uRadio http://www.uradio.org Musica e eventi a Siena Tue, 17 Oct 2017 21:19:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.7.6 http://www.uradio.org/wp-content/uploads/2016/11/cropped-Logo_uRadio_Minimal_400x400-32x32.png uRadio http://www.uradio.org 32 32 Nuovo reclutamento scuola: un incontro per fare chiarezza. http://www.uradio.org/nuovo-reclutamento-scuola-un-incontro-per-fare-chiarezza/ http://www.uradio.org/nuovo-reclutamento-scuola-un-incontro-per-fare-chiarezza/#respond Tue, 17 Oct 2017 21:19:04 +0000 http://www.uradio.org/?p=6867 Come entrare nel mondo della scuola secondaria (ma questa volta dall’altra parte della cattedra!) – tutto quello che si sa (per ora) sul nuovo reclutamento – Come molti sapranno, Il 31 maggio 2017 è entrato in vigore il Decreto legislativo 59/17 relativo alla formazione iniziale e al reclutamento dei docenti della scuola secondaria. In altre[...]

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Come entrare nel mondo della scuola secondaria

(ma questa volta dall’altra parte della cattedra!)

– tutto quello che si sa (per ora) sul nuovo reclutamento –

Come molti sapranno, Il 31 maggio 2017 è entrato in vigore il Decreto legislativo 59/17 relativo alla formazione iniziale e al reclutamento dei docenti della scuola secondaria. In altre parole: il TFA, il percorso previsto precedentemente per diventare docenti della scuola media inferiore e superiore, non esiste più. Sarà sostituito da FIT, un percorso di tre anni che permetterà l’accesso all’insegnamento. Come funziona? Riprendiamo l’ottima spiegazione del sito www.orizzontescuola.it.

Le tappe saranno le seguenti:

  • Un concorso pubblico nazionale, indetto su base regionale o interregionale;
  • Un successivo percorso triennale di formazione iniziale, tirocinio e inserimento nella funzione di docente, differenziato fra posti comuni e posti di sostegno, destinato ai soggetti vincitori del concorso;
  • Una procedura di accesso ai ruoli a tempo indeterminato, previo superamento delle valutazioni intermedie e finali del citato percorso formativo.

Quali sono i requisiti di accesso al concorso?

  1. Laurea magistrale o a ciclo unico oppure diploma di II livello dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica oppure titolo equipollente o equiparato.
  2. 24 crediti formativi universitari o accademici (CFU/CFA), conseguiti in forma curricolare (inseriti nel piano di studi), aggiuntiva (conseguiti entro il percorso di laurea ma aggiunti al piano di studi) o extra curricolare (esami dopo la laurea) nelle discipline antropo-psico-pedagogiche e nelle metodologie e tecnologie didattiche.

A questo punto ci sono almeno due “MA” da riportare:

  • “MA” n.1: l’aspirante insegnante non se la cava con i “soli” 24 crediti: deve avere anche tutti i crediti in regola per accedere alla classe di insegnamento desiderata, cioè quelli indicati nella temibile Tabella A (http://www.istruzione.it/allegati/2016/D.P.R.14_febbraio_2016_n.19_Tabella_A.pdf);
  • “MA” n.2: i 24 crediti aggiuntivi non possono essere inseriti tutti in un unico settore, ma devono essere ripartiti in almeno 3 settori, 6 crediti minimi per settore (vedi foto).

    I crediti devono essere ripartiti in almeno 3 settori, 6 crediti minimi per settore.

Come & quando ottenere i crediti.

Domanda che sorge spontanea: ma questi 24 crediti, non si potevano acquisire durante il FIT?
Purtroppo no. Il decreto prevede che siano stati già  conseguiti al momento del concorso … e siamo sempre fermi al primo punto. E quindi? Sia l’Università  degli Studi di Siena, sia l’Università  per Stranieri, stanno attivando dei percorsi per ottenere i 24 crediti o per effettuare il riconoscimento di crediti già  acquisiti.

Quando? ORA. Il concorso uscirà  a breve, probabilmente in primavera, quindi i neo-laureati o i laureandi devono affrettarsi.

La CGIL ha organizzato un incontro sull’argomento: giovedì 19 ottobre, dalle ore 14:45 alle ore 17:45, presso l’aula magna dell’Istituto Bandini di Siena, la prof.ssa Manuela Pascarella, del contro nazionale FLC-CGIL, spiegherà  il nuovo sistema di reclutamento dei docenti.
Che altro aggiungere? Dall’Ufficio MIUR “Corsa a ostacoli verso l’insegnamento” è tutto – per almeno qualche anno -. Poi, come sapete, ogni due anni ricomincia la corsa.

Valentina Carbonara

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“Oltre i cento passi”: l’antimafia quando spariscono le lucciole http://www.uradio.org/oltre-cento-passi-lantimafia-spariscono-le-lucciole/ http://www.uradio.org/oltre-cento-passi-lantimafia-spariscono-le-lucciole/#respond Sun, 15 Oct 2017 11:30:00 +0000 http://www.uradio.org/?p=6862   Giovanni Impastato ci parla del suo libro, di suo fratello e della lotta alla mafia in un mondo dove “le lucciole non ci sono più” Quando sai che presto vedrai Giovanni, il fratello di Peppino Impastato, ti immagini un anziano signore autoritario e imponente, con l’espressione grave e l’aria importante. Invece davanti a te[...]

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Giovanni Impastato ci parla del suo libro, di suo fratello e della lotta alla mafia in un mondo dove “le lucciole non ci sono più”


Quando sai che presto vedrai Giovanni, il fratello di Peppino Impastato, ti immagini un anziano signore autoritario e imponente, con l’espressione grave e l’aria importante. Invece davanti a te si siede un vecchino qualunque, con un paio di jeans e un semplice maglione, la schiena leggermente curva e un paio di occhialetti sul naso. Gli occhi, però, sono come te li immaginavi. Sono gli occhi di un uomo che ha visto morire lo zio, il padre e il fratello. Sono gli occhi di un uomo che ha assistito in primissima persona l’orrore della mafia, che prima ha negato i valori anche familiari e poi ha combattuto e combatte ancora. Perché la guerra è ben lungi dall’essere vinta.

Peppino Impastato

Oltre i cento passi, presentato il 13 ottobre presso il Cral della Montepaschi, parla proprio di questo, di una guerra che Peppino ha iniziato e che Giovanni, la madre e il Centro siciliano di documentazione, insieme a molte altre realtà, hanno portato avanti. Giovanni ci tiene a sottolineare che suo fratello non è né un eroe né un martire. Suo fratello è un ragazzo siciliano come molti altri (presenti, tra l’altro, in gran numero, tutti con lo stesso sguardo di Giovanni) che, un giorno, ha deciso di dire basta. E ha continuato indefesso, anche dopo il ripudio del padre, anche dopo le minacce di morte, anche dopo l’omicidio di quello stesso padre che cercava soltanto di proteggerlo.

La parola d’ordine della sua lotta era cultura (mi viene in mente, seppur prenda una strada diversa, Théo nel film di Bertolucci). Nel 1976 costituisce infatti il gruppo Musica e cultura, e nello stesso anno fonda Radio Aut dove, insieme ad un gruppo di amici, denuncia pubblicamente i soprusi mafiosi nella sua città, Cinisi, con tanto di nomi e cognomi. A Giovanni, questo, fa paura. E infatti, il 9 maggio del 1978, Peppino Impastato verrà ucciso per ordine di Gaetano Badalamenti, affiliato a Cosa Nostra. La matrice mafiosa del delitto verrà riconosciuta solo nel 1984; dopo innumerevoli tentativi di insabbiamento, nel 2002 verranno condannati sia il mandante, sia l’esecutore.

L’inizio di tutto: l’infanzia, le lucciole e la consapevolezza

Ma quando inizia la storia di Peppino Impastato? Giovanni ce la racconta con parole molto semplici, a tratte commosse, in un italiano marcatamente palermitano. Quando era bambino, la sua famiglia viveva felicemente perché era protetta dalla mafia. Lo zio e altri parenti erano mafiosi, e il cognato del padre era Cesare Manzella, capomafia ucciso nel 1963. Con il fratello, di cinque anni più grande di lui, andava a catturare le lucertole e le rane, e ricorda con molto affetto le lucciole, che toglievano la paura della notte.

Quelle lucciole, di punto in bianco, sono scomparse. Dieci anni dopo, nel 1975, Giovanni leggerà il celeberrimo articolo di Pasolini (che io, personalmente, vi sprono a leggere). In questo articolo, Pasolini divide la storia politica italiana in tre grandi gruppi: prima, durante e dopo la scomparsa delle lucciole. Ed è in quest’ultima fase che si è creato un vuoto di potere, e la mafia piano piano lo ha occupato. Ma di questo parleremo tra pochissimo.

