Giallo Giulio Regeni : tra indagini e depistaggi

Oggi ricorre il quinto anniversario della morte di Giulio Regeni. Era il 25 gennaio quando il giovane, di stanza al Cairo, scomparve, venendo ritrovato otto giorni dopo ormai senza vita. Il suo corpo mostrava chiari segni delle torture subite. Chi e per quale motivo lo ha ucciso? Si sono susseguite svariate indagini, depistaggi e false collaborazioni che ci portano ancora oggi, a distanza di cinque anni, a chiedere a gran voce “verità per Giulio Regeni”. Ma andiamo a ripercorrere passo per passo le tappe principali di questo caso per fare chiarezza.



Chi era Giulio Regeni?

Giulio nasce il 15 gennaio del 1988 a Fiumicello in province di Udine. Era un giovane come tanti: amava studiare, viaggiare e conoscere nuove culture, sapeva parlare cinque lingue diverse. Aveva un’ampia cerchia di amici sparsi per tutto il mondo e una fidanzata. Durante il liceo vinse una borsa di studio che lo portò a studiare nel New Mexico, negli Stati Uniti. A Oxford conseguì una laurea a indirizzo umanistico e proseguì con il dottorato a Cambridge.

Giulio aveva la passione per il giornalismo ed è dagli Stati Uniti che aveva iniziato scrivere per il mensile triestino Konrad. Pur essendo spesso fuori dall’Italia, le sue collaborazioni con diverse testate giornalistiche sono proseguite. In alcuni articoli aveva descritto la difficile situazione sindacale dopo la rivoluzione egiziana del 2011. Giulio era un insaziabile curioso ed è forse questa sua curiosità ad aver segnato per sempre il suo destino

Perché si trovava al Cairo?

Giulio si trovava al Cairo per preparare una tesi sui sindacati indipendenti egiziani per conto di Cambridge. Il giovane scelse di studiare i venditori ambulanti per valutare il potenziale del loro sindacato nella guida del cambiamento politico e sociale. Passava le sue giornate a intervistare uomini che cercavano di sopravvivere sui marciapiedi del Cairo. Per ottenere la loro fiducia mangiava dagli stessi carretti sporchi dei suoi interlocutori.

Per lavoro arrivò al Cairo una ragazza ucraina che Giulio aveva conosciuto a Berlino quattro anni prima. I due riallacciarono i rapporti e iniziarono una relazione che proseguì poi a distanza quando la giovane tornò a casa.



Il giorno della scomparsa

Il 25 gennaio non era un giorno qualsiasi per l’Egitto : era il giorno che corrispondeva al quinto anniversario della rivolta di piazza Tahir. Quel giorno il Cairo era quasi totalmente chiuso per motivi di sicurezza. Regeni passò infatti la giornata a casa, lavorando e ascoltando musica, fino a quando la sera decise di uscire. La meta era una festa di compleanno di un suo amico. Alle 19 e 41 mandò un messaggio alla fidanzata : “Sto uscendo”. Non sapeva che quello sarebbe stato il suo ultimo messaggio. La stazione della metropolitana distava solo pochi passi dal suo appartamento ma alle 20:18 Regeni ancora non era arrivato. Uno dei suoi amici italiani iniziò allora a cercarlo con telefonate frenetiche a cui Giulio non rispose.



Il ritrovamento del corpo

La mattina del 3 febbraio l’autista di un pullman, che viaggiava sulla strada del deserto Cairo-Alessandria, notò qualcosa sul ciglio della strada. Quando scese scoprì un corpo nudo dalla vita in giù e cosparso di sangue. Era Regeni. Mostrava chiari segni di percosse, sevizie e torture: la bocca spalancata, i denti scheggiati e rotti, i capelli ricoperti di sangue. Sulla sua pelle emergevano bruciature di sigaretta e ferite profonde sulla schiena. Il lobo dell’orecchio destro era mozzato e le ossa di polsi, spalle e piedi erano frantumate. L’autopsia italiana confermerà poi che Regeni era stato picchiato, bruciato, pugnalato, frustato sulle piante dei piedi fino a quando morì dopo che gli era stato spezzato il collo.



Indagini e depistaggi

In un primo momento, per chiudere il caso, venne concluso dalla gendarmeria  che si trattava di un incidente stradale; Versione da subito smentita dall’autopsia del corpo che appunto non mostrava assolutamente ferite da incidente stradale.

I media ne approfittarono poi per montare titoloni dove si suggeriva che la scomparsa era dovuta ad un delitto d’amore, un gioco sessuale finito male.

Altro tentativo di depistaggio si ebbe il 24 marzo quando la polizia egiziana uccise cinque criminali pregiudicati per reati comuni con l’accusa di essere gli assassini di Giulio. A prova del fatto che si trattasse dei colpevoli, a casa di uno di loro, era stato trovato il suo passaporto. In Italia, la notizia venne accolta con scetticismo (su Twitter cominciò a circolare l’hashtag #noncicredo). Nonostante questo, il depistaggio inizialmente funzionò e gli investigatori italiani lasciarono il Cairo. Solo successivamente venne rivelato, grazie ad indagini, che a portare lì il documento era stato un agente dei servizi segreti civili egiziani.

La non collaborazione della polizia egiziana

Fin dall’inizio ci sono state molte incongruenze sul caso. Dato che il volto era tumefatto, la madre dichiara di aver riconosciuto il figlio solo dalla punta del naso. Viene spontaneo allora chiedersi come avrebbero fatto i poliziotti egiziani a sapere che si trattasse proprio di Regeni; All’epoca infatti i documenti del giovane non erano ancora stati rinvenuti ufficialmente.

