Romolo + Giuly. Una risata non troppo originale

Iniziamo questa nuova rubrica di “recensioni oneste”, ovvero recensioni senza peli sulla lingua né sullo stomaco, con una chicca tutta made in Rome.


Siamo a Roma, anzi a Roma Sud, perché nella serie la Capitale è una città distopica, divisa come Berlino Ovest ed Est o la New York del film di John Carpenter, con due famiglie a governare il tutto: i Montacchi, vorgari, bifolchi e magnaccioni, e Copulati, tutti chic e arrivisti.

Amore e pajata

Romolo Montacchi è il figlio di un boss locale, Arfio Montacchi, un padre violento, coatto e feroce, che cerca di educarlo al comando come può. Impresa difficile: come prima scena lo troviamo a farsi psicanalizzare, e a cercare un senso alla sua esistenza romanesca, da uno strambo psicanalista/barista/personal trainer nella spiaggia di Ostia.

Nel mentre a Roma si celebra il funerale mancato dell’ultimo garibaldino (175 anni!); ed è mancato per colpa di un gabbiano, che se lo porta con le sue zampe, con tanto di narratore onnisciente e metanarrativo a descriverlo con faciloneria come simbolo dell’Italia che scompare, eccetera.

A quel funerale ci sta la famiglia di Massimo Copulati, padrone di Roma Nord, terra di castelli, filippini, apericene e pippajoli estremi (riescono a confondere il bicarbonato per cocaina). Protagonista della situazione è la figlia, Giuly, promessa sposa del candidato sindaco Giangi Peterzoli.

A rovinare questo matrimonio arrivano i Montacchi. Papà Arfio vuole rovinare la festa ai Copulati, colpevoli della candidatura di Peterzoli alle amministrative, e manda il figlio e i suoi amici in veste “pariolina”. Peccato che in quel frangente grottesco e ridicolo, i due rampolli si innamorano: Romolo Montacchi e Giuly Copulati.

E il resto va da sé: sta roba si regge poco in piedi.

Intanto a Napoli abbiamo Don Alfonso Borbonico, esteta, mammone ed elegantissimo camorrista che desidera far rinascere il Regno de Borboni, con mamma al fianco. Perciò si fa convincere ad andare a Milano, all’attenzione del signor Giorgio Mastrota, celebre venditore di materassi Numero Uno in Italia, nonché massone appartenente alla Centrale del Male, una congrega di nordici interessati al dominio dell’Italia e alla rovina della Terronia, Roma.

Con una Guerra Mondiale Italiana!

Con un mancato pupazzo Uan cocainomane e nevrotico, Tciù.

E con un proto-leghista semi-analfabetaTeodorico Fumagalli, orco boia!

Annamo co’a recensione

Allora, che si può dire di questa serie tv, originale ma abbastanza mancata? A parte i rimandi miseri al Bardo, che rimane se non qualche buona intuizione e un delirio di microstorie e ritratti caricaturiali? Certo, non è male l’idea di prendere in giro il tema delle cospirazioni (caro alla cultura statunitense) attraverso le stramberie “a tarallucci e vino”. Così come il voler parodizzare le sceneggiate sul potere su Sky (Gomorra, il Trono di Spade, The Pope…) sempre “a tarallucci e vino” (…ma con un Don pittorucolo, vichinghi padani, e un papa hipster – e no, non è una bestemmia…). Oppure fare gli sfottò, altrettanto originali, contro hipster, coatti, leghisti populisti, social media e terroni al Nord (come se tutti gli “stranieri” siano costretti a dire figa o inglesismi…).

Che rimane? Un mucchio selvaggio, che da questa prima stagione non regala un granché. Basti pensare all’arrampicata sugli specchi riguardo alla presunta “satira”, che non c’è, o al voler sostenere i comici youtubers, anche loro molto originali a ripresentare il loro repertorio originale (le Coliche, con la roba ormai trita e ritrita del Mosile; il cinismo non richiesto di Educazione Cinica).

Malgrado la trama scema, gli attori sanno davvero fare il loro lavoro. Come Federico Pacifici nel ruolo di Arfio Montacchi, bravo, sicuro, violento e comicissimo. O la moglie Anna Montacchi, Lidia Vitale, energica e possente anche per le scene tragiche (le più riuscite). E soprattutto Fortunato Cerlino, Don Alfonso, uno spettacolo nella parodia perfetta e azzeccata del suo richiamo a Gomorra, Don Pietro Savastano. Ma gli attori possono fare poco, se poi vengono rovinati dalla mentalità superficiale e stereotipata degli autori della serie.

Perché è anche questo il problema di tutta la serie.

Roba originale

Essere originale significa non abusare di stereotipi, e di richiami. Richiami di per sé fin troppo evidenti e confusi, se si pensa che certa “critica” ha associato i loro sketch ai Monty Python, e ai Griffin…così come quelli effettivi, come la cura Lodovicola madeleine proustianaStreet Fighters… Originali, certo: chi li ha mai portati nella televisione italiana prima?

Ma questo basta? Per un nerd senza troppe pretese, a cui basterebbero i camei come quello del toscano Panariello o di Francesco Pannofino (unico rimando sprecato alla leggenda di Boris), sì.

Per lo spettatore medio, no. Uno stereotipo si attacca, si corregge, si deforma e si fa il cazzo che ci pare (con onestà intellettuale, ovviamente!). Uno stereotipo non lo si ab/usa per ottenere qualche risata facile e poi rimetterlo apposto con due smorfie e due imbellettamenti.

Insomma, abbiamo una serie che a prima vista ha ritmo, stile, una presenza ben diversa dal panorama nazionale. E questo è bene. Ma se dopo l’episodio pilota si beccano tutti ‘sti difetti, queste limitazioni e queste occasioni perse nel raccontare davvero qualcosa di diverso dall’ordinario…

…ecco, questo è male.

Possono prendere in giro i maniaci del baffo e dei risvoltini (hispter). Peccato che con la maniacalità del citazionismo sono vuoti non meno di loro…


Niccolò Mencucci

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