Nel 1963 viene, appunto, ucciso Manzella. Peppino e Giovanni, insieme ad altri ragazzini, si recano sul luogo dell’attentato e trovano una deflagrazione completa. Peppino, traumatizzato da quello spettacolo, dice: “E questa è la mafia? Se questa è la mafia allora io la combatterò per il resto della mia vita.” E così ha fatto. Il primo passo è stato rompere col padre, ovvero ripudiare il suo codice comportamentale. Giovanni ci parla di una rottura storico-culturale, non un semplice diverbio padre-figlio. Una rottura che è prima di tutto esistenziale, un rifiuto ostinato e totale della violenza e dello stesso prestigio mafioso. Ai funerali del padre, Peppino non stringe la mano ai mafiosi venuti a portargli le condoglianze; cosa che invece fa Giovanni, che ammette di non aver avuto il coraggio di prendere una posizione così radicale.

Il passato di Peppino Impastato e la contemporaneità dei ragazzi di oggi

Da sinistra, Carlo Legaluppi. Giovanni Impastato e Simonetta Losi

Giovanni fa una pausa, ogni tanto, per riprendere fiato o per riordinare i pensieri. Osserva i giovani, che non staccano gli occhi da lui. Li guarda quasi commosso. In loro, ci spiega, vede lo stesso sguardo del fratello, uno sguardo profondo e luminoso carico di speranza ma anche voglia di lottare. Nelle scuole viene accolto con tantissime domande: importante, ci dice, che i giovani si mettano d’impegno per studiare il fenomeno mafioso anche nelle loro piccole realtà quotidiane. E non si rivolge solo ai ragazzi siciliani, badate bene.

Dal racconto del passato ci spostiamo poi, inevitabilmente, alla cronaca del presente. Carlo Legaluppi tira fuori il coniglio dal cappello: nel libro, infatti, c’è anche una lettera aperta che Giovanni ha scritto al Direttore generale della RAI dopo che Bruno Vespa, nel suo programma Porta a porta, aveva invitato il figlio di Totò Riina a presentare il suo libro sul padre.

Non è questa l’occasione per parlare di quanto sia sbagliato invitare in un’emittente pubblica il figlio di un boss che non solo non condanna il padre, ma addirittura lo ritiene “una vittima dello Stato”. C’è di più: in quegli stessi giorni stavano lavorando su uno sceneggiato televisivo sulla madre di Peppino. Un vero e proprio comportamento contraddittorio. La famiglia Impastato ha risposto con una lettera aperta, appunto, e il rifiuto di concedere la liberatoria; per dare il dovuto riconoscimento alla madre, alla fine, hanno fatto un passo indietro. Giovanni però ci tiene a sottolineare che la condanna espressa nella lettera non è affatto caduta.

Combattere la mafia oggi

Ma come si può continuare la battaglia di Peppino? Certo non strumentalizzando il suo nome per racimolare voti alle elezioni regionali. Piuttosto, serve una linea guida da seguire, un progetto non solo culturale ma anche politico unitario, evitando a tutti i costi di creare un mito della mafia. “Ogni storia, così come ha un inizio, ha una fine”, diceva Falcone; e la mafia, proprio perché composta da uomini in carne ed ossa come noi, può essere sconfitta. Viene da chiedersi: se è così facile, perché ancora non l’abbiamo sconfitta? Giovanni dà una risposta molto semplice. Normalmente si considera la mafia come un Antistato. Questo è un errore. Il brigantaggio, per esempio, era un Antistato; le Brigate Rosse erano un Antistato. E sono state entrambe sconfitte.

La mafia, invece, è dentro lo Stato. Ha occupato quel vuoto di potere creatosi dopo la “scomparsa delle lucciole” (e qui ritorna il punto che avevamo lasciato in sospeso) e ha operato indisturbata. Non bisogna pensare che la sua mano operi solo al sud, in qualche paesello siciliano o calabrese. Se si guarda attentamente, anche nella nostra piccola realtà, e si usa un po’ di senso critico, ci accorgiamo che le sue dita lambiscono qualsiasi cosa. A questo punto, il parlare di Giovanni Impastato si anima, s’infervora, mentre cita le più famose vittime della mafia. Vittime, sostiene, che erano i migliori servitori dello Stato, e che lo Stato non ha voluto e potuto proteggere.

Perciò, in sostanza, qual è la soluzione? Giovanni ci mette in guardia dal concetto di legalità, tanto usato per distinguere mafia e Stato e sbandierato come unica soluzione al problema. La legalità, dice, è il rispetto dell’uomo in quanto tale. Se al centro di una legge, o di uno Stato, non c’è l’uomo, quella legge e quello Stato vanno cambiati. Quindi la parola d’ordine diventa disobbedienza civile. Attenzione, non si parla di violenza da nessuna parte; è una semplice rivendicazione dei nostri diritti nel rispetto dei nostri doveri. Per concludere, Giovanni Impastato cita, tra gli applausi, don Milani: “L’obbedienza non è più una virtù”. E poi, stanco, posa il microfono.

Federica Pisacane

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Gabriele Coen: il jazz come anello di congiunzione tra culture ed etnie. http://www.uradio.org/gabriele-coen-jazz-anello-congiunzione-culture-ed-etnie/ http://www.uradio.org/gabriele-coen-jazz-anello-congiunzione-culture-ed-etnie/#respond Sat, 14 Oct 2017 12:27:43 +0000 http://www.uradio.org/?p=6848 Primo appuntamento della stagione musicale ‘unTubo jazz’ con Gabriele Coen. Studi, commistioni musicali & culturali, fortunati incontri e politica americana nell’intervista al sassofonista romano. Inaugurare una stagione è sempre difficile: farlo di venerdì 13 può esserlo ancora di più. Quando entro nel club unTubo, Gabriele Coen e i suoi colleghi (e amici) – Pietro Lussu[...]

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Primo appuntamento della stagione musicale ‘unTubo jazz’ con Gabriele Coen.

Studi, commistioni musicali & culturali, fortunati incontri e politica americana nell’intervista al sassofonista romano.


Inaugurare una stagione è sempre difficile: farlo di venerdì 13 può esserlo ancora di più. Quando entro nel club unTubo, Gabriele Coen e i suoi colleghi (e amici) – Pietro Lussu al pianoforte e Marco Loddo al contrabbasso – stanno finendo il sound-check. Vedere una band provare è sempre un’emozione: l’attenzione al dettaglio, alle sonorità e alla resa finale dell’esibizione è maniacale. Curati tutti i particolari, io e il musicista protagonista della serata possiamo procedere con l’intervista. Maggiore esponente della tradizione musicale ebraica, Gabriele Coen è, a partire dagli anni ‘90, fautore dell’incontro tra jazz e musica etnica, in modo particolare mediterranea e est-europea. Ci sediamo fuori per fare due chiacchiere: il vicoletto illuminato che fa da sfondo è molto suggestivo e la nostra conversazione procede liscia.

Gabriele, iniziamo dicendo che oggi è un giorno un po’ particolare …

(Ride) Giusto, è venerdì 13.

Non sei superstizioso, quindi? Non ti spaventa?

No no, assolutamente! Mi sembra una bella data per aprire la stagione del jazz qui a Siena.

Allora, uRadio si rivolge a un pubblico di studenti a Siena: è un’esperienza che hai vissuto anche tu, giusto?

Sì, è verissimo. Sono infatti molto felice di essere qui: Siena rappresenta la città in cui ho studiato da giovane jazz. Siena jazz è uno dei maggiori riferimenti in questo campo e – nei primi anni ’90 – era forse l’unico riferimento in Italia a livello professionale per questo genere. Poi sono nate altre accademie, è vero, ma quella di Siena resta una realtà  di grande livello con i migliori jazzisti che fanno workshop sia d’estate, sia d’inverno, per cui è un punto di contatto fondamentale. In questo senso, ritornare qui per me è molto piacevole.

Stasera si suona con un gruppo di amici?

Sì, lo sono diventati. Conosco Pietro Lussu dall’ ’87: si può dire che con lui ho mosso i primi passi nel mondo della musica, suonando da ragazzi nelle cantine romane (ride). Marco Loddo, sardo, è invece “sbarcato” a Roma alla fine degli anni novanta. Suoniamo insieme dal 2001, quindi condivido con lui gli ultimi sedici anni del mio percorso. Sento che, in qualche modo, siamo diventati una famiglia.

Il tuo cammino artistico però non si è fermato alla tua “famiglia” italiana, no?

No, ho avuto la possibilità  di respirare l’aria newyorkese! Il mio intento, quando compongo, è quello di coniugare la tradizione sonora ebraica e quella del jazz afro. Per chi suona la mia musica, New York è la città  in cui succedono le cose prima che da altre parti e dove la presenza dell’intellighenzia ebraica è più importante. Basti pensare, ad esempio, a Woody Allen. O ai fratelli Marx, per dire!

