Rancore e Claver Gold portano il rap ai Rinnovati

Il teatro come edificio è un luogo di culto. È una cosa seria e difficilmente tollera sovrapposizioni di stili (come quella avvenuta lo scorso 27 marzo). Mentre però il pubblico del penultimo appuntamento di Rinnòvati Rinnovati era più adulto, più serio e quindi anche più sdegnoso, quello accorso ad ascoltare Rancore e Claver Gold era composto principalmente da giovani e giovanissimi. Una pletora di ragazzi che ha invaso il Teatro dei Rinnovati con la loro confusione, la loro indecenza e il loro entusiasmo.

Io non ero da meno, benché, relegata nel secondo ordine di palchi, vicinissima alla barcaccia, mi sentissi un po’ isolata. Per di più ero forse l’unica a occupare da sola un intero palco. Ho visto il teatro riempirsi d’aspettativa e di elettricità. Il rap è un genere a me assolutamente sconosciuto; so però qual è la carica che trascina con sé, ed ero sicura che quella carica si sarebbe riversata sul palco.

Warm up

A riscaldare la serata è stato Claver Gold con la sua crew. Il suo rap era oscuro, con qualche ascendenza americana, dalle basi semplici e ripetitive. Il rapper si è detto stupito di trovare un teatro così tranquillo. D’altronde era impossibile dare sfogo a qualsiasi cosa: al minimo movimento fuori posto una maschera accorreva, e a ragione, a fermarti. Il teatro come edificio ha delle regole dalle quali non può prescindere nemmeno il rap, genere nato in strada e che quindi, in teoria, non offre né richiede direttive. Claver Gold ci ha portati esattamente in quell’atmosfera, anche un po’ stereotipata.

Claver Gold

L’apertura del concerto è durata forse troppo poco: ero curiosa di sentire ancora quei ritmi semplici e quei testi cupi, graffianti. Ma ero anche emozionata all’idea di sentir cantare Rancore, di cui conosco soltanto due canzoni. Claver Gold ha salutato la folla adorante, che lo ha applaudito e acclamato. Coloro che stavano nel palchetto si erano immediatamente alzati in piedi nel tentativo di ballare come se fossero sul marciapiede e non costretti tra le pareti di velluto verde.

Musica per bambini un po’ cresciuti

Ma cosa sono quei cubi coperti da dei teli neri? Un addetto svela velocemente il segreto: sono cubi giocattolo con delle lettere che formavano il nome del rapper. Beh, Rancore presenta il suo ultimo disco, Musica per bambiniTre musicisti mascherati si sono posizionati ai loro strumenti nel buio più completo. Una voce registrata ha iniziato a recitare meccanicamente delle frasi che non riuscivo a comprendere, mentre i tre accendevano le proprie maschere, che si rivelavano essere un incrocio tra Jack Skellington e uno spaventapasseri. Ma ecco che, improvvisamente, Rancore fa la sua apparizione tra gli applausi e i fischi. L’energia ha appena iniziato a crescere e difficilmente verrà fermata.

Rancore mi ha stregata. Si muove sul palco con grande sicurezza, cantando a pieni polmoni senza fatica. Introduce le canzoni grazie a piccole storielle che raccontano il processo di scrittura del disco, il rapporto con la musica e la sua vita personale. Gioca con il pubblico invitandolo a cantare, a battere le mani, ad accendere gli accendini “perché tanto stiamo a teatro, non piglia fuoco niente”. Gli effetti visivi sono stranianti: regolarmente torna la voce metallica iniziale che invita ad acquistare i giocattoli e a lasciare che controllino la nostra mente; i suoi videoclip si alternano con immagini di giocattoli di latta che bruciano e si sciolgono. Le luci illuminano il pubblico in visibilio, incontenibile. A gran voce chiedono determinate canzoni, lo acclamano, rispondono alle sue domande.

Persino quelle che all’apparenza possono sembrare delle dolci ballate sono canzoni disilluse sul tempo, sulla fine dell’amore e la sua inutilità, sulla depressione. Rancore vaglia ogni esperienza umana, non mancando di dissacrare dei mostri sacri come l’infanzia e le favole. La sua è una musica per bambini, sì, ma bambini ormai cresciuti, che invece di giocare con i pupazzi giocano con i rossetti e le sigarette.

L’ultima riflessione è dedicata al padre e alla propria vocazione artistica. Il padre gli raccontò un giorno come uscire da un labirinto; per il futuro rapper, però, non poteva esisterne uno vero. Con la scomparsa del padre Rancore ha identificato il foglio bianco con il vuoto che portava dentro, e quel foglio bianco è diventato un muro, poi un castello, poi un labirinto. Un labirinto di carta. L’unico modo che aveva per uscirne era seguire il consiglio del padre: poggiare la mano sul muro e non toglierla mai, e quindi scrivere e non smettere mai, nemmeno quando finiscono le parole, nemmeno quando non acquistano più un senso. Durante l’ultima canzone non ci sono state regole, né limitazioni. Il luogo di culto è diventata finalmente una music hall.

Rancore e il suo pubblico

Non pensavo che sarebbe arrivato il giorno in cui avrei recensito un concerto rap; non so, quindi, come concludere. Posso solo ringraziare Rancore e Claver Gold per avermi aperto una finestra sul loro mondo. Chissà, da questo concerto potrebbe scaturire una delle mie proverbiali fissazioni…


Federica Pisacane.

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