Santiago, Italia di Nanni Moretti: la pena di tutti

A tre anni di distanza da Mia madre, Nanni Moretti torna sugli schermi con Santiago, Italia, un docu-film che rappresenta un unicum all’interno dell’ormai quarantennale produzione cinematografica del regista di Brunico.

Un racconto di speranze represse

Abbandonata per un attimo la fertile ed ambigua dialettica tra finzione e autobiografia, che da sempre informa peculiarmente le pellicole di Moretti, in Santiago, Italia l’obiettivo della cinepresa è puntato sul racconto di un evento storico, il golpe di Pinochet del 1973 in Cile, le cui tragiche conseguenze si riflettono tuttora non solo sui volti di chi quel giorno a Santiago era presente ed è stato poi costretto a fuggire, consegnandosi di fatto a un esilio forzato, ma anche sulle speranze nostalgiche di chi non può che provare ammirazione e rammarico per quell’esperimento socialista e democratico, incarnato nella figura di Salvador Allende, distrutto con la forza e la brutalità delle armi, estirpato con le repressioni feroci della dittatura, i cui frutti non saremo mai in grado di cogliere.

Salvador Allende e Fidel Castro.

Un film binario

Ecco perché Santiago, Italia deve essere considerato contemporaneamente un film politico (che il regista però definirà nella trasmissione Che tempo che fa del 2 dicembre 2018 “una semplice storia umana la cui narrazione appare ai più per paradosso chissà quale gesto politico”) – in linea con le tendenze etico-sociali caratteristiche della riflessione cinematografica morettiana – e un film intimista, raccolto, che rinuncia ai toni forti e gridati della denuncia per assecondare una via maggiormente introspettiva. Attraverso uno sviluppo narrativo binario che fa la spola tra Santiago e l’Italia, la lucida fotografia di quel terribile squarcio di passato non rimane incorniciata e  chiusa entro i confini di una rievocazione fine a se stessa, ma si attualizza, parla al presente, declinando motivi e ideali d’accoglienza e solidarietà che sembrano essere a poco a poco svaniti decennio dopo decennio. 

Una delle testimoni all’epoca rifugiata e oppositrice al regime
 del generale Pinochet.

Un narratore eterodiegetico

Moretti marginalizza la propria voce autoriale, eccetto per qualche estemporanea battuta autoreferenziale (“io non sono imparziale”), preferendo vestire i panni del testimone, abile traghettatore dei ricordi altrui, senza però mai rinunciare alla propria impronta, mediata dalla distanza necessaria a cui è d’obbligo sottoporsi per inglobare nel racconto tutte le parti, i frammenti e le sfumature necessarie per poterlo davvero comprendere con sguardo lucido e senza cedere ad eccessivi sensazionalismi. La connessione empatica che si viene a creare inevitabilmente tra il pubblico e gli intervistati si attua grazie all’impostazione registica di Moretti, che privilegia le voci e i volti alle immagini di repertorio, alle fonti documentaristiche, di certo fondamentali, ma che vengono utilizzate con parsimonia.

La copertina del film.

La pena di uno, la pena di tutti

È così che Moretti confeziona un docu-film che va oltre gli stereotipi del genere, in cui a emergere sono le ferite insanabili derivate da una condizione di disappartenenza coercitiva, i rimpianti ancora pulsanti di chi aveva creduto davvero alla riuscita di quel modo diverso d’intendere la politica e la res publica, ma anche i gesti e le disposizioni eroiche ed encomiabili dell’ambasciata italiana a Santiago, divenuta subito rifugio per migliaia di ricercati ed unico spazio possibile da cui poter pensare ed accedere ad un futuro lontano ma democratico.

Dando vita a una carica emotiva ed espressiva la cui tensione diventa ben presto magnetica, Santiago, Italia, racconto mai passivo di un 11 Settembre non meno drammatico di quello ben più famoso, vince la propria sfida, ricordando agli spettatori che la pena di uno è sempre la pena di tutti.

La copertina di Venerdì di Repubblica del 29 novembre dedicata a Nanni Moretti.

Abbiamo sempre pensato di essere ricchi per il fatto di avere due identità nazionali. Io sono cilena per nascita e il Cile mi ha trattata da patrigno, invece l’Italia è stata una madre generosa e solidale.


Claudia Costanzo.

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