E New York ti ha dato la possibilità  di lavorare con John Zorn, una delle figure chiave della musica contemporanea!

Vero: con la Tzadik Records, l’etichetta di Zorn, ho prodotto due album: Awakening e Yiddish Melodies in Jazz. Stasera suoneremo anche un po’ di brani tratti da questi due dischi. Devo dire che il mio incontro con John è stato frutto di una doppietta di “figuracce”: sono andato a sentire un suo concerto e, a esibizione finita, sono andato a presentarmi. Imbarazzatissimo, tiro fuori dalla giacchetta un mio CD e glielo consegno, chiedendogli di ascoltarlo. Mi allontano, sempre più in imbarazzo, e mi accorgo di non avergli lasciato il mio biglietto da visita! Doppia figuraccia: torno indietro e gli lascio il mio numero, convinto che oramai sia abbastanza inutile. Invece, la mattina dopo mi trovo una mail in cui mi propone di pubblicare il disco! Sono andato in vacanza con mia moglie e sono tornato con un contratto – qualcosa che in Italia non potrebbe mai succedere – e addirittura con un assegno in mano!

La tua ultima ‘fatica’ musicale, Sephirot, presenta già  dal titolo quella fusione a cui accennavamo prima. Da dove sei partito?

Sono partito dalle suggestioni della Cabala, il cuore del misticismo ebraico, sostanzialmente l’interpretazione delle dottrine sacre all’insegna del misticismo. In particolare, dal concetto dell’albero della vita: è un elemento che ha similitudini forti anche nella cultura egizia ed irlandese, che prevede dieci principi basilari dello schema del mondo divino, detti appunto Sephirot. Ciascuna Sephirah rappresenta anche una sfera della psicologia umana, racchiudendo insieme micro e macro cosmo. Ad ogni sfera corrisponde addirittura anche una parte del corpo umano: da questo punto di vista, ha elementi di contatto perfino con i chakra indiani.

Come sei riuscito ad inserire la spiritualità dell’albero della vita all’interno del disco?

Nell’albero rientrano dieci centri e, allo stesso modo, nel mio album ci sono dieci pezzi. Ognuno di essi è ispirato alla musica nel suo incontro con altre culture: potrete quindi ascoltare musica che pescherà  nel repertorio dab, altri pezzi hanno influenze balcaniche, una traccia sembra quasi un tango. Insomma, qui la musica ebraica riscopre e incontra tante anime differenti.

Questo lavoro di fusione è un’avventura in cui ti sei lanciato da anni.

Si, la mia passione è proprio questa: fare conoscere musica ebraica, contaminandola con il genere con cui sono cresciuto, il jazz. In questo senso, il mio obiettivo è quello di mettere insieme le due anime per far capire che possono convivere. Ho anche pubblicato un libro, insieme ad Isotta Toso, intitolato appunto “Musica errante. Tra folk e jazz: klezmer e canzone yiddish”, per Stampa Alternativa. Questa voglia di unire più anime si spinge fino al mondo ebraico-spagnolo, con tutto il genere della musica sefardita e altre tradizioni musicali che convivono. Etnie e culture diverse possono trovare un fil rouge con la musica.

E nella tua carriera hai spaziato anche in più campi: dal teatro alla sigle televisive, passando per la settima arte con le sue colonne sonore.

Vero: mi è molto piaciuto, ad esempio, seguire le tournée di Ascanio Celestini: come dicevo prima, trovo che spaziare in tante direzioni sia affascinante. Il teatro è poi lo sbocco naturale del mio lavoro, perché si può raccontare la realtà  anche attraverso l’insieme di musiche e suoni. Più difficile è trovare ingaggi per le colonne sonore. Quando mi è capitato con Notturno bus di Davide Marengo con Giovanna Mezzogiorno e Valerio Mastandrea, mi sono molto divertito.

Chiudiamo con provocazione: la tua musica si appella all’unità  e l’hai in parte prodotta in una nazione, gli USA, che in questo senso sembrano regredire. Hai ancora contatti a New York?

Cerco di tornare ogni due anni: l’ultima volta sono andato nel settembre 2016, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali – fortunatamente prima che vincesse l’attuale presidente -. Il clima elettorale era feroce: ricordo che per strada c’era gente con i fantocci di Trump e di Hillary Clinton. Adesso continuano ad arrivarmi notizie dall’altra parte dell’oceano, tutte piuttosto negative. In particolare, al mio amico Roberto Ottaviano è stata negata la possibilità  entrare negli USA perché un paio di anni fa ha preso parte ad un concerto con alcuni musicisti arabi, mi pare perfino legato all’Unesco. Mi sembra molto triste constatare che l’amministrazione Trump stia creando dei problemi anche a livello culturale.

Grazie del tuo tempo, Gabriele. Ci vediamo dopo, torno a sentirti.

Torni? Mi fa molto piacere.

Gabriele Coen durante l’esibizione.

Chiaramente sono tornato. Il concerto è stato, come era immaginabile, molto emozionante. La musica tocca davvero le corde dell’anima e, in questo caso, di più anime. Più culture. Più tradizioni.

Mattia Barana

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Impronte urbane: incontro tra università e contrada http://www.uradio.org/impronte-urbane-incontro-universita-contrada/ http://www.uradio.org/impronte-urbane-incontro-universita-contrada/#respond Sat, 14 Oct 2017 07:24:24 +0000 http://www.uradio.org/?p=6840 Università e vita contradaiola: quando le ‘impronte urbane’ diventano arte contemporanea. Vivere (in) una città universitaria come Siena è un’esperienza unica. Siena, infatti, pone gli studenti a stretto contatto con il proprio spazio cittadino e con le sue particolarità culturali, realtà preziose e singolari. Un esempio lampante è la sede del dipartimento di Scienze Storiche dei[...]

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Università e vita contradaiola: quando le ‘impronte urbane’ diventano arte contemporanea.

Vivere (in) una città universitaria come Siena è un’esperienza unica. Siena, infatti, pone gli studenti a stretto contatto con il proprio spazio cittadino e con le sue particolarità culturali, realtà preziose e singolari. Un esempio lampante è la sede del dipartimento di Scienze Storiche dei Beni Culturali, che porta l’università a condividere gli spazi con la contrada Valdimontone e a vivere il medesimo tessuto urbano.

Dall’incontro di queste realtà nasce l’iniziativa Impronte Urbane, di cui si sono occupati gli studenti del corso magistrale di Arte Ambientale e Architettura del paesaggio – coordinati dal prof. Bignardi e i contradaioli stessi. In occasione della giornata del contemporaneo, all’interno di questo spazio condiviso è stata organizzata una serie di eventi e di performance artistiche. Il programma si aprirà sabato 14 ottobre alle ore 12:00 con la presenza dell’artista Vincenzo Frattini e si concluderà alle ore 4:15 del 22 ottobre con la danzatrice Francesca Duranti. Nella settimana saranno visibili gli interventi realizzati appositamente per l’occasione dal gruppo MEP (Movimento per l’Emancipazione della Poesia) di Siena, dall’Istituto Comprensivo Jacopo della Quercia e dall‘Istituto Professionale G. Caselli.

Università & Contrada, Siena & Arte Contemporanea.

Gli studenti sottolineano come l’esperienza stia dando loro la possibilità di entrare in relazione con una realtà sempre vista da lontano. Il dialogo nato da questo particolare incontro ha dato anche modo  di far conoscere il mondo del contemporaneo ad una città che, per tradizione, ne è sempre rimasta un po’ distante. L’idea dell’impronta artistica fa pensare a qualcosa che lascia silenziosamente una traccia, capace di dialogare perfettamente con quello che la circonda senza essere invadente, dimostrando di essere un importante stimolo di riflessione culturale. L’esperienza rende chiaro come la sensazione che si prova nell’introdursi in un posto nuovo possa da subito divenire una sensazione di familiarità, se si è circondati da un tessuto urbano così suggestivo ed unico.

Si può quindi vedere tutto questo come l’occasione per creare un ponte tra due istituzioni che si incontrano tutti i giorni senza mai legarsi, dando vita a un nuovo dialogo artistico capace di valorizzare i luoghi della quotidianità. Siete tutti invitati ad assistere a questa splendida iniziativa, per assaporare di più questo legame e interagire fisicamente con un’arte sempre più immersa nel mondo quotidiano. Il bello del contemporaneo è che è più vicino di quanto voi pensiate!

Elisa Carioni

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La pluralità della musica riscoperta nella 95esima edizione della “Micat in Vertice” http://www.uradio.org/la-pluralita-della-musica-riscoperta-nella-95esima-edizione-della-micat-vertice/ http://www.uradio.org/la-pluralita-della-musica-riscoperta-nella-95esima-edizione-della-micat-vertice/#respond Thu, 12 Oct 2017 10:12:36 +0000 http://www.uradio.org/?p=6817 Conferenza stampa di presentazione della stagione “Micat in Vertice” dell’Accademia Musicale Chigiana. Orchestre senza direttori, voci bianche e molto altro ancora, il tutto all’insegna del dialogo tra i linguaggi della musica.   Martedì 10 è stata presentata la 95esima edizione di Micat in Vertice: un traguardo molto importante, come ha sottolineato il Direttore artistico Nicola[...]

