La legge 194 sull’aborto: la situazione 42 anni dopo

Nel mondo, il 25% delle gravidanze termina con un aborto indotto. In questa percentuale, 25 milioni sono aborti clandestini; 7 milioni di donne nei paesi in via di sviluppo muoiono per complicanze derivate da un aborto praticato in condizioni rischiose. La spesa sostenuta annualmente per curare queste complicanze è di 553 milioni di dollari.

Come si possono ridurre questi numeri? Con l’educazione sessuale, l’uso dei contraccettivi, ma soprattutto con una legislazione favorevole all’interruzione volontaria di gravidanza.


PRIMA DELLA LEGGE SULL’ABORTO

In Italia questa legge è arrivata il 22 maggio 1978. Prima di questa data, l’aborto (o, per meglio dire, l’interruzione volontaria di gravidanza) era considerato, dal Codice penale del 1930, un reato “contro l’integrità e la sanità della stirpe”.

La reclusione andava da un minimo di sei mesi a un massimo di dodici anni a seconda del reato commesso: istigazione all’aborto, pratica su una donna non consenziente, su una consenziente, su se stesse. In caso di lesioni o morte della donna le pene erano inasprite, ma erano diminuite dalla metà ai due terzi se ciò avveniva per “salvare l’onore proprio o quello di un prossimo congiunto”.


LA LEGGE 194: CHI E PERCHÉ

Nel 1975 questa questione raggiunge l’opinione pubblica con l’arresto del segretario del Partito Radicale Gianfranco Spadaccia, della segretaria del Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto Adele Faccio e della militante radicale Emma Bonino, tutti autodenunciatisi per il reato di aborto.

La campagna abortista fu portata avanti sull’onda della rivoluzione culturale e sessuale che stava avvenendo durante gli anni Settanta. Il dibattito raggiunse anche la politica, con il Partito Radicale, i partiti laici, i socialisti e i comunisti a favore dell’aborto; MSI e DC (partito, quest’ultimo, di maggioranza) erano contrari.

Adele Faccio ed Emma Bonino durante una manifestazione (fonte)

Nel 1978 arrivò finalmente una legge (citata generalmente come “la 194”) che consente alla donna di interrompere la gravidanza in una struttura pubblica entro i primi novanta giorni di gestazione (e tra il quarto e il quinto mese solo per motivi terapeutici). La stessa legge, inoltre, istituisce i consultori, che hanno il dovere di informare la gestante circa i suoi diritti e i servizi di cui può usufruire. I ginecologi, infine, possono avvalersi dell’obiezione di coscienza se ritiene la pratica abortiva contraria alle sue convinzioni etiche, morali e religiose. Il SSN è in ogni caso tenuto ad assicurare che l’interruzione volontaria di gravidanza possa svolgersi nelle varie strutture deputate, quindi è tenuto a supplire all’eventuale carenza di personale derivata dall’obiezione di coscienza.

Fin qui non c’è nulla di strano né di preoccupante. Secondo la legge, l’aborto non può essere usato come un metodo di controllo delle nascite; quindi, in un mondo ideale, l’interruzione volontaria di gravidanza viene scelta in extremis nel caso non sia possibile utilizzare dei metodi contraccettivi.

La donna viene assistita sia psicologicamente sia clinicamente dall’ospedale o dal poliambulatorio, che le permette di avere un’interruzione di gravidanza senza rischi; se il ginecologo è obiettore, si chiama un altro specialista.


OBIEZIONE DI COSCIENZA

Nel 2016, il 70,9% dei ginecologi era obiettore di coscienza, così come il 48,8% degli anestetisti e il 44% del personale non medico. Questi dati sono dello stesso Ministero della Salute. Le percentuali di obiezione più alte si trovano al sud, ma il nord non è da meno. Nel 2016 gli obiettori di coscienza nella provincia autonoma di Bolzano rappresentavano il 92,9% del personale. Il record è comunque detenuto dal Molise, con il 93,3%.

È evidente che il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza è sì garantito dalla legge, ma non applicabile così facilmente. Con queste percentuali la lista d’attesa per un’interruzione volontaria di gravidanza è talmente lunga che a volte rischia di far superare alla gestante il limite dei novanta giorni imposto dalla legge.


