Gabriele Coen: il jazz come anello di congiunzione tra culture ed etnie.

Primo appuntamento della stagione musicale ‘unTubo jazz’ con Gabriele Coen.


Studi, commistioni musicali & culturali, fortunati incontri e politica americana nell’intervista al sassofonista romano.


Inaugurare una stagione è sempre difficile: farlo di venerdì 13 può esserlo ancora di più. Quando entro nel club unTubo, Gabriele Coen e i suoi colleghi (e amici) – Pietro Lussu al pianoforte e Marco Loddo al contrabbasso – stanno finendo il sound-check. Vedere una band provare è sempre un’emozione: l’attenzione al dettaglio, alle sonorità e alla resa finale dell’esibizione è maniacale. Curati tutti i particolari, io e il musicista protagonista della serata possiamo procedere con l’intervista. Maggiore esponente della tradizione musicale ebraica, Gabriele Coen è, a partire dagli anni ‘90, fautore dell’incontro tra jazz e musica etnica, in modo particolare mediterranea e est-europea. Ci sediamo fuori per fare due chiacchiere: il vicoletto illuminato che fa da sfondo è molto suggestivo e la nostra conversazione procede liscia.

Gabriele, iniziamo dicendo che oggi è un giorno un po’ particolare …

(Ride) Giusto, è venerdì 13.

Non sei superstizioso, quindi? Non ti spaventa?

No no, assolutamente! Mi sembra una bella data per aprire la stagione del jazz qui a Siena.

Allora, uRadio si rivolge a un pubblico di studenti a Siena: è un’esperienza che hai vissuto anche tu, giusto?

Sì, è verissimo. Sono infatti molto felice di essere qui: Siena rappresenta la città in cui ho studiato da giovane jazz. Siena jazz è uno dei maggiori riferimenti in questo campo e – nei primi anni ’90 – era forse l’unico riferimento in Italia a livello professionale per questo genere. Poi sono nate altre accademie, è vero, ma quella di Siena resta una realtà  di grande livello con i migliori jazzisti che fanno workshop sia d’estate, sia d’inverno, per cui è un punto di contatto fondamentale. In questo senso, ritornare qui per me è molto piacevole.

Stasera si suona con un gruppo di amici?

Sì, lo sono diventati. Conosco Pietro Lussu dall’ ’87: si può dire che con lui ho mosso i primi passi nel mondo della musica, suonando da ragazzi nelle cantine romane (ride). Marco Loddo, sardo, è invece “sbarcato” a Roma alla fine degli anni novanta. Suoniamo insieme dal 2001, quindi condivido con lui gli ultimi sedici anni del mio percorso. Sento che, in qualche modo, siamo diventati una famiglia.

Il tuo cammino artistico però non si è fermato alla tua “famiglia” italiana, no?

No, ho avuto la possibilità  di respirare l’aria newyorkese! Il mio intento, quando compongo, è quello di coniugare la tradizione sonora ebraica e quella del jazz afro. Per chi suona la mia musica, New York è la città  in cui succedono le cose prima che da altre parti e dove la presenza dell’intellighenzia ebraica è più importante. Basti pensare, ad esempio, a Woody Allen. O ai fratelli Marx, per dire!

E New York ti ha dato la possibilità  di lavorare con John Zorn, una delle figure chiave della musica contemporanea!

Vero: con la Tzadik Records, l’etichetta di Zorn, ho prodotto due album: Awakening e Yiddish Melodies in Jazz. Stasera suoneremo anche un po’ di brani tratti da questi due dischi. Devo dire che il mio incontro con John è stato frutto di una doppietta di “figuracce”: sono andato a sentire un suo concerto e, a esibizione finita, sono andato a presentarmi. Imbarazzatissimo, tiro fuori dalla giacchetta un mio CD e glielo consegno, chiedendogli di ascoltarlo. Mi allontano, sempre più in imbarazzo, e mi accorgo di non avergli lasciato il mio biglietto da visita! Doppia figuraccia: torno indietro e gli lascio il mio numero, convinto che oramai sia abbastanza inutile. Invece, la mattina dopo mi trovo una mail in cui mi propone di pubblicare il disco! Sono andato in vacanza con mia moglie e sono tornato con un contratto – qualcosa che in Italia non potrebbe mai succedere – e addirittura con un assegno in mano!

