo dico nella maniera più carina possibile!».

Questo perché, per lei, la fama è stata troppo. E l’ha veramente bruciata.


I’M NOT CRAZY: THAT BITCH IS!

Si potrebbe chiudere qui la parabola dell’attrice di successo che poi si è devastata con alcol e droghe (“Karl Marx: “Religion is the opiate of the masses”. Carrie Fisher: “I did masses of opiates religiously”).

Eppure c’è un lato della vicenda che lei ha analizzato benissimo e molto lucidamente in un libro, del quale potete trovare l’audiobook gratuito su YouTube (cliccate QUI)

Il titolo del libro è ‘Wishful drinking’, gioco di parole con l’espressione wishful thinking: dal pensiero positivo alla sbronza positiva, per capirci. Racconta una serie di aneddoti bellissimi con una scrittura veramente esilarante. Qualche esempio? Il suo matrimonio con Paul Simon, la scoperta dell’omosessualità del marito (e padre della figlia Billie Lourde), curiosità dal set di Star Wars e tanto ancora.

Affronta soprattutto il tema della sindrome bipolare, con la quale è venuta a patti tra alti e bassi.

Risultato immagini per carrie fisher abnormal psychology

Pensate che è perfino finita in un manuale di medicina (‘Abnormal Psychology’): la foto scelta, però, non è stata la sua. O meglio: era la foto della Principessa Leia. Da qui, l’affermazione che dà il titolo al paragrafo.


SOMETIMES YOU CAN FIND HEAVEN BY SLOWLY BACKING AWAY FROM HELL

Descrive allora con lucidità commovente i suoi due ‘moods’: Pam e Roy. Ma lasciamole spiegare chi sono:

And I ultimately not only address it, I named my two moods Roy and Pam. Roy is Rollicking Roy, the wild ride of a mood, and Pam is Sediment Pam, who stands on the shore and sobs. (Pam stands for “piss and moan.”) One mood is the meal, and the next mood is the check.

Questo perché, racconta, avere consapevolezza di chi si avvicenda dentro di sé, aiuta ad avere controllo sulla propria mente. Insieme a tanta terapia e, soprattutto, ai farmaci giusti.

La consapevolezza è arrivata un po’ per volta, tra mille scivoloni – alcuni veramente molto gravi – fino ad una graduale stabilità. Come scrive dopo questo percorso: «I feel I’m very sane about how crazy I am».

E in questa giostra emotiva, tra questi continui up e down, gli antidolorifici e l’alcol servivano a stordirsi: a non sentire nulla, perché lei sentiva già troppo.

Si parla di tanti aspetti della sindrome bipolare nel libro: a quanto pare, però, quello che l’ha aiutata veramente è stata l’ECT. Sigla carina, vero? Sta per Electroconvulsive therapy. Elettroshock, insomma. Meno carina, adesso? Già.


ACTUALLY, I’M A FAILED ANOREXIC

Insomma, se anche una cosa sola dovesse restarci di Carrie Fisher, è questa. L’aver parlato con grazia, ironia e lucidità di una condizione seria, diffusa, con la quale si può convivere.

E con anche un’idea molto bella per sensibilizzare le persone al tema: il Bipolar Pride Day! Ovviamente scherza, ma la proposta è geniale:

I thought I would inaugurate a Bipolar Pride Day. You know, with floats and parades and stuff! On the floats we would get the depressives, and they wouldn’t even have to leave their beds – we’d just roll their beds out of their houses, and they could continue staring off miserably into space. And then for the manics, we’d have the manic marching band, with manics laughing and talking and shopping and fucking and making bad judgment calls!

Sembra un evento imperdibile, no?

Quindi: volete saperne di più? Ascoltatevi l’audiobook. Potete farlo a più riprese, prima di addormentarvi, quando vi pare.

Giuro: si impara veramente qualcosa. E si esercita pure l’inglese, che non è male.


Mattia Barana

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