“La fine del mondo storto” di Mauro Corona

“La fine del mondo storto” è un romanzo di Mauro Corona, pubblicato da Mondadori nel 2010 e vincitore del prestigioso Premio Bancarella nel 2011.

Il libro propone la ricostruzione di un mondo in cui finiscono le risorse non rinnovabili e l’uomo è costretto a cavarsela da solo, riscoprendo l’antica arte dell’arrangiarsi con il poco che la natura offre, valorizzando così la propria sopravvivenza. In una situazione di difficoltà comune, l’egoismo iniziale lascia spazio ad una comunità migliore di eguali. Non ci sono capi né sottomessi. Tutti hanno lo stesso valore e cooperano in pace e armonia. L’essere umano sarà in grado di mantenere questo status anche in condizioni più favorevoli o cadrà nuovamente vittima del suo istinto  di volere sempre più di ciò che ha?

Fonte: www.leggermente.com

Fonte: www.leggermente.com

Ho sinceramente apprezzato la lettura di questo romanzo che ho letteralmente divorato negli sporadici momenti di pausa tra un impegno e l’altro. Lo stile è scorrevole e accompagna il lettore attraverso una “hobbesiana” riflessione sulla natura dell’uomo.
Ad un livello prettamente strutturale, trovo alquanto intelligente la scelta di capitoli particolarmente brevi che si alternano ad altri leggermente più lunghi. Dopo aver conquistato il lettore, però, ed aver acceso in lui la scintilla della curiosità che spinge a volerne sapere di più, l’autore si concede un finale coronato da due capitoli più ampi, in cui lascia largo sfogo alla sua riflessione sulla natura umana.
Per quanto riguarda il contenuto: l’ipotesi di un giorno, neppur troppo lontano, in cui petrolio e gas finiranno, non è improbabile. Sicuramente non è un tema troppo popolare, ma devo riconoscere che in questo racconto sulla fine del mondo è facile riflettere su un argomento spesso arduo da affrontare.

“La fine del mondo storto” è un libro che invita il lettore a rimboccarsi le maniche e che, almeno per quanto mi riguarda, regala una notevole consapevolezza dei propri limiti e delle perdite che inconsciamente subiamo ogni giorno. Infatti, ciascuno di noi ha ormai dimenticato come ricavare il necessario per vivere direttamente dalla terra. Anche gli agricoltori hanno ceduto alla tecnologia e ai moderni macchinari, a cui ci ritroviamo sempre più assuefatti.
Insomma, una volta letto questo libro, molti saranno spinti a iscriversi a corsi di sopravvivenza allo stato brado!

Attraverso un’analisi più approfondita, al di là dell’evidente riflessione sulla fine del mondo come lo conosciamo oggi, il lettore può apprezzare il contrasto, più volte rimarcato, tra linguaggio e silenzio. Sembra, infatti, che proprio lo scrittore ritenga che nella lingua stessa risieda la scintilla della natura profondamente inetta dell’uomo. Il silenzio invece trova in tutto il racconto una rivalutazione quasi alla stregua di un Dio invisibile, che una volta tradito non può più tornare come prima e genera quindi una ricaduta negli errori del passato.

Tutto sommato è un libro che consiglio ai lettori meno permalosi, avvertendoli però di abituarsi all’appellativo di coglioni spesso utilizzato dall’autore, anche perché, riflettendoci con una buona dose di capacità autocritica, è proprio quel che siamo.

Silvia Terreni

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