La tua ultima ‘fatica’ musicale, Sephirot, presenta già  dal titolo quella fusione a cui accennavamo prima. Da dove sei partito?

Sono partito dalle suggestioni della Cabala, il cuore del misticismo ebraico, sostanzialmente l’interpretazione delle dottrine sacre all’insegna del misticismo. In particolare, dal concetto dell’albero della vita: è un elemento che ha similitudini forti anche nella cultura egizia ed irlandese, che prevede dieci principi basilari dello schema del mondo divino, detti appunto Sephirot. Ciascuna Sephirah rappresenta anche una sfera della psicologia umana, racchiudendo insieme micro e macro cosmo. Ad ogni sfera corrisponde addirittura anche una parte del corpo umano: da questo punto di vista, ha elementi di contatto perfino con i chakra indiani.

Come sei riuscito ad inserire la spiritualità dell’albero della vita all’interno del disco?

Nell’albero rientrano dieci centri e, allo stesso modo, nel mio album ci sono dieci pezzi. Ognuno di essi è ispirato alla musica nel suo incontro con altre culture: potrete quindi ascoltare musica che pescherà  nel repertorio dab, altri pezzi hanno influenze balcaniche, una traccia sembra quasi un tango. Insomma, qui la musica ebraica riscopre e incontra tante anime differenti.

Questo lavoro di fusione è un’avventura in cui ti sei lanciato da anni.

Si, la mia passione è proprio questa: fare conoscere musica ebraica, contaminandola con il genere con cui sono cresciuto, il jazz. In questo senso, il mio obiettivo è quello di mettere insieme le due anime per far capire che possono convivere. Ho anche pubblicato un libro, insieme ad Isotta Toso, intitolato appunto “Musica errante. Tra folk e jazz: klezmer e canzone yiddish”, per Stampa Alternativa. Questa voglia di unire più anime si spinge fino al mondo ebraico-spagnolo, con tutto il genere della musica sefardita e altre tradizioni musicali che convivono. Etnie e culture diverse possono trovare un fil rouge con la musica.

E nella tua carriera hai spaziato anche in più campi: dal teatro alla sigle televisive, passando per la settima arte con le sue colonne sonore.

Vero: mi è molto piaciuto, ad esempio, seguire le tournée di Ascanio Celestini: come dicevo prima, trovo che spaziare in tante direzioni sia affascinante. Il teatro è poi lo sbocco naturale del mio lavoro, perché si può raccontare la realtà  anche attraverso l’insieme di musiche e suoni. Più difficile è trovare ingaggi per le colonne sonore. Quando mi è capitato con Notturno bus di Davide Marengo con Giovanna Mezzogiorno e Valerio Mastandrea, mi sono molto divertito.

Chiudiamo con provocazione: la tua musica si appella all’unità  e l’hai in parte prodotta in una nazione, gli USA, che in questo senso sembrano regredire. Hai ancora contatti a New York?

Cerco di tornare ogni due anni: l’ultima volta sono andato nel settembre 2016, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali – fortunatamente prima che vincesse l’attuale presidente -. Il clima elettorale era feroce: ricordo che per strada c’era gente con i fantocci di Trump e di Hillary Clinton. Adesso continuano ad arrivarmi notizie dall’altra parte dell’oceano, tutte piuttosto negative. In particolare, al mio amico Roberto Ottaviano è stata negata la possibilità  entrare negli USA perché un paio di anni fa ha preso parte ad un concerto con alcuni musicisti arabi, mi pare perfino legato all’Unesco. Mi sembra molto triste constatare che l’amministrazione Trump stia creando dei problemi anche a livello culturale.

Grazie del tuo tempo, Gabriele. Ci vediamo dopo, torno a sentirti.

Torni? Mi fa molto piacere.

Gabriele Coen durante l’esibizione.

Chiaramente sono tornato. Il concerto è stato, come era immaginabile, molto emozionante. La musica tocca davvero le corde dell’anima e, in questo caso, di più anime. Più culture. Più tradizioni.

Mattia Barana

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