Macchine mortali. Un film distopico

Prima di iniziare la recensione vorrei soffermarmi sulla parola distopia/distopico: per la Treccani si parla di “previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi“. 

Ecco, oltre a essere il tema del film, è anche la qualità del film: un film distopico

Enemy of London

In un futuro post-apocalittico distopico non meglio definito, dopo una micro-guerra infernale durata sessanta minuti a base di armi quantistiche, le civiltà si limitano a errare sulla terra, devastata anche dalla rottura della crosta terrestre, su ciclopiche metropoli mobili, in cerca di altre città motrici da inglobare al suo interno, per ottenere le loro risorse, umane e materiali. 

Nella gigantesca Londra errante, sotto il governo del sindaco Magnus Crome (Patrick Malahide), l’archeologo Thaddeus Valentine (Hugo Weaving) si prodiga, a inizio film, a catturare una delle città in fuga, per ottenere materiale necessario per risanare temporaneamente la città, costantemente in crisi, soprattutto a livello energetico.

Lo stesso Thaddeus sta cercando un modo per risolvere il problema, assieme a sua figlia Katherine (Leila George) e all’amico di lei, nonché protagonista, Tom Natsworthy (Robert Sheedan), un londinese orfano,
aviatore mancato e ora prodigo archeologo

Lo stesso Tom, durante un sopralluogo in cerca di reperti del periodo pre-bellico, si ritrova ad assistere all’agguato teso da Hester Shew (Hera Hilmar) contro Thaddeus, “per Shan Guo; e per sua madre”. Nell’inseguimento, Hester viene proiettata fuori dalla città, pur di non farsi catturare dalla polizia londinese, lasciando Tom a chiedere informazioni a Thaddeus. Ottiene come risposta un bel calcio, e finisce proiettato come Hester nella Grande Radura di Caccia, praticamente il continente eurasiatico allo stato brado.

CGI, umorismo e battaglie

Partiamo con le note positive. A livello di CGI (Computer-Generated Imagery) il film è eccellente: alta definizione delle costruzioni, particolarità degli effetti di luce e ombra, incredibile livello di dettaglio dei visi digitalizzati (come la maschera di Shrike, l’uomo Rinato nonché Terminator d’ultima generazione).

Diciamo che a livello visivo il film non smette di sorprendere, così come nel trucco e nelle scenografie fisiche (e non digitali, cioè quelle basate sul Chroma Key e sul Green Screen). 

Inoltre il leggero umorismo del film è piacevole – e dico leggero perché sorprende solo a pizzichi, in stile english humour, senza troppo incidere né scardinare. Come quando tratta da reperti gli attualissimi iPhone, i tostapani e i Twinkies (una merendina fresca anche dopo mille anni; se non è un product placement questo…) e come antiche divinità del passato i Minions.

Una bella menzione andrebbe per i combattimenti: ben fatti, dinamici e senza sbavature; una bella dose di adrenalina quando serviva. Perché tra queste scenette il resto è un colabrodo.

Buchi, buchi, BUCHI!

Non. Funziona. Nulla.

Lo dico con molta franchezza: questo è il classico film che, tentando la formula del blockbuster – e sottolineo “tentando”, perché al momento è un flop al botteghino (42,3 milioni di incassi contro i 100-150 milioni di costi) – cerca di compiacere il pubblico con una storia spettacolare a livello visivo ma mortalmente carente a livello di sceneggiatura. Ed è carente proprio per il fatto di mettere su carta situazioni, script, cliché e robe a caso, come l’elemento distopico, che gode di un grande rispetto e una grande tradizione (per citare alcuni autori, Huxley, Orwell, Dick, Asimov, Verne, Atwood…), e la guerra (dopo mille anni riescono a trovare i materiali necessari per ricostruire un’arma di distruzione di massa; manco fosse One Piece…). 

La maggior parte dei personaggi sono inutili. E dovrei dire peggio di inutili, ma alcuni funzionano malgrado tutto.

I migliori sono Shrike (Stephen Lang) e Anna Fang (Jihae). Anche se brevi, quasi camei, sono efficaci nel colabrodo della trama, e dalla personalità molto forte; in più hanno un passato decisamente più interessante di quella congrega di orfani come il resto degli altri personaggi.  È quasi una pena dover seguire i protagonisti di una storia sapendo che fanno pena proprio, e dover gustarsi per pochi minuti dei personaggi validi. 

Hollywood, Hollywood

Ovviamente il problema non è relativo agli attori: recitare sanno recitare, e bene o male il doppiaggio in italiano copre eventuali difetti ravvisabili nell’originale. Però uno attento, o bene o male con una cultura media, sa riconoscere se, malgrado l’abilità dell’attore, l’opera fa schifo o meno. E dato il vuoto di ieri sera al cinema, devo presumere che questo film non si discosti tanto da quanto criticato su Rotten Tomatoes: 29% di recensioni positive, con una media di 5 decimi. Niente male per un film prodotto da Peter Jackson, il mostro sacro della trilogia tolkieniana, eh?

Diciamoci la verità: oramai la qualità si sta allontanando dal cinema. Oramai il meglio è nelle serie tv, nelle miniserie, o nei film a puntate; insomma su Netflix (scusate per la pubblicità…).

Per tornare all’utopia, cosa sarebbe utopico? Un film in cui coniugare effetti spettacolari e sceneggiatura da urlo, no? Peter Jackson c’è riuscito, tra il 2000 e il 2003, con la trilogia del Signore degli Anelli. Però che è successo dopo? Che si è preferito pompare la storia con le immagini invece che con la trama. E che cosa si ottiene? Che quelli con la sceneggiatura valida, non avendo però un altrettanto valido comparto grafico, vengono bistrattate (un esempio a me caro è “Syneddoche, New York“, praticamente l’8 1/2 americano), lasciando divagare la mania dei supereroi(nomani) Avengers e Marvel, che in fatto di trama fanno ridere come pochi. 

Stiamo vivendo un cinema distopico: invece di svilupparsi nella strada teorizzata, si va verso il delirio. Certo, andrebbe approfondito, e sarebbe il caso. E non giocarsi la carta della nostalgia-portami-via, come fanno in molti. Come Paolo Virzi con Notti magiche. Anche quello, una merda. 


Niccolò Mencucci.

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