IL PRINCIPALE OPPOSITORE ALL’IVG

La principale avversaria della legge a favore dell’aborto è la Chiesa. Secondo il cristianesimo, infatti, la vita inizia con la fecondazione, quindi l’aborto è un omicidio. La Chiesa, per inciso, è contraria anche a qualsiasi forma di metodo contraccettivo, tranne la contraccezione naturale (non avere rapporti sessuali durante il periodo fertile). Un bambino è un dono di Dio, non importa se è stato generato in seguito a uno stupro, per esempio.

È giusto che chiunque abbia la propria opinione, ma è necessario anche che si rispetti il diritto all’autodeterminazione di una donna. È lei, infatti, che porta avanti la gravidanza, e deve avere la possibilità di scegliere cosa è meglio per lei.

La legge 194 non prevede l’aborto di un feto già formato se non per motivi terapeutici, lo ricordiamo.


UNA QUESTIONE POLITICA

Tra gli oppositori all’aborto non troviamo solo le gerarchie ecclesiastiche, ma anche politici e personalità di stampo conservatore (soprattutto di estrema destra) che, probabilmente spaventati dai cambiamenti sociali che sono avvenuti e che avverranno, tentano in tutti i modi di ostacolare il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza.

Verrebbe immediatamente da pensare ai paesi islamici o a qualche tipo di fondamentalismo, senza pensare che episodi di intolleranza e di conservatorismo sono molto più vicini di quanto pensiamo. Poco più di un mese fa il governo polacco ha cercato di inasprire ulteriormente la legge che regola l’aborto (è possibile, infatti, solo in tre casi: pericolo di vita per la madre, gravissima malformazione del feto o stupro) sfruttando l’impossibilità di mobilitazioni a causa del coronavirus.

Una donna protesta nella propria auto contro l’inasprimento della legge sull’aborto a Varsavia (14 aprile 2020, AP Photo/Czarek Sokolowski)

Questo è solo il tentativo più grave di ingerenza in un diritto fondamentale; ce ne sono di apparentemente meno importanti ma con simili intenti.

È il caso, ad esempio, della misura “per la prevenzione dell’aborto e il sostegno alla maternità” varata a Verona nel 2018: altre amministrazioni comunali hanno cercato di fare lo stesso, senza successo. Senza poi contare le numerose dichiarazioni di politici appartenenti a diverse fazioni che si proclamano difensori della vita e della famiglia naturale.


PERCHÉ VIETARE L’ABORTO É CONTROPRODUCENTE

Chi sostiene queste posizioni ritiene che una legge a favore dell’aborto faccia aumentare il numero di donne che interrompono la gravidanza. Non è così. Dal 1982 al 2016 le interruzioni volontarie di gravidanza per anno sono passate da 234.801 a 59.423.

La legalizzazione dell’aborto non induce le donne a interrompere volontariamente la gravidanza come metodo contraccettivo, ma permette loro di non morire o subire lesioni se decidono di farlo. Una legge che vieta l’aborto impedisce solo alle donne di esercitare un proprio diritto in tutta sicurezza, facendo rischiare loro la vita con metodi abortivi non sicuri.

Alle opinioni antiabortiste si accompagnano spesso anche battaglie contro l’inserimento dell’educazione sessuale a scuola, colpevole di “traviare” i bambini e di introdurre la “teoria gender” nelle scuole, e contro l’utilizzo dei contraccettivi, le vere “armi” per “combattere l’aborto”. Solo con un’educazione sessuale inclusiva e aperta si possono educare dei futuri adulti consapevoli delle loro scelte in ambito sessuale; solo con un accesso agevole e sicuro ai contraccettivi si lascia alle donne la libertà di autodeterminazione.

La manifestazione a Verona in difesa della legge 194, il 13 ottobre 2018. (Aleandro Biagianti, Agf)

Scegliere di interrompere una gravidanza non deve essere una scelta facile. È quindi ingiusto rendere la situazione ancora più complicata. Quella di quarantadue anni fa è stata una vittoria molto importante, ma questo non vuol dire che la “lotta” sia finita.

Ogni giorno, in ogni angolo del mondo, qualcuno cerca di impedire a una donna di avere il pieno controllo sul proprio corpo.

Informatevi, agite, prendete la parola.


Federica Pisacane

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