“Kobane Calling on stage”: Zerocalcare apre la stagione ai Rozzi

Una premessa: non vado molto d’accordo col teatro contemporaneo. Sono quasi del tutto certa che non vi possa essere buon teatro senza buona letteratura che lo sostenga, che lo consigli, che lo animi.

Dalle rappresentazioni moderne non so mai cosa aspettarmi. Temo che una certa penuria di idee che ha contagiato il cinema, la musica, e sì, anche la letteratura, possa riversarsi anche sul teatro. Come un’ondata di mediocrità.

Ma questa volta non c’è pericolo: l’opera a sorreggerlo è appartenente al genere insolito della graphic novel, e dietro di essa vi è anche un solido autore.

Stiamo parlando di Zerocalcare, pseudonimo di Michele Rech, forse uno dei più illuminati e seguiti fumettisti italiani. Il suo esordio, col suo primo albo a fumetti, è La profezia dell’armadillo (recentemente riadattato per un film, con la regia di Emanuele Scaringi), pubblicato nel 2011.

Nello stesso anno avvia un suo blog e intraprende la collaborazione con riviste quali Internazionale, nella quale pubblica il personale reportage del conflitto tra curdi e stato islamico, appunto Kobane Calling.

Zerocalcare

DAL FUMETTO AL TEATRO

Kobane Calling on stage è un esperimento coraggioso. Per prima cosa perché è stato scelto come spettacolo di apertura della stagione del teatro Rozzi di Siena, richiamando un pubblico stranamente (e audacemente) giovanile.

Secondo, perché è una miscellanea di contraddizioni che si rinforzano l’un l’altra. Insieme, danno vita ad uno spettacolo in bilico tra la cronaca nera e la leggerezza disinvolta del fumetto.

Il linguaggio di Zerocalcare si sa, è unico. Ha piegato il fumetto a una versatilità senza precedenti, ha sfondato la quarta parete, ha saputo dar voce alle espressioni, ai pensieri, ai sentimenti di un quotidiano scanzonato, spesso banale, che è poi quello in cui tutti noi possiamo ritrovarci.

E attraverso tale espediente, Kobane Calling racconta le vicissitudini di un gruppo di volontari romani (Zerocalcare, Cecco e l’immancabile Armadillo) per sostenere la resistenza curda presso il confine turco-siriano, a poca distanza dalla città assediata di Kobane.


ZEROCALCARE: REPORTAGE ANTIEROICO

I motivi della partenza non risultano chiari, all’inizio, neanche ai nostri protagonisti. Non solo si ritrovano infatti a sfidare le preoccupazioni dei genitori, la difficoltà di farsi capire attraverso un inglese più che maccheronico, o il terrore di un arresto ai controlli delle dogane.

Quello che si trovano davanti è piuttosto un nemico senza contorni, che hanno equivocato dalle citazioni televisive, dai video delle efferatezze e da commenti politici di una nazione all’altra. Tuttavia, non lo sanno incardinare in una realtà quotidiana.

Cosa spinge dunque Zerocalcare e i suoi amici ad intraprendere il viaggio per Kobane? Non hanno tutto il diritto a coltivare il loro caro orticello volteriano a Rebibbia?

Non solo il tentativo di percepire il conflitto con un’ottica straniante, di spiegarlo e avvicinarlo attraverso il fumetto. Emerge la volontà di conoscere le vittime, dare loro una voce, ricordarne il coraggio.

Giovani uomini e donne curde che, indomiti, sono riusciti a riconquistare la città, creando una coalizione di resistenza, facendo dunque arretrare le forze dell’Isis.


TRA FUMETTO E PALCOSCENICO

L’adattamento teatrale del fumetto (operazione tanto singolare quanto inedita) non perde la freschezza e l’originalità dello stile del disegnatore. Le battute sono colorite, veloci, intrise di un romanesco autentico, spigliato. I personaggi sono, al solito, comuni antieroi con le loro debolezze e i loro slanci.

Ed è questo, in una parola, Kobane Calling: un racconto antieroico del conflitto curdo, visto dalla prospettiva di un occidentale con i suoi privilegi e la pace indiscussa (e forse anche scontata) della sua nazione.

Ecco allora che il prosaico si mescola alla consapevolezza politica, lo sdrammatizza e lo rincara. Il diritto di un popolo è nelle bocche, nei gesti, e nei passi di tredici attori che, sullo sfondo proiettato di una vignetta, traslano l’urlo, la disperazione e la rabbia di testimoni, civili e guerrieri, che alla guerra sono costretti a rispondere con la guerra.

Quando il pubblico si scioglie nell’applauso, sale sul palco per un ultimo saluto insieme agli attori anche il regista, Nicola Zavagli, che ne ha curato l’adattamento.

Ricorda le vittime e richiama la memoria di Lorenzo Orsetti, che ha combattuto a fianco della milizia curda in Siria nel corso della guerra civile siriana. Nella speranza, forse, che oltre al ricordo e alla consapevolezza, si accenda anche un barlume di coscienza.


Elisa Agostinelli

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