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Conferenza stampa di presentazione della stagione “Micat in Vertice” dell’Accademia Musicale Chigiana.
Orchestre senza direttori, voci bianche e molto altro ancora, il tutto all’insegna del dialogo tra i linguaggi della musica.

 


Martedì 10 è stata presentata la 95esima edizione di Micat in Vertice: un traguardo molto importante, come ha sottolineato il Direttore artistico Nicola Sani. All’evento erano presenti anche Angelo Armiento, direttore amministrativo dell’accademia, Francesca Vannozzi, assessore alla cultura, e Francesca Piccioni, viola dell’orchestra Spira Mirabilis.

L’Accademia Musicale Chigiana

Fil rouge del programma: la congiunzione fra generi musicali diversi, fra antico e moderno, fra veterani e giovani.

L’assessore Vannozzi ha sottolineato il ruolo portante dell’Accademia Chigiana nella realtà senese: come istituzione didattica, certo, ma anche e soprattutto come esperienza di incontro. Per questo motivo è necessario che l’Accademia si inserisca nella realtà culturale senese, aprendosi soprattutto ai giovani e spogliandosi della patina di “luogo d’élite” che ancora la caratterizza e che, diciamocelo, un po’ porta fieramente.

Il direttore artistico Sani, inoltre, ha definito la nuova stagione una “stagione plurale”, proprio per il carattere di dialogo tra i vari linguaggi della musica. Questo dialogo non ha niente da invidiare alle più moderne sperimentazioni ermeneutiche e, anzi, trae origine proprio dall’idea di fondo dell’Accademia, ribadita ancora una volta: la Chigiana è in primo luogo una scuola di alta formazione musicale, che accoglie centinaia di studenti provenienti da ogni parte del mondo. Il dialogo è inevitabile, l’esigenza di rinnovamento è sentita ed attesa, potrei azzardare, con un po’ di ansia. Non ci si può più permettere alcun tipo di chiusura.

Un cartellone variopinto e diversificato.

Quale orchestra poteva incarnare questo spirito di comunione e dialogo più della Spira Mirabilis, l’unica orchestra al mondo che suona senza direttore? Protagonista della “prima” della stagione, il 22 novembre alle 21 al Teatro dei Rozzi, quest’orchestra, come ci spiega Francesca Piccioni, ha una sola necessità: lo studio e la comprensione profonda di una partitura.

Le prove si trasformano in un vero e proprio gruppo di ricerca, dove ognuno degli orchestrali ha la responsabilità di conoscere a fondo il brano. Ognuno dice la propria, e le decisioni si prendono all’unanimità. Per questo portano un solo brano (in questo caso la strabiliante Prima sinfonia di Brahms). Farne di più sarebbe impossibile: proverebbero dieci ore al giorno per mesi… Alla fine del concerto, l’orchestra apre il dialogo con il pubblico che può esprimere liberamente apprezzamenti e critiche, uno spazio di discussione sulla musica – e sulla vita -. Un simposio, se vogliamo dargli un nome.

Armonie di punti d’incontro: un dialogo generazionale e culturale.

Nemmeno i più piccoli vengono esclusi: per il terzo anno si esibirà anche il coro di voci bianche “Chigiana Children’s Choir”, diretti da Raffaele Puccianti. Il concerto, che si terrà il 4 maggio, punta ad essere l’apoteosi dell’ideale di questa edizione: verranno presentati brani contemporanei (compresa una prima assoluta) eseguiti dalle nuove generazioni che, più delle vecchie, portano avanti l’idea di pluralità.

La stessa idea è espressa dal Trio Gaon, vincitore del Premio “Trio di Trieste” 2017 che omaggeranno Debussy, nel centenario della sua morte, il 15 dicembre. Altrettanto giovani sono i componenti del Quartetto Tchalik, quattro ragazzi russi ma di formazione parigina che si esibiranno il 6 aprile, inseriti nel filone “Talenti Chigiani in concerto”.

La stagione si apre anche al mondo extraeuropeo: il 1 dicembre Palazzo Chigi – Saracini ospiterà Daniel Melingo, cantautore argentino che ci farà assaggiare un po’ di musica inusuale. Quanti di voi possono dire di aver ascoltato un cantautore argentino?

I festeggiamenti per il Natale e la Pasqua saranno coronati rispettivamente il 22 dicembre e il 30 marzo dai concerti del Coro della Cattedrale “Guido Chigi Saracini” diretto da Lorenzo Donati, che porranno in dialettica classico e contemporaneo.

La musica torna ad emozionare.

Ascolteremo ancora Debussy, ma anche Chopin, nello straordinario concerto del 19 gennaio 2018 del pianista Giuseppe Albanese, che ci guiderà lungo le atmosfere parigine dei due compositori. Durante il concerto vi sembrerà di camminare sulle sponde della Senna, stretti nei vostri cappotti e a braccetto con la persona che amate, o con un cartoccio di macarons.

Il cartellone della stagione

Si torna a festeggiare il 9 febbraio con la musica popolare italiana interpretata da Ambrogio Sparagna, fondatore della Notte della Taranta e grande interprete del nostro folklore. Ma il grande evento di febbraio è sicuramente il recital solistico di uno dei massimi violinisti dei nostri giorni, Dmitry Sitkovetsky, che il 16 febbraio ci farà conoscere il Bach delle sonate e delle partite. Il grand tour dei linguaggi musicali ritorna poi in Italia in occasione del 150° anniversario della scomparsa di Gioacchino Rossini. Insieme al soprano Gemma Bertagnolli e al pianista Alessandro Stella scopriremo, il 23 febbraio, un nuovo volto del compositore pesarese: le canzoni e arie da camera.

Un’estrema sintesi dei grandi linguaggi della storia verrà data dal Trio Montrose il 16 marzo, con un programma dedicato ad Haydn, Šostakovič e Mendelssohn. Capiremo quali sono le differenze e i punti in comune tra questi grandi maestri e ascolteremo le loro riflessioni sull’epoca a loro contemporanea; una grande occasione per imparare a fermarci e riflettere sul nostro tempo e sulla nostra psiche.

Il mondo antico invece verrà presentato dall’Ensemble Zefiro, che il 23 marzo ci farà riscoprire le radici della musica, l’”alfabeto” di qualsiasi corrente e movimento musicale. Infine, grande ritorno dell’Orchestra della Toscana il 20 aprile con il celebre clarinettista Alessandro Carbonare, diretta da George Pehlivanian, con un programma concentrato sul Novecento con un pizzico del classicismo di Schubert.

Appuntamenti da non perdere!

Insomma, una grande stagione concertistica con un obiettivo molto ambizioso e anche parecchio difficile. Noi studenti universitari abbiamo la possibilità di assistere ai concerti pagano solo 5 euro. Se vi sembra troppo, pensate che un biglietto ridotto costa il doppio, e un biglietto intero il quintuplo.

La nostra speranza è che l’Accademia Chigiana sappia adempiere all’obiettivo che si è proposta, e che sappia mantenere il dialogo tra i diversi linguaggi. Siamo certi che non verremo delusi.

Info sul programma della “Micat in Vertice” e i biglietti sul sito www.chigiana.it.

Federica Pisacane

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I disastri eterogenei della nostra tecnologia (Parte III) http://www.uradio.org/disastri-eterogenei-della-nostra-tecnologia-parte-iii/ http://www.uradio.org/disastri-eterogenei-della-nostra-tecnologia-parte-iii/#respond Sun, 17 Sep 2017 16:42:03 +0000 http://www.uradio.org/?p=6776 Passiamo oggi alla descrizione di un ultimo minerale: il neodimio. Esso è la componente fondamentale dei magneti che costituiscono i nostri devices e senza i quali noi non potremmo di certo ascoltare ciò che ci viene detto, né utilizzare gli altoparlanti dei nostri dispositivi, per non parlare di tante altre componenti che ne presentano tracce[...]

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Passiamo oggi alla descrizione di un ultimo minerale: il neodimio. Esso è la componente fondamentale dei magneti che costituiscono i nostri devices e senza i quali noi non potremmo di certo ascoltare ciò che ci viene detto, né utilizzare gli altoparlanti dei nostri dispositivi, per non parlare di tante altre componenti che ne presentano tracce come la fotocamera.

Scarti di lavorazione del neodimio nei pressi di Baotou la quale si vede sullo sfondo.

