Collapsed in Sunbeams: l’album di debutto di Arlo Parks

Arlo Parks ha vent’anni, è poetessa e cantautrice, vive a Londra. Mezza riga è più che sufficiente a far trapelare l’aura di fascino che aleggia intorno a questa ragazza, quindi non è difficile comprendere il motivo del tanto hype legato all’uscita del suo album di debutto Collapsed in Sunbeams.

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Collapsed in Sunbeams

Erano bastati giusto due EP usciti nel 2019, Super Sad Generation e Sophie, per valerle la nomina di gran madrina internazionale della Generazione Z. L’appellativo non le era proprio andato a genio, ma questo primo album non fa che confermare quanto proposto in precedenza. Di conseguenza il verdetto rimane lo stesso. Arlo Parks regina di noi ventenni di merda.

Musicalmente parlando le tracce si muovono tra nu jazz, soul e funk in perfetto stile nuovo-indie. Al primo ascolto quello che mi è venuto in mente sono le canzoncine di sottofondo ai video degli youtuber che filmano la loro routine giornaliera perfetta del tipo: sveglia alle sei e mezza per fare meditazione e yoga, poi colazione con avocado toast e tisana rivitalizzante. Non a caso nel disco deluxe si trova l’aggiunta di canzoni in versione lo fi lounge. Tutto tremendamente rilassante, leggero, spensierato.
Questo però se ci si ferma alla componente strumentale glissando sul cantato, senza prestare attenzione alle parole.

Nei testi si apre un vero e proprio abisso. La cosa più disarmante è forse il modo in cui questo abisso lo si fa trasparire, ovvero come un perenne stato di silenzio che pervade ogni tipo di relazione interpersonale e finisce per diventare assunto esistenziale. Disarmante perché fa veramente effetto sentire frasi come “I see myself sitting beside you, elbows touching, hurt and terribly quiet” [Mi vedo seduta accanto a te, I gomiti che si toccano, ferita e terribilmente silente], oppure “The air was fragrant and thick with our silence / I held my breath as something deep inside pinched / Never use your words to show you care” [L’aria era fragrante e appesantita dal nostro silenzio / Ho trattenuto il fiato mentre dentro qualcosa bucava / Non usare mai le parole per far vedere che ci tieni] da qualcuno che ha fatto delle parole la propria principale fonte di creatività.

Quello che in sostanza Arlo Parks afferma è che a nulla serve truccarsi gli occhi alla Robert Smith, citare Thom Yorke, leggere Sylvia Plath come molti fanno nei suoi brani, perché tanto non si è capaci di comunicare in modo autentico. Questa incapacità arriva anche su un altro livello: il cantato stesso. Fa venire la pelle d’oca sentire frasi d’arresa totale cantate come se fossero un motivetto da ascensore. Ascoltate il ritornello di For Violet e capirete.

In questo scarto tra il presentarsi in modo conveniente, azzeccato, esteticamente ricercato e l’avere dentro qualcosa che ci marcisce senza sapere cosa sia, o come buttarlo fuori, sta tutto lo specchio di noi ventenni. Arlo Parks costruisce questo specchio con una limpidezza e semplicità che non può che derivare da un talento genuino, quasi inconsapevole.

Di sicuro vedremo questo suo talento maturare, e sinceramente vorrei poter dire lo stesso anche delle nostre capacità introspettive e relazionali. Ma non ne sono per niente sicura.

Traccia preferita: Hurt


Alice Fusai

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