I filmati delle telecamere di sorveglianza della metropolitana vicina all’appartamento di Regeni, inoltre, erano stati manomessi.

Infine, vennero respinte le richieste di avere i metadati delle telefonate perché ciò, a detta della polizia egiziana, avrebbe compromesso i diritti costituzionali dei cittadini egiziani



L’indignazione italiana e non solo

Più di 3.000 persone assistettero al funerale di Giulio. Quando emersero i dettagli delle torture subite, l’Italia passò dal lutto all’indignazione. Per le piazze delle città iniziarono a girare striscioni con lo slogan “Verità per Giulio Regeni”. Le pressioni internazionali sugli egiziani crescevano. Una squadra di sette investigatori italiani era ormai arrivata al Cairo per assistere l’indagine egiziana. I giornali italiani avevano inviato al Cairo i loro giornalisti più determinati. Anche l’FBI stava aiutando l’indagine italiana; “Ci fermeremo solo quando avremo trovato la verità, la verità vera, non una verità di comodo.” Disse Renzi ai giornalisti

I genitori di Giulio Regeni
Giulio era ritenuto una spia inglese

I pm italiani ritengono che Giulio sia stato torturato e ucciso perché ritenuto una spia. A venderlo ai servizi segreti civili sembra essere stato Muhammad Abdallah, al vertice del sindacato dei venditori ambulanti. Abdullah era la guida di Regeni : offriva lui consigli e gli presentava uomini da intervistare. Importante per le indagini fu la comparsa del video che ritrae l’incontro tra Giulio e Abdallah, con quest’ultimo che cerca di incastrarlo con una richiesta di denaro.

Giulio a dicembre aveva partecipato ad un incontro di attivisti sindacali durante il quale raccontò ad amici di aver notato una ragazza velata che gli scattava foto con il cellulare. Un’ulteriore prova del fatto che fosse tenuto sotto controllo.

A spazzar via le insinuazioni che il ragazzo fosse una spia sono stati gli accertamenti degli investigatori del Ros. Passando al setaccio i conti bancari del giovane, rivelarono infatti transazioni di modesta entità tipiche di un dottorando con una borsa di studio.



Perché Giulio venne “ucciso come un egiziano”?

Quando Regeni arrivò nel 2015 al Cairo sapeva di essere una persona “scomoda” per il paese. La sua paura era quella di essere obbligato a tornare a Cambridge prima di riuscire a finire la sua ricerca. Si pensava che gli stranieri fossero soggetti a regole diverse e che il suo passaporto lo avrebbe “protetto”. Quale funzionario egiziano ha creduto invece che torturare un straniero fosse una buona idea? Perché lasciare il suo corpo su un’autostrada trafficata, invece di seppellirlo nel deserto? Volevano che fosse ritrovato e a quale scopo?  

Una possibilità è che la morte di Regeni sia stato un messaggio intenzionale per mettere in guardia futuri stranieri intenti a remare contro il regime. Forse l’obiettivo era quello di far capire che sotto al-Sisi, anche un occidentale può essere soggetto agli eccessi più brutali tanto quanto un oppositore  egiziano.  Ovviamente queste sono ipotesi mai accertate ma che trovano fondamento logico nei fatti.



Gli ultimi aggiornamenti e sviluppi sul caso

La svolta nelle indagini arrivò nel dicembre del 2018, quando ebbero inizio delle inchieste a carico di quattro militari egiziani ritenuti responsabili del sequestro di Regeni. Tuttavia, nonostante gli egiziani abbiano ammesso di aver sorvegliato Regeni, hanno sempre insistito di non averlo né rapito né ucciso. Ancora oggi continuano nelle loro operazioni di depistaggio e insabbiamento delle prove. Attualmente le indagini italiane puntano il dito contro questi militari, irrintracciabili, dal momento che l’Egitto si rifiuta di fornire i loro indirizzi. Il procuratore generale egiziano Hamada Al Sawi “esclude ciò che è stato attribuito agli ufficiali della Sicurezza nazionale a proposito di questo caso”.

L’ultimo schiaffo all’Italia è arrivato il 30 novembre scorso. I procuratori egiziani hanno comunicato  di voler chiudere le indagini, attribuendo ufficialmente l’omicidio alla fantomatica banda di criminali deceduti, di cui le indagini italiane hanno già smentito l’autenticità.

Una luce di speranza per la risoluzione del caso arriva da due nuovi testimoni (uno dei due il 7 febbraio 2020 operò all’arresto di Patrick Zaki) che dichiarano di aver assistito al rapimento di Regeni da parte di agenti della National Security. Se confermate, le due testimonianze proverebbero la responsabilità diretta dei servizi segreti egiziani nel rapimento, nella tortura e nell’uccisione di Giulio.



Oggi : Pavia dedica a Giulio Regeni il ciclo di seminari online su Medicina, equità e diritti

Il Collegio Borromeo e l’Università di Pavia hanno organizzato un ciclo interdisciplinare di incontri e seminari dal titolo «Medicina, Equità, Diritti», dedicato a Giulio Regeni. Si articolerà in sei incontri che si terranno online tra marzo e maggio. L’evento inaugurale si terrà oggi 25 gennaio in occasione del quinto anniversario della sua scomparsa. L’obiettivo è «riflettere sulla connessione tra salute e diritti, nella convinzione che la medicina sia anche una ‘scienza sociale e che possa concorrere a tutelare i diritti dei cittadini. La salute è un diritto fondamentale della persona e va garantita, garantendo gli altri diritti fondamentali».


Alice Muti Pizzetti

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