Ipazia, l’urlo della libertà

Se il nome di Ipazia a molti non dice nulla è solo perché la storia è una favola raccontata dai vincitori e nel buio del medioevo cristiano non c’era posto per ciò che Ipazia rappresentava. Perciò, frustrati dalla mancanza delle sue opere possiamo solo tramandare la memoria della sua vita, deducendone la grandezza della sua figura e la potenza del suo esempio.

Ipazia nasce ad Alessandria d’Egitto intorno al 360 d.C.

Tutta la sua vita si svolge nel concitato periodo della scissione dell’Impero Romano e della guerra ideologica tra pagani e cristiani.

Ipazia
Ipazia ritratta da Raffaello nella Scuola di Atene

Il padre di Ipazia è un insegnante di matematica e astronomia e tra i suoi allievi spicca la giovane donna che in breve tempo gli diviene superiore. In un’opera a noi rimasta si legge che “questa opera è stata controllata dalla filosofa Ipazia, mia figlia”, a testimonianza del rispetto del maestro-padre nei suoi confronti.

Nulla ci rimane, purtroppo, dell’attività scientifica di Ipazia che si doveva rivolgere principalmente alla matematica e all’astronomia. Il poco che ci è pervenuto lo dobbiamo ad un suo allievo, Sinesio, che ci racconta di studi e ricerche effettuate dalla sua maestra sul sistema tolemaico.

Ipazia ed il padre interpretati nel film “AGORA”

Matematica ed astronomia figuravano in antichità tra le basi del vero pensiero umano: la filosofia.

Ipazia

E Ipazia è una grande filosofa, erede della scuola neoplatonica alessandrina e sua ultima custode, prima che il vento dell’estremismo religioso ne spazzi via per sempre la gloria e il sapere. Tale è la sua importanza in città che i dignitari locali sono soliti discutere con lei delle questioni importanti, pur non occupando Ipazia ruoli istituzionali.

Questo, se da un lato testimonia la sua grandezza e l’importanza della filosofia nella vita pubblica antica, dall’altro è la causa della sua morte.

L’Alessandria di quegli anni è un calderone pronto ad esplodere, dove l’élite pagana è prima accerchiata e poi sottomessa dal nuovo culto cristiano, forte della benedizione dell’imperatore Teodosio. Per accedere a cariche importanti è necessario professarsi cristiani, la religione pagana viene vietata e la sua professione punibile con la morte.

Tutti si convertono.

Non Ipazia.

Priva di cariche pubbliche, libera da oneri familiari ( non ebbe mai marito ), continua la sua vita fatta di sapienza, ricerca e filosofia senza piegarsi mai ai dogmi imposti e la sua scelta di mantenere il proprio culto, non ha nulla a che vedere con la religione.

La religione tradizionale era diventata appunto solo tradizione già 700 anni prima per i Greci e la scelta della donna non ci parla di fede, ma di libertà, indipendenza, coerenza.

Il suo è un grido che squarcia la nebbia dei secoli, la stessa nebbia che ha fatto cadere la sua opera nell’oblio ma che non ha potuto cancellare il ricordo e l’esempio della sua vita.

La sua scelta ci parla di una vita senza compromessi, tutta percorsa sulla strada dell’indipendenza da ogni legame soffocante e ci ricorda che la strada della libertà si percorre sulla via dell’anarchia filosofica, che non si conforma a pensieri dominanti né si schiera su posizioni rigidamente anticonformiste.

Ipazia ci richiama su un cammino fatto di indipendenza e di bellezza dove la ricerca della verità del mondo conduce alla verità su sé stessi. Il suo esempio è talmente luminoso da far sparire altre grandi donne dell’antichità, come Gorgo, regina di Sparta o la leggendaria Clelia romana: Due donne considerate grandi perché esaltano la morale della società alla quale appartengono, enormi esempi di virtù e conformismo.

Ipazia si erge ben oltre questo piano.

Si fa portavoce di una morale non asservita alle necessità di pochi, esempio della ricerca di una strada unica e personale. La sua figura ricorda altri esempi di una libertà assoluta che si rifiuta di piegarsi alla violenza e al conformismo, come Socrate e il Gesù evangelico.

E non a caso con essi Ipazia condivide la tragica sorte.

Accusata di essere la causa dei dissapori tra il vescovo Cirillo e il prefetto Oreste di Alessandria, entrambi cristiani, Ipazia viene strappata dalla sua lettiga da un gruppo di monaci estremisti cristiani, dilaniata e poi bruciata, sollevando disgusto in tutto il mondo romano dell’epoca.

Disgusto che si risolve in un ovvio nulla di fatto quando l’imperatrice cristiana insabbia il caso per proteggere la figura del vescovo, probabile mandante.

Molte furono le ragioni che portarono a questo finale.

Ipazia trovò questa punizione per la cultura pagana di cui si faceva portatrice, perché le guerre di religione esistono dall’origine dei tempi.

Fu punita per la mancanza di una famiglia e di un gruppo sociale che la proteggesse, perché da sempre chi è solo è debole di fronte alla violenza della massa.

Fu punita perché donna, quindi priva di quello status naturale di potenza e superiorità che caratterizza il superiore sesso maschile. Almeno da quando gli uomini hanno deciso cosa fosse giusto e cosa sbagliato, cosa bello e cosa brutto, cosa forte e cosa debole.

Ma la potenza della sua storia deriva dal suo amalgamare tutti questi aspetti e superarli come simbolo di libertà.

Una donna colta, pagana, sola, indipendente in una società in guerra che non tollera libertà di pensiero né diversità.

Ipazia non era in guerra, non aveva mire politiche, religiose o sociali di alcun genere e rivendicava esclusivamente la propria libertà in un mondo dove era diventato obbligatorio schierarsi.

Il prefetto o il vescovo? Potere politico o religioso?

Percorreva la sua strada, la sua ricerca personale di cultura e filosofia in un mondo assetato di conflitto.

La guerra determina sempre un vinto ed un vincitore, ma nessuno mai si ricorda di come ogni conflitto uccida il libero pensiero, lo plasmi fino a conformarlo ad uno dei due schieramenti, soffocando e sterilizzando tutto il resto.

Quando non si è più liberi di avere un’opinione propria e fare le proprie scelte senza essere catechizzati.

Se ciò che facciamo ci rende solo giusti o sbagliati e non più “noi stessi”.

Nel momento in cui la libertà di esprimersi è sepolta sotto la dicotomia delle ideologie, allora una società è in guerra.

E prima che con le armi, la guerra si fa con le opinioni e con il pensiero violento.

Con la volontà di convincere altre persone che il loro pensiero è sbagliato e che deve essere corretto.

Che non ha motivo di esistere.

Ed Ipazia non aveva motivo di esistere in un mondo violento che aveva già ucciso ciò che lei rappresentava prima ancora di farla a pezzi.

Ma la sua memoria sopravvive, oggi più che mai.

La sua vita ci ricorda di seguire la nostra strada senza compromessi.

La sua morte si erge attraverso i secoli come un monito indelebile: in guerra, il più grande sconfitto è sempre la libertà.

Ipazia

Niccolò Solini & Mattia Cardini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.