Il Fiabisfero, tappa 5: Tibet

Eccoci arrivati, cari lettori, alla quinta sosta del Fiabisfero. Due settimane fa toccavamo il suolo del Medio Oriente con la fiaba israeliana (che potete recuperare qui, nel caso l’aveste persa): nei giorni successivi abbiamo continuato a far rotta decisi verso nord-est e oggi, dopo un lunghissimo cammino, siamo arrivati nella meravigliosa regione del Tibet.
La storia che stiamo per raccontarvi, all’interno del classico canovaccio di oggetti che personificano vizi e virtù umane, contiene un grande insegnamento sul valore che ciascuno di noi ha, indipendentemente dalla propria ricchezza materiale, ed è raccontata con uno stile semplice che abbraccia trasversalmente qualunque tipo di pubblico. Pochi altri generi letterari oltre alla fiaba hanno questa capacità.
Sedete vicino a noi in questa spianata erbosa alle porte di Lhasa, accanto al fuoco, vicino al nostro accampamento, e ascoltate.

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La barra d’oro, la barra d’argento, il tappeto, lo stivale e il chicco di grano

Veduta di Lhasa, la “città santa”, con il palazzo del Potala (la storica residenza del Dalai Lama) sullo sfondo

Una barra d’oro, una barra d’argento, uno stivale e un chicco di grano partirono insieme diretti a Lhasa, la città santa. Senza far distinzioni fra ricco e povero, tra alto e basso, i cinque viaggiarono in piena armonia.
Ma, appena giunti nella capitale, la barra d’oro, la barra d’argento, il tappeto e lo stivale pensarono: «Siamo giunti alla meta: d’ora in poi incontreremo incarnazioni di divinità, importanti lama, famosi monaci e grandi saggi. E d’ora in poi non possiamo più permetterci di sedere insieme al chicco di grano, come se quel sempliciotto fosse un nostro pari. Gli altri non farebbero che deriderci».
Da quel giorno i quattro sedettero all’estremità superiore della mensa, e relegarono il chicco di grano all’estremità inferiore, permettendogli al massimo di portar loro l’acqua e il tè, insomma di farsi servire da lui.
«Perché mi trattate così male?» domandò il chicco di grano. «Durante il viaggio siamo sempre rimasti insieme senza distinguere il basso dall’alto, o mi sbaglio?»
La barra d’oro, la barra d’argento, il tappeto e lo stivale risposero: «Noi abbiamo più valore di te, siamo abituati a compagnie ben più nobili, e perciò ci siamo seduti all’estremità superiore della mensa. Tu invece, ordinario e volgare quale sei, è giusto che sieda all’estremità inferiore, in mezzo agli schiavi!».
Il chicco di grano rispose: «Beh, se la pensate così, allora mi siederò all’altro capo della tavola. Ma prima voglio dirvi solo una cosa. Voi ve ne state belli comodi a sedere alla mensa, e mi guardate con disprezzo: ricordatevi però che se io non esistessi, neanche voi sareste al mondo. Solo grazie a me potete starvene seduti in cima alla tavola!».
Finito che ebbe di parlare, il chicco di grano raggiunse il suo posto, prese dalla sacca alcune polpette e delle focacce e cominciò a mangiare senza badare agli altri. Dopo pranzo fece un pacchetto con quanto gli era avanzato e lo rimise nella sacca. Quindi bevve alcuni sorsi di tè aromatico, e una sensazione di piena soddisfazione gli invase in cuore.
La barra d’oro, la barra d’argento, il tappeto e lo stivale cominciavano intanto ad avere una gran fame, e purtroppo non avevano con loro né polpette né focacce. Vedendo poi il chicco mangiare con grande soddisfazione, la loro fame, se possibile, crebbe ancor di più.
Alla fine si decisero a chiedere al chicco di grano di dar loro qualcosa. Ma il chicco nemmeno li degnò di considerazione.
Allora, con una fame terribile, si alzarono in piedi e raggiunsero l’umile compagno di viaggio all’estremità inferiore della tavola. Lo implorarono di sedersi con loro all’altro capo della mensa, di dar loro qualcosa da mangiare.
Il chicco di grano chiese di rimando: «Non sono troppo umile e modesto rispetto a voi? Come potrei sedere all’estremità superiore della tavola?».
La barra d’oro, la barra d’argento, il tappeto e lo stivale ammisero pronti il loro errore: «D’ora in poi» dissero, «non ti disprezzeremo mai più, abbiamo bisogno di te. Se tu non esistessi, noi moriremmo di fame».
Prima di dar loro qualcosa da mangiare, il chicco di grano volle togliersi la soddisfazione di deriderli e prenderli un po’ in giro per il loro stupido comportamento.

Ivan Bececco

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Bibliografia
Diego Pastorino (a cura di), Fiabe tibetane, Milano 1995.

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