Il neodimio fa parte delle cosiddette terre rare, estratte per il 97% in Cina, nella Mongolia interna, nel distretto della città di Baotou. Questo minerale, che rappresenta un’enorme ricchezza finanziaria, nonchè tecnologica, provoca anche un grave danno ambientale e salutare per via di tutto il processo estrattivo e di lavorazione. Chiediamoci il perché il 97% di questo minerale venga estratto in Cina, nonostante esso sia posseduto solamente per il 30% da questa nazione rispetto a tutte le riserve mondiali; la spiegazione è semplice: la Cina non bada ai gravi danni ambientali e alla salute.

Questo spiega come sia possibile che, nei pressi di una città che è passata nel giro di vent’anni da 97 mila abitanti a ben 2 milioni e mezzo, sia situato un lago che raccoglie tonnellate di fluidi di scarto del processo di estrazione e lavorazione, ci siano tubature che corrono anche sui marciapiedi del centro abitato, ci sia puzza di zolfo perenne e stagnante nell’aria. Si spiega anche come sia possibile che un centro abitato, originariamente avente 4000 abitanti ed ora a stento una ventina, sia situato esattamente sulle rive di questo lago artificiale, con tanto di fontana dalla quale prelevare acqua proveniente dal sottosuolo per svolgere tutte le solite cose domestiche ed abbeverarsi!

Mi avvio alla conclusione dedicando qualche riga ad un appello: viviamo in una società dove il mercato è divenuto quanto mai dipendente dalla reazione dei consumatori (prendiamo ad esempio il caso “olio di palma”) e dalle loro intenzioni, quindi signore e signori, riflettete un pochino sul vostro dispositivo, chiedendovi “ma è mai possibile che dietro tanta tecnologia, ci sia tanta barbarie“? Siate consci di cosa si cela dietro ad uno schermo che ci permette di fare una vita più connessa con tutti i vantaggi, ma con altrettanti svantaggi per centinaia di migliaia di persone, delle quali i colossi non hanno premura sufficiente, se non inesistente (come i dirigenti quali Bill Gates, operanti anche nel campo di aiuti umanitari con donazioni, ma poi artefici di un’industria così).

Si deve guardare al progresso sincero e utile al benessere e proprio per questo ritengo che il progresso non si debba celare in tali metodi di estrazione, appositamente tutelati dagli interessi commerciali. Garantisce senza dubbio un progresso finanziario, un arricchimento, ma il progresso è un qualcosa di polimorfo che penetra le tre sfere principali della nostra umanità: società, ambiente ed economia. E’ implicito il rispetto dei diritti dell’uomo, della sua dignità e conseguentemente il rispetto della dignità di un popolo, il quale non può essere depredato in tal modo come accade nel caso della Repubblica Democratica del Congo.

Scarti di lavorazione del neodimio scaricati in natura.

La cosa stupefacente è il rendersi conto che la DRC ha una ricchezza finanziaria potenziale sbalorditiva dato che ha sul suo territorio diamanti, oro, petrolio, stagno, cobalto, tantalio, per non parlare delle potenzialità idroelettriche, ma in pratica è il 176° paese per indice di sviluppo umano su 188, è uno dei più poveri al mondo con un PIL pro capite pari a 680$.

La cosa che tutti dovrebbero condannare è il fatto che bambini, ragazzi, donne e uomini vengono pagati 1$ o 2$ per ogni chilogrammo di materiale estratto, il quale viene poi venduto sul mercato per un valore pari a 3500$ al chilogrammo (tantalio) e di queste ricchezze solo una misera parte torna a beneficio di quello stato.

La World Bank (rapporto 2015) testimonia un lieve miglioramento economico del paese, frutto proprio dell’incremento dell’attività mineraria, ma allo stesso tempo testimonia una condizione sociale davvero gravissima e un alto numero di stupri soprattutto nella regione del Kivu per non parlare del conseguente sovraccarico del sistema sanitario, non capace di sostenere un simile disastro umanitario.

Sperando di aver fornito utili spunti, chiudo facendo un omaggio a quei minatori defunti e non che svolgono questo mestiere infernale per poter sopravvivere.

Artur Glukhovskyy

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I disastri eterogenei della nostra tecnologia (Parte II) http://www.uradio.org/disastri-eterogenei-della-nostra-tecnologia-parte-ii/ http://www.uradio.org/disastri-eterogenei-della-nostra-tecnologia-parte-ii/#respond Sun, 17 Sep 2017 16:34:49 +0000 http://www.uradio.org/?p=6766 Continuiamo il viaggio circa i disastri provocati dalla produzione dei nostri devices ultra-tecnologici. Qui la prima parte. Nel 2002 venne approvato dal governo congolese il DRC MINING CODE: metteva nero su bianco le modalità e le procedure burocratiche atte a regolamentare l’attività mineraria, ma di queste norme non sono certo che ne siano state adottate[...]

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Continuiamo il viaggio circa i disastri provocati dalla produzione dei nostri devices ultra-tecnologici. Qui la prima parte.

Nel 2002 venne approvato dal governo congolese il DRC MINING CODE: metteva nero su bianco le modalità e le procedure burocratiche atte a regolamentare l’attività mineraria, ma di queste norme non sono certo che ne siano state adottate molte. La mancanza di certezza proviene dell’Articolo 3 del documento sopracitato, il quale afferma che tutte le risorse minerarie (le risorse artificiali, le riserve idriche, le risorse geo-termali presenti sulla superficie o nel sottosuolo) sono di esclusiva, inalienabile e imprescindibile proprietà dello stato congolese.

In effetti, le miniere di cui sto parlando sono proprietà CONGO DONGFANG MINING INTERNATIONAL, dal nome, quindi, congolese, ma il punto è che questa compagnia è stata acquistata per il 100% dalla cinese Zhejiang Huayou Cobalt Company, la quale esporta il cobalto per il 90% in Cina, dove è concentrata la quasi totalità della produzione dei nostri dispositivi elettronici, per non parlare del fatto che otto delle dodici principali aziende impegnate nella produzione di smartphones sono di nazionalità cinese (nonostante si dedichino anche ad altro).

I principali acquirenti di cobalto per la produzione di questi dispositivi sono coloro i quali detengono le maggiori fette di mercato nella produzione di smartphones ed altri prodotti, sto parlando di: Apple, Samsung, LG, Sony, Volkswagen, Daimler (Mercedes-Benz, ndr). Ci tengo a sottolineare che questi colossi non acquistano direttamente dalla compagnia sopraindicata, bensì intrattengono rapporti commerciali con delle compagnie intermedie. Eppure questo, di certo, non li salva da una grande colpevolezza dato che, se volessero davvero una minima garanzia sul rispetto dei diritti umani nell’estrazione di tali minerali, non faticherebbero ad imporre dei parametri imperativi da dover rispettare. Considerate le condizioni disumane, si può ben capire che nulla viene fatto, né tanto meno viene fornita risposta adeguata ad ONG quali Amnesty.

Cosa vuol dire ciò, considerate le condizioni di lavoro che ho descritto nella prima parte? Vuol dire che il governo congolese, in materia, praticamente, ha ben poca voce o probabilmente ha altrettanto poco interesse nel tutelare le condizioni dei propri cittadini, ammesso il fatto che ne abbia la possibilità, considerata la condizione di estrema povertà della RDC e la sua spossatezza di fronte ad una crisi umanitaria.

 

Mappa che illustra la regione del Kivu, al confine con l’Uganda, il Rwanda e il Burundi.

Passo a questo punto a parlare, sempre nella sfera dell’attività estrattiva, di un altro minerale, il Coltan, composto da colombite e tantalite, dal quale si estrae il tantalio. Esso viene estratto principalmente nel Nord Kivu, una regione nel centro-est della Repubblica democratica del Congo, dove ne si ottiene l’80%. Si tratta di un minerale preziosissimo ed un componente indispensabile per i nostri dispositivi, anche solo per l’accensione. Il prezzo di un chilogrammo di questo minerale, una volta estratto e venduto agli acquirenti successivi si aggira attorno ai 600$ per poi schizzare a 3500$ (!) una volta sul mercato globale.

 Le condizioni di lavoro per l’estrazione di questo minerale sono indubbiamente pessime, direi peggiori di quelle che si hanno nelle miniere di cobalto considerato che nel Kivu, dal 2004, imperversa una guerra. Movente principale? Proprio la ricchezza di quel territorio, cosa che non fa di certo desistere gli stati limitrofi e le multinazionali ad alimentare questo conflitto, quasi sconosciuto alla cittadinanza occidentale. Il conflitto, costato già ben 5 milioni di morti, implica la presenza di milizie territoriali, le quali richiedono ai minatori per ogni chilo di tantalio estratto una quota, prelevata ovviamente dai 2$ circa di stipendio giornaliero (facciamo ora il paragone con il costo di tale minerale sul mercato globale!); in seguito, i minatori devono consegnare i sacchi da 30, 40, 50 kg a dei corrieri che, nei casi più fortunati, si trovano nell’immediata prossimità dei punti di estrazione, altrimenti sono costretti a giorni di marcia per raggiungere città al confine con il Rwanda, ad esempio Goma.

