uRadio verso gli Oscar 2017: “La battaglia di Hacksaw Ridge”

La battaglia di Hacksaw Ridge” è un film del 2016 diretto da Mel Gibson. La pellicola racconta la storia vera di Desmond Doss, primo obiettore di coscienza a ricevere la medaglia d’onore. Doss è interpretato da Andrew Garfield. Del cast fanno parte anche Vince Vaughn, Sam Worthington, Luke Bracey, Hugo Weaving, Ryan Corr, Teresa Palmer e Rachel Griffiths.

Il film è stato presentato fuori concorso alla 73ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia ed ha ricevuto sei candidature agli Oscar 2017 (Miglior film, Miglior regia a Mel Gibson, Miglior attore protagonista a Andrew Garfield, Miglior montaggio a John Gilbert, Miglior sonoro, Miglior montaggio sonoro).

uRadio continua la corsa verso gli Oscar insieme a voi, cercando di fornire impressioni sincere sui film in gara. Di seguito i nostri commenti.


Carla Macrì.
“Ciò in cui credi è ciò che sei” è la dichiarazione conclusiva di Desmond T. Doss protagonista del film biografico Hacksaw Ridge. Le sue convinzioni hanno totalmente assorbito le sue forze vitali, indirizzandole nella sola volontà di vederle realizzate. É così che giostra la sua vita un uomo di fede e, per fede, mi riferisco a quella verso se stessi, non solo cristiana come avviene nello straordinario caso del medico di guerra. É proprio questa incontrastabile fede che rende la mente libera, perché capace di disporre di se stessa e di prescindere da ciò che può contaminarla e distruggerla. Tutti i miscredenti e gli anti-cristiani dovrebbero guardare il film per gioire dell’affascinante versione di manifestazione della cieca fede cristiana, fornita da Mel Gibson, per generalizzare da un tale comportamento dogmatico al rispetto ferreo della propria fede qualsiasi essa sia, nonché al rispetto di ciò che si sceglie di essere. Il film è un manifesto della parte bella del cristianesimo. Ciò è dimostrato dalla capacità del protagonista di resistere alle sevizie dei compagni, non rispondendo con violenza e non incriminandoli quando c’era la possibilità; dal sofferto rapporto con il “soldato idiota” che sfocia in una sincera amicizia; dai gratuiti e interminabili aiuti senza la necessità di fare del male per difendersi e dall’incredibile tenacia di badare alla propria vita, in un contesto di guerra, curando vite piuttosto che annientandole. L’atrocità delle scene è una costante nel film: la perfezione con cui sono state girate catapulta lo spettatore nella battaglia stessa facendogli sentire il clima opprimente di una guerra combattuta da soldati disposti a morire pur di non perdere. Ed ecco qui il rovescio della medaglia, il nazionalismo dei soldati di entrambi gli schieramenti, Americani e Giapponesi, è un ulteriore forma di cieca fede che si esplica nella volontà di essere parte integrante di un processo di costruzione e di difesa della potestà del rispettivo stato.
É, quindi, puro estremismo perseguire le convinzioni che si hanno, anche se sono in netto contrasto con il quieto vivere e con un possibile compromesso politico e sociale? Mel Gibson sembra dare una risposta negativa al quesito, volendo lanciare un messaggio di fiducia nel genere umano inteso nel suo complesso di difetti e debolezze, ma pur sempre capace di redimersi e di realizzarsi nella sua piena vocazione.


Nicola Carmignani. Mel Gibson è un maestro nel rappresentare l’orrore ferino della natura umana. Hacksaw Ridge ne è prova ulteriore: nel fazzoletto di poche centinaia di metri su cui infuria la battaglia, fatto di una topografia sconvolta da esplosioni, da mucchi di cadaveri e nascosto in un fumo spesso, il racconto che rischierebbe di risultare caotico e confuso è chiarissimo. Non c’è avanzata fallita o postazione conquistata che il regista non voglia farci apprezzare con nitidezza, creando dai singoli episodi i presupposti per la costruzione del significato complessivo del racconto: la forza degli uomini si costruisce sui gesti e sulla testimonianza delle proprie certezze, portate avanti a fronte di un mondo che, inevitabimente, sovrasta tutto il resto. La scogliera da conquistare è metafora di tutto il cinema gibsoniano, luogo impervio e inospitale dove la natura umana si autodistrugge nell’inconsapevolezza dei suoi scopi e obiettivi, trascinandosi violentemente verso un’apocalisse senza redenzione. Forte è, nella poetica di Gibson, colui che della sua colpa e della sua natura macchiata di peccato fa la sua missione, affrontando il mondo nella certezza di avere convinzioni più salde degli altri e facendosi carico dei fardelli che si trova lungo la via. Con la visione di Mel, quella ultracristiana e criptofascista che lo accompagna da sempre, è risaputo che ci si debba convivere, per apprezzare appieno i suoi film, ma questa volta lo sforzo da fare è tutto sommato accettabile: malgrado l’onnipresente retorica eroistica la faccia da padrona, malgrado il finale del film risenta di un brusco cambio di ritmo, Hacksaw Ridge è un film di guerra riuscitissimo, nella prima metà del quale assistiamo al plasmarsi delle convinzioni dell’obiettore Desmond Doss, messe alla prova nella seconda parte, quella bellica in senso stretto. Il regista dà il meglio di sé nelle sequenze di scontri ravvicinati, dove le forze del bene e del male (per nulla intercambiabili nella visione di Gibson) si urlano la propria furia in faccia e danno vita a quell’homo homini lupus bestiale cui si accennava poco sopra: l’istinto primordiale di sopravvivenza che spinge fino al massacro corpo a corpo tra due fazioni in balia del destino e del mondo. Buona l’interpretazione di Garfield, anche se chi scrive lo ha preferito in Silence, e buone anche le prove di tutti gli altri attori che, seppur compresse in personaggi scritti esclusivamente in funzione del protagonista Doss,  riescono a valorizzare il ruolo che viene loro attribuito dalla sceneggiatura. Probabilmente Hacksaw Ridge non è il miglior film candidato agli Oscar, ma merita la visione in quanto, in una stagione in cui si attende pure il Dunkirk di Nolan, è un ottimo termometro per valutare la qualità del cinema contemporaneo di genere.

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