Il Fiabisfero – Fiabe dalla Campania

Salve a tutti!

Eccoci arrivati al secondo appuntamento con il Fiabisfero, che, lo ricordiamo ai lettori disattenti, è una rubrica che si propone di farvi scoprire alcune tra le più belle favole, antiche e moderne, di tutti i paesi del mondo, in una sorta di viaggio suddiviso per tappe.

Dalle terre della Norvegia, fredde e ammantate di neve, scendiamo a latitudini a noi più consone: è la nostra Italia, infatti, la protagonista della fiaba di questa settimana, e più precisamente la Campania rurale, con la sua sfaccettata tradizione folkloristica.
Dalla splendida raccolta intitolata Fiabe campane (2 voll.) pubblicata da Einaudi nel 1994, frutto di un approfondito lavoro di ricerca sull’argomento condotto dal regista teatrale, musicologo e compositore Roberto de Simone, abbiamo estratto questa novella con protagonista un anziano contadino alle prese con spiriti diabolici.
Se volete scoprire quale sarà la prossima meta segnata sul nostro mappamondo delle fiabe, non vi resta che continuare a seguirci. Il viaggio non si ferma mai.

* * *

Ohimè, mi hanno scottato!

Una volta, ai margini del bosco trovavano asilo quei poveri vecchietti che, non possedendo nulla, abitavano in capanne di paglia.
E in una di tali capanne, per l’appunto, abitava un vecchio che campava alla men peggio raccogliendo erbe selvatiche del bosco, e coltivando un piccolo orticello di patate.
Ma ogni sera, quando cominciava a far buio, gli si presentavano quattro o cinque omoni simili a frati, alti come giganti, con un piede smisurato, e con lunghi mantelli con cappuccio.

Particolare di un’illustrazione dell’artista Gennaro Vallifuoco ispirata ai tarocchi e realizzata per i volumi Einaudi

E gli chiedevano: – Di’ un po’, come ti chiami?
Ed egli rispondeva: – Mi chiamo «Io stesso».
– Come ti chiami?
– Io stesso.
Ogni sera il vecchio preparava il pancotto per la sua cena, ma non poteva mangiarselo in pace, a causa di quegli sgraditi omoni tra i piedi.
– Che canchero ci vengono a fare? – brontolava il vecchio.

Ma poi si avvide che quelli venivano dalla Mefite [1], e capì che non potevano essere nulla di buono, perché lì avevano dimora i diavoli.
Intanto, sera dopo sera, quelli arrivavano, gli si mettevano d’intorno, e gli impedivano di mangiare.

E ripetevano la stessa domanda: – Come ti chiami?
E il vecchio rispondeva: – Io stesso.
Allora, una sera che egli era presso il fuoco per far soffriggere l’aglio nell’olio, fece finta di inciampare, e versò la padella colma d’olio bollente sui piedi di uno di quegli omoni.
E quello prende a gridare: – Ohimè, mi hanno scottato!
E allora gli risposero i suoi compagni dalla Mefite: – Chi mai ti ha scottato? Chi è stato?
– Io stesso! Io stesso!
– Tu sei stato? E prenditela con te stesso! Ora che vuoi?
E da quella sera gli omoni andarono via e non si fecero più vedere per un pezzo.

Poi, come s’è detto, quel vecchietto aveva un orticello, e una volta vi aveva piantato i cavoli. Ma ogni giorno trovava solo i torsoli, ed esclamava: – Porca miseria! È certamente qualche dannata capra che viene a mangiarseli.
Allora una notte si mise di posta, e vide arrivare una capra che subito si buttò a far piazza pulita dei cavoli. Egli tirò fuori lo schioppo, premette il grilletto, tirò un colpo e la ammazzò.
Ma subito dopo si lasciò prendere da dubbi e timori.
– E ora come mi regolo? Chissà a chi appartiene questa capra! E se si accorgono che ad ammazzarla sono stato io? –.

E allora se la caricò in spalla e la portò alla sua capanna. Quindi la mise sul tavolo, la tagliò macellandola a pezzi, e la mise a cuocere in un gran pentolone. Dice: – Conviene che io la cuocia, che la nasconda, e ne mangi un pezzo per volta.
Ma bolliva bolliva, quella capra, e non riusciva a cuocersi. – E quand’è che si cuoce?
Il vecchio ne assaggiò un pezzo per prova, ma la carne era cruda. Allora la lasciò cuocere ancora per un po’, ma ogni tanto gettava lo sguardo in giro nel timore che venisse qualcuno e lo sorprendesse. E intanto la capra seguitava a cuocere nell’acqua bollente.

Egli la assaggiò di nuovo, ma la carne era più dura di prima. Allora esclamò: – Ma questa è diavolo, non è capra!
– E diavolo sono! – gli rispose la capra dal pentolone, e lì per lì le si riunificarono tutti i pezzi.
– Ebbene, eppure ti ho assaggiata! – disse il vecchio. – Un pezzettino di carne tua l’ho mangiato!
– E tu, intanto, pure in spalla mi hai portato! – gli rispose la capra, e nel dirlo saltò fuori dal pentolone e si allontanò di corsa.
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Note: [1] Cioè dagli inferi. Per mefite si intende un’aria malsana, corrotta, irrespirabile.

Ivan Bececco

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