Per testimoniare meglio le condizioni di lavoro di questa gente, riporto un episodio raccontato da un soldato, protagonista di un reportage: una donna venne stuprata ben tre volte in occasioni differenti, e fu costretta la prima volta ad assistere all’omicidio del marito, fatto a pezzi di fronte a lei, letteralmente. La donna chiese di ricomporre il marito per poterci dormire su, per sentirlo ancora vicino, nonostante fosse morto. I miliziani, a quel punto, ricomposero il corpo e la violentarono di nuovo, sui brandelli del marito. Non proseguo con il racconto per rispetto nei confronti di questa donna e per non turbare eccessivamente gli animi, nonostante il mio intento sia quello di scuoterli mediante questo articolo. Questo esposto ha ovviamente un nesso logico con il nostro discorso perché molti di quei miliziani, artefici di tali crimini, sono anche controllori di innumerevoli miniere del Kivu, incluse ovviamente quelle di tantalio, elemento che ha reso la città di Goma particolarmente ambita.

(Congo, agosto 2008) Villaggio nel Kisengo, costruito vicino a dei punti di estrazione del coltan – un minatore mostra un sacchetti con del coltan.


I minerali estratti, prima trasportati in Rwanda ed Uganda, vengono poi esportati in Europa o in Cina, qui pagati fior di quattrini e il ciclo si completa tornando di nuovo nelle tasche dei signori della guerra, un pò per il guadagno all’origine del traffico, un po’ per mano dei finanziatori occidentali i quali hanno chiari interessi nel mantenere la situazione instabile.
Torniamo ai nostri devices, realizzati con tali minerali. Compaiono nomi dei colossi quali Apple, Samsung, Huawei, Nokia (Microsoft) ed altri. Sono questi a decidere se acquistare o no i materiali provenienti dai trafficanti, i quali potrebbero essere perfettamente controllati, considerato il potere che queste aziende detengono. La situazione reale, però, è ben lontana dall’essere tutelata e ‘non è esente da responsabilità gravanti sui diritti umani, derivate da altre estrazioni minerarie come quella di cobalto, poc’anzi trattata.

Proseguirò nella terza ed ultima parte andando a trattare dell’ultimo minerale che arreca enormi danni ambientali in Cina.

Artur Glukhovskyy

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I disastri eterogenei della nostra tecnologia (Parte I) http://www.uradio.org/i-disastri-eterogenei-della-nostra-tecnologia-parte-i/ http://www.uradio.org/i-disastri-eterogenei-della-nostra-tecnologia-parte-i/#respond Sun, 17 Sep 2017 16:11:02 +0000 http://www.uradio.org/?p=6631 Estrazione dei minerali utili alla produzione dei nostri devices Ormai la corsa al telefono, allo smartwatch all’ultimo grido o al pc con più prestazioni pare essere diventata una cosa imperativa per coloro che vogliono sentirsi a loro agio in questa società o per coloro che semplicemente vogliono stare al passo con le tecnologie. Questo perché[...]

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Estrazione dei minerali utili alla produzione dei nostri devices

Ormai la corsa al telefono, allo smartwatch all’ultimo grido o al pc con più prestazioni pare essere diventata una cosa imperativa per coloro che vogliono sentirsi a loro agio in questa società o per coloro che semplicemente vogliono stare al passo con le tecnologie. Questo perché è piacevole scoprire il progresso o perché è sostanzialmente necessario per motivi di lavoro. Non si fa in tempo ad acquistare un dispositivo che già si vocifera sui due modelli successivi e si inizia a pensare di mettere in vendita quello attuale per non perdere, logicamente, eccessivo valore monetario.

Ci può stare tutto questo, ma non sarebbe meglio se, prima di acquistare il dispositivo, qualunque esso sia (smartphone, PC, tablet e molti altri dispositivi tecnologici, inclusi i veicoli), ci si domandasse con cosa e com’è fabbricato questo prodotto?

Questo articolo è incentrato proprio su questa tematica, ossia su cosa si cela, in linea generale, dietro queste produzioni. Seguirò un filo logico partendo dall’estrazione dei minerali fino alla lavorazione, dividendo gli argomenti in più parti.

Una madre che allatta sul posto di lavoro

Iniziamo dai minerali che compongono il telefono i quali sono reperiti ciascuno in aree molto eterogenee sul globo. Abbiamo: l’alluminio, estratto in Australia, lo zinco della Malesia usato per le saldature, il rame del Cile per i conduttori, il coltan dal quale si estrae il tantalio fondamentale per la realizzazione dei nostri telefoni, il cobalto ed infine, ma non meno importante, il neodimio fondamentale per realizzare i circa 12 magneti dei nostri telefonini grazie ai quali riusciamo a farci quello che facciamo.

Ora, tenete a mente in particolar modo questi minerali: COLTAN (quindi TANTALIO), COBALTONEODIMIO.

Ciascuno di questi elementi è fondamentale, ma voglio iniziare da quel minerale che fornisce la componente utile ad alimentare i nostri dispositivi: il COBALTO. Esso viene estratto per una percentuale che sfora il 90% di quello inviato poi in Cina, a livello mondiale, nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), precisamente nella regione del Katanga e prevalentemente nella zona sud-orientale, in fondo alla Repubblica, in tutti i sensi. Il sistema minerario dedito all’estrazione di questo minerale impiega un numero di lavoratori pari a 110/150 mila circa, senza tralasciare che, di questi, ben 40 mila sono minorenni, a volte anche al di sotto dei 10 anni.

Pensare che una vaga tutela dei diritti naturali degli uomini venga attuata, in realtà, è una presupposizione integralmente erronea. Infatti, gli adulti, così come i ragazzi (se non bambini), lavorano all’estrazione di questo materiale avente un certo grado di radioattività, senza protezioni né per le mani, nè per l’apparato respiratorio con logiche conseguenze. Questo tipo di estrazione mineraria viene definito “a mano” proprio perché i minatori non vengono dotati, il più delle volte, di uno strumento per l’estrazione: operano usando appunto le mani fin dal momento del reperimento delle venature di cobalto nel sottosuolo. Le conseguenze fisiche sono scontate, considerata la modalità di lavoro, come dermatite, asma e insufficienza respiratoria.

Al giorno d’oggi le miniere sono decisamente diverse da quelle di inizio e metà Ottocento nel Regno Unito o in America del Nord, con mezzi all’avanguardia: qui non è così. I minatori si muovono infatti in cunicoli strettissimi scavati in maniera improvvisata, nei quali di certo hanno poca libertà di movimento. Come è facile immaginare a questo punto, i cunicoli non sono neanche sostenuti da nessuna struttura di sicurezza, eccetto degli sporadici paletti in legno, e la conseguenza è l’elevata frequenza di crolli nei tunnel. Si va qui ben oltre i danni fisici come quelli elencati poco fa, dato che nei crolli i minatori restano spesso intrappolati sotto il terreno, sepolti vivi, nelle loro tombe. La cosa che stupisce ancora di più, da quanto si nota dai reportage, è che, in corrispondenza del crollo, viene posto solamente un segnale di colore rosso. Si continua, quindi, a scavare attorno e solo a volte si riesce ad estrarre il cadavere, il quale altrimenti rimarrà sepolto lì per sempre.

Un operaio che trasporta uno dei sacchi da decine di chilogrammi, a volte anche per giorni e giorni di marcia

I tunnel vengono costruiti anche sotto il pavimento delle proprie abitazioni: si inizia a scavare in un punto qualsiasi e si raggiungono spesso profondità pari a 30 metri con temperature asfissianti attorno ai 43 gradi e, cosa ancora più seria, con una quantità di ossigeno insufficiente alla respirazione. La soluzione a questa mancanza di ossigeno è fornita da alcune pompe che permettono all’ossigeno di circolare nei tunnel, ma il problema sussiste anche qui, quando queste esauriscono il carburante privando i minatori dell’ossigeno indispensabile. Conseguenza? Devono fuggire fuori al più presto per non soffocare.

Ragazzi impegnati nell’estrazione del Coltan. Sullo sfondo uno di loro è in prossimità del punto di estrazione

Ho accennato prima ai minorenni, i quali si aggirano attorno ai 40 mila: questi versano in condizioni anche peggiori. Così come gli adulti, devono sostenere turni di lavoro pari a 12 ore, per uno stipendio di 1500/2000 franchi (pari a 1,5/2$) giornalieri. La differenza è che i ragazzi vengono anche pesantemente importunati dalle guardie nei punti di estrazione, a meno che non si stia lavorando in un tunnel scavato in casa. Oltre ad essere obbligati a lavorare, per via di condizioni socio-economiche avverse, si ritrovano a lavorare durante le vacanze durante i fine settimana per favorire una situazione familiare pessima ed incentivare i propri studi. A volte, invece, avendo perso un genitore, o vivendo in una situazione che non permette loro di fare altro, si trovano in età adolescenziale ad essere dei giovani adulti “bread winner”  laddove il peso economico e il sostentamento dell’intera comunità grava su di un solo membro.

