uRadio verso gli Oscar 2017: Hell or High Water

“Hell or High Water” è un film del 2016 diretto da David Mackenzie, presentato nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes 2016.

I protagonisti del film sono Chris Pine, Ben Foster e Jeff Bridges. La vicenda si sviluppa in Texas, quando due fratelli (uno disoccupato e padre divorziato, l’altro ex detenuto) pianificano e compiono una serie di rapine a piccole banche di provincia per salvare la fattoria di famiglia pignorata dalle banche e nel cui sottosuolo vi è un grande giacimento di petrolio. Un esperto Texas Ranger si mette sulle loro tracce come ultimo caso prima del suo pensionamento.

La pellicola ha ricevuto quattro candidature agli Oscar 2017: Miglior film, Miglior attore non protagonista a Jeff Bridges, Migliore sceneggiatura originale a Taylor Sheridan, Miglior montaggio a Jake Roberts.

Nicola Carmignani. Lo scenario è quello arido della frontiera: lunghe distanze da percorrere, case buttate là nel mezzo del deserto, armi come se piovessero. È in questa rarefazione della civiltà che si snoda “Hell or High Water”, film in cui lo stilema del road movie viene applicato al contesto e agli elementi di un moderno western: il bene e il male che si intrecciano, la frustrata aspirazione a una vita migliore, il denaro come motore delle vicende. Due coppie di personaggi si rincorrono a distanza in un inseguimento tutto mentale di chiacchiere attorno a una birra, pasti nelle tavole calde, notti nei motel: è dall’osservazione di questi momenti tipici della filmografia americana che comprendiamo le loro relazioni, le loro ragioni, i caratteri in gioco. Il lavoro di casting è grandioso, l’aspetto degli attori aderisce come un guanto alle tipologie umane che si intende rappresentare: il personaggio più riuscito è inevitabilmente quello interpretato da Bridges, un irresistibile ranger dalla maschia ironia texana che trascorre le ultime giornate prima della pensione alternando momenti di alta esperienza investigativa ai battibecchi continui con il collega – tutti elementi, questi, che costellano “Hell or High Water” di frammenti di buddy movie -, ma anche il resto del cast fornisce prove più che convincenti.
“Hell or High Water” è un’espressione che si può tradurre come “a ogni costo”, “con le buone o con le cattive”, ed è proprio il contesto della necessità che sospinge tutta la storia: necessità di sopravvivere quale sia il pegno imposto, necessità di non poter essere altro che ciò che si è – emblematici i due fratelli, in tal caso -, necessità, perlomeno, di tentare una fuga dalla prigione sociale che il denaro costruisce attorno a ognuno di noi. Tutti elementi questi che attingono da un altro tipo di film, un altro genere: il dramma familiare e la storia che ne deriva di uno spurio tentativo di riscatto che possa elevare da una situazione problematica – in fondo, una variante sul tema molto americano del self-made man -.
Riassumendo, l’aspetto più interessante di Hell or High Water è l’acuta mescolanza di generi che lo compongono: il contesto western, il dramma familiare e sociale che fa da pretesto per un road movie, la linea narrativa buddy che ammicca all’action comedy, alcuni momenti spietatamente pulp. Tutti elementi questi che confluiscono, dopo un intero film di montaggio incrociato tra due vicende che si alimentano a vicenda, in un faccia a faccia finale che, di nuovo, ha tutti i crismi del western moderno. Per chi scrive, un felicissimo esperimento di contaminazione cinematografica tra generi.


Piero Di Bucchianico. Non c’è niente di nuovo in “Hell or High Water”, niente di nuovo sotto un sole che peraltro sembra deciso a rimanere lì, statico e persistente nello scolpire i volti dei due protagonisti, non senza la compartecipazione di una ruggine che imbratta, sporca e dunque corrompe i loro visi. A completare il quadro vi è ovviamente la sete, conseguenza naturale delle asciutte lande texane che nella loro sconfinatezza tradiscono invece un senso di chiusura, come se le traversate in auto di Toby e Tanner Howard rappresentassero una fuga solo illusoria, un giro a vuoto nel circuito di un contesto sociale in preda ad uno squilibrio in primis valoriale e solo poi economico. È così che la sete (di rivalsa più che di vendetta) diviene inevitabilmente movente di azioni in un certo qual modo giustificate, quasi generate dalla situazione degradante nella quale si trovano i protagonisti, decisi a farsi valere a loro modo perché non gli è concesso fare altro. Se tutto è prosciugato, dalle finanze alle aspirazioni di riscatto, commettere crimini diventa l’unico modo per ritrovare se stessi e dare linfa ai rapporti di sangue, i quali tornano ad essere l’unica cosa che conta, nonostante essi siano ormai inariditi dai dissidi e dal tempo.
Giunge quindi l’ora di chiedere risarcimento a chi si è lasciato indietro tutto e tutti, di farla pagare a quelle banche spudorate che simbolizzano un’economia folle e incurante rapinandole con stratagemmi astuti in modo analogo a quanto fanno queste con le tasche dei risparmiatori: arriva il momento di regolare i conti.
Quella che scrive Taylor Sheridan è una storia che parla di labili confini, di attraversamenti di soglie pericolose, ma la consapevolezza con cui tali delimitazioni etiche e morali vengono affrontate risulta essere risibile e abbozzata, specie se si guarda al precedente Sicario, prova ben più convincente da parte dello sceneggiatore. Reduce dai trascorsi attoriali in tv nelle vesti di sceriffo in Sons Of Anarchy, Sheridan sembra attingere a piene mani da illustri predecessori letterari (e per effetto telesivi nonché cinematografici) non facendo altro che sondare superfici che Cormac McCarthy ed Elmore Leonard avevano ardentemente esplorato. Il western contemporaneo diretto da David Mackenzie paga dunque dazio quando ha la pretesa di essere un Non È Un Paese Per Vecchi per mero calcolo, addizionando elementi laddove i fratelli Coen insegnavano il rimaneggiamento di generi che invece in questa sede vanno e vengono senza amalgamarsi. I fratelli presenti in Hell Or High Water sono invece i personaggi protagonisti, ribelli nei riguardi di un sistema che li ha fatti fuori privandoli di un ruolo e di un’utilità: se il Toby di Chris Pine è tratteggiato sufficientemente, al Tanner di Ben Foster è invece assegnato il ruolo di scheggia impazzita da cui sarebbe stato lecito attendersi qualcosa in più che un’infallibile mira. Insistendo sadicamente nel paragone fra due film di diversa levatura, si attesta come Tanner sia un rappresentante del caos ma non del caso come fu il memorabile Chigurh di Javier Bardem e soprattutto come lo sceriffo di un Jeff Bridges mai così indisponente sia un profetico guascone che dispensa risposte, in contrasto con quello interpretato da Tommy Lee Jones, il quale, arrivando sempre un passo dopo, poteva solo attestare quanto appena avvenuto.
Reduce da clamore e nominations ingiustificate negli States, “Hell Or High Water” sembra adattarsi di più ad una visione on demand casalinga, senza pretese, come quella da noi avvenuta grazie a Netflix: se questo dovesse essere l’approccio, allora si potrebbe quasi apprezzare il maldestro tentativo di imitazione.

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *