Il Quartetto Brentano ci regala il miglior concerto della stagione

Siamo stati troppo tempo senza un concerto della stagione Micat in Vertice: la pausa natalizia è durata fino a ieri, venerdì 18 gennaio. Il silenzio è stato rotto dal Quartetto Brentano, una delle più celebri formazioni cameristiche al mondo, con un programma che raccoglie due capisaldi della letteratura quartettistica: il Quartetto n. 32 “Sonnenquartett n. 2” di Haydn (1772) e il Quartetto n. 5 di Mendelssohn (1838). Al centro trovano spazio Soft Power di Aucoin (2018) ed Elegy di Carter (1943).

Il Quartetto Brentano. Foto di Juergen Frank

Il Salone dei concerti era insolitamente pieno, segno che molti altri appassionati avevano sentito la mancanza della stagione. Oltre alla solita pletora di signori di mezza età si poteva osservare anche un nutrito gruppo di giovani, che hanno sicuramente approfittato dei biglietti offerti dall’Università per Stranieri. Li ho osservati leggermente distaccata mentre sghignazzavano tra le chiacchiere, in attesa del concerto, chiedendomi, in un modo un po’ classista che mi ha disgustata, se avessero continuato a ridacchiare anche durante il concerto. Spoiler: lo avrebbero fatto.

L’entrata degli artisti ha sempre il suo fascino, perché in quel breve lasso di tempo tra l’ingresso e il prendere posizione i quattro musicisti sono persone assolutamente normali che tengono in mano uno strumento in legno. Nessuno di noi in sala sa cosa succederà dall’istante immediatamente successivo, quando alzeranno gli archetti e inizieranno a suonare; possiamo avere un’idea, certo, perché in fondo il Quartetto Brentano non è l’ultimo sulla piazza, ma non riusciremmo mai ad anticipare ogni singolo momento. Forse è proprio questa la magia di un concerto dal vivo: la musica nasce e muore lì, senza possibilità di replica.

Il più classico dei classici

Il Quartetto di Haydn è un brano solido, perfettamente consapevole di essere una pietra miliare, e il Quartetto Brentano evidenzia il suo essere un dialogo a quattro. Ai tempi di Haydn le due voci principali (i due violini) raccontavano la storia, mentre le due voci più basse (la viola e il violoncello) si limitavano ad accompagnare. Con questo quartetto cambia tutto: solo l’inizio del primo movimento, con il solo di violoncello, è un’enorme rivoluzione. L’impressione rimane comunque quella di una raffinatissima cena di gala, disturbata, appunto, dalle continue risatine a un metro da me. Ma di questo, come sempre, ne parleremo dopo.

Da sinistra: Misha Amory (viola), Serena Canin (violino), Nina Lee (violoncello), Mark Steinberg (violino). Foto di Juergen Frank

Il momento rituale

Un’improvvisa inversione di tendenza ci porta nella più piena contemporaneità con Soft Power, commissionato dal Quartetto Brentano. Lo stacco è notevole, l’atmosfera completamente diversa, ma il Quartetto mantiene la ieraticità che gli è propria, creando un’atmosfera primordiale. Il momento è mistico: questo brano è talmente recente da non avere ancora nemmeno una registrazione su YouTube e quindi qualsiasi cosa ascoltiamo sarà irripetibile. Elegy di Carter è un addio alla musica classica per salutare il nuovo; non dimentichiamoci però dell’anno in cui è stato composto, il 1943, anno di svolta nella storia. E il Quartetto Brentano ci conduce in un altro viaggio, stavolta più intimista, quasi nostalgico.

Dall’interno all’esterno

Con Mendelssohn si torna parzialmente indietro: dalla libertà contemporanea si torna alla rigidità classica. Da che stavamo vagando in uno spazio primordiale dove tutto deve ancora essere costruito e inventato veniamo catapultati in un ricevimento di gala con ospiti illustri e un intrattenimento raffinato. Ascoltando il Quartetto Brentano mi chiedo come sia possibile trovarsi a dover ignorare una tale forza espressiva per concentrarsi su chiacchiere da bar che escono dalla bocca di una signora impellicciata e dal di lei marito in frac e Martini. Il lungo applauso è più che meritato: questo è, per ora, il miglior concerto della stagione.

L’arte come consumo

E arriviamo al fatidico gruppetto di clown. Come ben sapete sono assolutamente favorevole all’allargamento del pubblico e porto avanti con convinzione l’idea della democrazia artistica. Ma è anche vero che non è necessario assistere alla “Grande Arte” con l’intento di lavarsi la coscienza e fingere di essere più acculturati, più altolocati, più chic. Se si assiste a un concerto del genere ridacchiando e facendo filmati (come l’intera ultima fila sulla destra) si esce dal salone esattamente come si era prima di entrarvi: un guscio vuoto, privo di profondità intellettuale e di curiosità. Questo non è lo scopo di assistere a un concerto. Ma forse sono io la classista (e me ne dispiaccio) e probabilmente sto dando troppa importanza alla cosa. Ciascuno è libero di fare ciò che vuole, o no?


Federica Pisacane.

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