<< Tutto il denaro che guadagno devo spenderlo per il cibo: a casa , altrimenti, non mangiamo >>

Queste le parole di un ragazzo di 15 anni, intervistato da Amnesty international lì per testimoniare la situazione.


Nelle due parti successive continueremo il viaggio nell’estrazione dei minerali e ciò che questo comporta.

Artur Glukhovskyy

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Filo Sound Festival: venerdì con Fask, Gazebo Penguins e Pinguini tattici nucleari http://www.uradio.org/filo-sound-festival-venerdi-fask-gazebo-penguins-pinguini-tattici-nucleari/ http://www.uradio.org/filo-sound-festival-venerdi-fask-gazebo-penguins-pinguini-tattici-nucleari/#respond Sun, 16 Jul 2017 16:53:05 +0000 http://www.uradio.org/?p=6749 La serata di venerdì al Filo sound festival, nell’incantevole Cava di Roselle, si è aperta con i Pinguini Tattici Nucleari seguiti dai Gazebo Penguins e si è conclusa con i Fast Animals and Slow Kids. uRadio ha avuto la possibilità di intervistarli, ecco quello che ne è venuto fuori. Fast Animals and Slow Kids Partiamo[...]

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La serata di venerdì al Filo sound festival, nell’incantevole Cava di Roselle, si è aperta con i Pinguini Tattici Nucleari seguiti dai Gazebo Penguins e si è conclusa con i Fast Animals and Slow Kids. uRadio ha avuto la possibilità di intervistarli, ecco quello che ne è venuto fuori.

Fast Animals and Slow Kids

Partiamo dalla vostra provenienza, siete di Perugia e ci tenete sempre a farlo sapere. Pensate abbia influito nella vostra esperienza e in particolare per questo nuovo album?

Io penso che Perugia influisca sempre perché, indipendentemente da tutto, noi abbiamo scelto di continuare di vivere là, dove siamo nati, quindi il posto dove vivi e chi frequenti e le cose che fai nella tua quotidianità, soprattutto nel modo con cui noi ci approcciamo alla musica, che è un modo molto istintivo, puro, è alla base. Quindi dove vivi, quello che fai, chi incontri è poi la musica stessa. Quindi sì, il luogo dove viviamo influisce. Ci sarebbe da fare poi anche un discorso più ampio. All’inizio soprattutto avevamo un nome talmente complicato che spiegavamo bene tutti i dati anagrafici della band così almeno qualcosa rimaneva. Comunque l’ambiente musicale perugino è stato per noi molto importante.

Ora che siete passati all’aspetto più cosmopolita, con l’etichetta, che è una grossa etichetta, come vi trovate in questo senso? Cosa è cambiato da quell’ambiente più familiare ora che siete al centro di una etichetta con tanti altri grandissimi artisti?

Noi siamo entrati in Woodworm quando faceva ancora pochissimi dischi. Ci siamo entrati perché erano nostri amici e quindi questo senso della “grande etichetta” riferito a Woodworm ci fa parecchio ridere perché per noi sono sempre il Gallo e Andri. Andrea è tuttora il nostro fonico, il produttore dei nostri dischi insieme al bassista. Il Gallo è stato il nostro manager, il nostro tour manager e il nostro discografico. È tutto davvero in mega mega famiglia. Quindi sotto questo punto di vista la percezione della grande etichetta è da fuori, per noi è casa. Hanno gestito l’etichetta in maniera incredibile e professionale. Ci danno supporto sotto ogni punto di vista. Basta pensare al fatto che uno dei due soci è il nostro fonico, ciò vi fa capire.

Nel creare quest’album avete avuto libertà, come vi siete trovati nel farlo, cosa volete raccontare e cosa è cambiato?

Siamo assolutamente liberi. Pensa, noi registriamo in una casa di fronte al lago di Montepulciano, tra Chiusi e Castiglion del Lago e stiamo lì un mese. Uno cucina la pasta e l’altro intanto registra. Se non viene bene la voce, uno intanto va a correre e l’altro registra le maracas. La libertà espressiva è alla base. Oltretutto sei con una etichetta indipendente, allora perché sei con un indipendente se non sei libero di fare il ca**o che ti pare? Loro non pongono filtri di alcuna sorta.

In realtà noi componiamo sempre più o meno nello stesso modo. La musica per noi è terapeutica. Noi raccontiamo le nostre cosine del ca**o e le rielaboriamo. Quindi alla fine siamo molto istintivi. Se poi questa cosa è condivisa e condivisibile allora si crea il concertone, si crea la chiacchiera costruttiva, il confronto artistico. E devo ammettere che con questo disco e questo tour questa cosa si è ingigantita ancora di più. E questo tour sta andando super bene.

Vi fa piacere quindi che le persone si immedesimino in quello che scrivete?

Ma certo! Non per forza con la nostra visione, se qualcuno stravolge il nostro significato non siamo per niente gelosi. Ci sono persone che hanno capito l’esatto contrario di quello che volevamo comunicare e ci è piaciuta lo stesso! E’ ovvio che per noi, le canzoni che scriviamo hanno uno spazio, un tempo e un contesto ben definito ma per qualcuno questo spazio non esiste e ognuno le rielabora. Ed è questa la cosa più figa di tutte. Perché vuol dire che allora la musica ha qualcosa di universale. E quando questo accade è bellissimo.

Abbiamo parlato del vostro successo. Il mondo cosiddetto indipendente si sta fondendo con quello cosiddetto mainstream?

E’ tutto la stessa solfa, ragazzi. Bisogna reprimere questo discorso perché così si rischia di credere che esistano delle vie particolari per portare alla creazione musicale. Non produci musica indipendente o musica mainstream, produci musica. Comunica solo quello che hai in testa, quello che ti muove dentro. E’ questo l’unico filtro che ti interessa. Se la tua identità è forte, che tu sia major, indipentende, non conta nulla. Quello che conta è quello che ca**o sei te. Bisogna tornare alle origini, la musica e basta.

Nella prima parte dell’anno c’è un disco appena uscito che vi è piaciuto particolarmente?

Quello dei Culture Abuse, Peach, che è una figata.

Gazebo Penguins

Voi ormai fate musica da molto tempo. Ci chiedevamo se c’è un filo conduttore fra i vari album e se c’è un filo conduttore all’interno di questo album, Nebbia.

No, diciamo che ogni disco ha rappresentato per noi una storia a sé. Da quando abbiamo iniziato a cantare in italiano, con Legna, quello era un momento dove volevamo fare quella musica, cantarla in quel modo e soprattutto gridarla in quel modo. Poi è venuto Raudo che era legato ad altre tematiche. Legna era più legato al fuori, Raudo al dentro, alla familiarità della casa. Si parla tanto in quell’album di spostarsi, di tornare a casa. Quindi ha una sua atmosfera domestica e alienata per poi arrivare a Nebbia, che non è dentro e non è fuori. Come la Nebbia che è un po’ ovunque. Abbiamo voluto parlare nel disco della nebbia che è sia quella atmosferica, palpabile ed è anche quella che si prova quando non ci capisci un ca**o.

Voi vi sentite nella Nebbia?

E’ una ciclicità dalla quale non ti puoi staccare, torna tutti gli anni. Non riesci a staccarti dalla nebbia. Era molto nebbioso il periodo in cui abbiamo scritto questo disco ma in realtà ti accorgi che poi ne esci e ci ritorni dentro.

Tornando all’album, perché per voi Soffrire non è utile?

Quella canzone è nata da questa constatazione: ti può capitare la cosa più brutta, che per me è una cosa ma per te può essere un’altra e la vedi proprio nera. Poi magari ti ritrovi fra un anno, due, nella stessa situazione con la stessa incapacità di agire, con la stessa impotenza di fronte che non puoi regolare e allora tutto quello che ho vissuto, sofferto non è servito a niente.

Per quanto riguarda la parte tecnica, come lavorate agli album?

Per questo disco siamo partiti prima dalla composizione dei giri di batteria, poi alcuni accenni melodici e poi i testi arrivano sempre in seguito. Una volta buttata giù la melodia del cantato andiamo a riempirlo con i testi. Anche per la parte tecnica ogni disco ha la sua storia. L’ultimo l’abbiamo registrato tutti separati, tutto precisino.

Avete collaborato con altri artisti, ad esempio I Cani, vi hanno influenzato?

Questo disco è stato un percorso nostro. In futuro siamo sempre aperti alle collaborazioni, ma questo disco abbiamo voluto farlo solo noi. Con i FASK c’è una grande amicizia, vogliamo bene a tutti.

Pinguini Tattici Nucleari

Prima di tutto, Pinguini Tattici Nucleari. Perché?

E’ il nome di una birra, Tactical Nuclear Penguin, che alcuni nostri membri storici hanno trovato in un locale. E hanno pensato, non sarebbe un fantastico nome per una band?

In realtà all’inizio volevamo chiamarci gli Antonello Venditti, però era già preso e quindi abbiamo optato, dopo diverse discussioni che hanno portato quasi allo scioglimento della band a Pinguin Tattici Nucleari. Sì, in realtà volevamo chiamarci gli Antonelly Venditty, per bypassare il copyright però alla fine abbiamo optato per Pinguini Tattici Nucleari.

Voi con Antonello Venditti avete provato ad avere un trascorso, in teoria. Però cosa è successo?

Allora, non dimenticherò mai le sue parole quando gli abbiamo chiesto se voleva partecipare a una nostra canzone. Lui ha risposto con parole che ho tatuate dentro al cuore e che segnano la mia vita quotidiana sempre. Lui ha risposto “No.” Senza neanche grazie. In carattere 68, in mezzo al foglio. No.

Il vostro ultimo album, Gioventù Brucata, è nato grazie a un crowdfunding. Come vi siete trovati? Eravate anche disposti ad andare in giro per l’Italia. E’ una strada percorribile?

Ha funzionato, ci ha fatto conoscere tanti nuovi amici, tipo Giovanni dei Marta sui Tubi e i Selton che lavorano per Musicraiser e anche tanta nuova gente che si è appassionata al nostro progetto proprio grazie alla visibilità che ci ha dato Musicraiser. Poi, non funziona per tutti, nel senso che bisogna farlo nel modo corretto. Noi grazie al loro aiuto siamo riusciti a indirizzarla nel modo giusto. É una cosa che consiglio se alla band in questione piace la comunicazione con i fans, se piace avere un rapporto diretto altrimenti, se si è un po’ oscuri, si tende a non comunicare troppo e potrebbe non funzionare. Noi siamo estremamente aperti, ci piace avere un rapporto molto aperto, siamo molto rock n roll, non pensiamo a strategie di comunicazione, siamo così.

Musicalmente gli Elio e le Storie Tese sicuramente sono una componente importante della vostra musica.

A livello di influenze siamo abbastanza svariati. All’interno del nostro gruppo ci sono influenze diverse. Di sicuro gli Elio accomunano tutti quanti. Altrimenti litigheremmo sempre. E anche nell’ultimo album abbiamo provato a toccare diversi generi musicali, tutti è ovviamente impossibile.

Nel vostro album ponete una domanda, “Ci amereste anche se non fossimo perdenti?”, come vorreste vi rispondessero i fans?

Noi abbiamo fatto la domanda, la risposta sta a loro. Direi con un bacio con la lingua. Può voler dire sì, può voler dire no ma è sicuramente molto bello.

Secondo voi, come vedete cambiato il cosìddetto mondo dell’indie e se esiste ancora una effettiva differenza fra mondo dell’indie e mondo mainstream?

Molto complicato e scomodo rispondere. Di sicuro negli ultimi anni ci sono un sacco di soldi in più nell’indie e quindi le cose girano meglio. E quindi le cose girano un po’ più come nel mondo del mainstream. Ci sono un po’ di personaggi che hanno fatto il salto della quaglia e sono andati da una parte all’altra. La cosa che differenzia ancora, sono i posti come quello dove siamo oggi. Le persone che si mettono in prima persona tendenzialmente senza guadagnarci e si sbattono per far girare la musica che ci piace. E questa cosa nel mainstream non esiste. Nel panorama del cosìddetto indie esiste ancora ed è una cosa che mi piace assai. Siamo in un periodo di transizione.

Sta bene Rodger?

Sì, lui sta sempre bene. Anche se non lo vedo da un po’.

Nell’internet impazza questa cosa dei calendari di Elio. Riusciremo mai ad averli?

Ci stiamo pensando. Abbiamo contattato dei marketer e ci hanno detto che il calendario non si fa d’estate, si fa d’inverno per regalarlo a Natale alla zia.

Il vero problema non è Elio, lui non vede l’ora di fare il calendario, il problema sono io (Marco Ravelli, ndr) che devo fare le foto a Elio. Perchè dovremmo farne altre. Quindi dovrei andare di nuovo a casa di Elio e vivere un’esperienza che ho fatto molta fatica a dimenticare per fotografarlo semi nudo nel suo letto.

In realtà non c’è bisogno che Marco vada a casa sua perchè abbiamo già pensato a tutte le location (Riccardo, ndr).

C’è ad esempio Elio nello spazio, versione astronauta con il green screen, poi cavallerizzo e vigile del fuoco. Anche Elio – eschimese che pesca, tutto nudo. La nudità di Elio è molto importante per la nostra band, è un simbolo. Senza Elio nudo non saremmo qui, penso sia scontato. Un po’ come Kim Kardashian senza il sex tape che è uscito anni fa, non saremmo qui senza Elio nudo. Abbiamo pensato anche a un film un po’ hard, spinto, ma si vedrà. Stiamo ancora discutendo con il proprietario del cavallo.

Giulia Nicolini

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Si è svolta ieri la prima giornata del Filo Sound Festival, un evento alla sua prima edizione che ha portato la musica live indie nel cuore della Maremma, nella bellissima cornice della Cava di Roselle.

Sono state tre le band che si sono esibite: i torinesi Eugenio in Via di Gioia, i grossetani Abiku e i genovesi Ex-Otago. uRadio li ha intervistati per voi.

EUGENIO IN VIA DI GIOIA

“Giovani Illuminati” descrive un po’ la nostra generazione e il rapporto con le nuove tecnologie e il web: una critica all’alienazione a cui portano. Come vi rapportate a queste tecnologie che, al giorno d’oggi, sono fondamentali per la produzione e la promozione della vostra musica?

È un po’ la nostra prigione. Ne siamo attratti e spaventati. Ne siamo schiavi. Io sono schiavo della tecnologia. Più che della tecnologia, dello smartphone. Lo utilizziamo per i nostri scopi musicali. Però, da una parte, è un po’ una scusa per poterci stare sempre attaccati.

Qual è il vostro “chiodo fisso”?

Forse proprio questo (la tecnologia, ndr). Il cibo, quando siamo in tour, l’acqua gasata. Poi, dipende cosa intendi per “chiodo fisso”. Nella nostra canzone è inteso come un qualcosa che entra per sbaglio nella tua vita, quasi come fosse una droga e poi questa droga scopre di avere un posto nella tua vita grazie a te. Sono le relazioni malate, ecco.

A chi vi ispirate? Quali sono le vostre muse?

Beh, ci sono diverse muse da cui, più che trarre ispirazione, copiamo. Per Tutti Su Per Terra c’è stato molto Beirut, Edward Sharpe and The Magnetic Zeros, gli Alt-J per le percussioni. Di italiani, un sacco di artisti emergenti. In ogni festival a cui suoniamo incontriamo altri gruppi, più o meno al nostro livello, e ci scambiamo i cd. Abbiamo una macchina strapiena di cd di artisti emergenti che ascoltiamo un sacco. Quelli che ascoltiamo di più sono Bianco, la Rappresentante di Lista e Giovanni Truppi.

Secondo voi, com’è cambiata la discografia indie negli anni? Ha ancora senso parlare di “indie” e “mainstream”?

Non ha alcun senso. L’indie è il nuovo mainstream. Bisogna solo scrivere belle canzoni e poi, adesso che si può, passiamole in radio. Sfruttando l’onda mediatica dell’indie che sta andando di moda, un artista indipendente può arrivare in radio anche senza una major. Quindi, ben venga. Facciamo scrivere belle canzoni agli artisti italiani, a noi soprattutto. O indie di moda o no, noi siamo sempre sfigati.

Dove vi vedete tra 5 anni?

A settembre ci sciogliamo, tra 5 anni facciamo una reunion e speriamo che venga qualcuno! A parte gli scherzi, speriamo di continuare il percorso che stiamo facendo adesso, una crescita graduale ma costante, che tra 5 anni ci porterà là (indicando il main stage, ndr), a pagare le bollette con la musica. O entrare nei teatri. Mangi bene, suoni ad un’ora decente, la gente ti ascolta perché è seduta. In effetti, il top non sarebbero gli stadi, ma i teatri. I teatri grossi come gli stadi: il Colosseo!

Quali sono le prossime date del tour?

Brescia, Cuneo, Genova, Apolide, Alba, Basilicata e Calabria.

ABIKU

Che effetto vi fa suonare a casa?

Un effetto particolarissimo, specialmente stasera, perché faremo più che altro pezzi che nessuno ha mai sentito e sui quali abbiamo lavorato negli ultimi anni. Siamo particolarmente contenti di farlo a casa, davanti ai nostri amici, che in qualche modo hanno un canale preferenziale per capire di cosa parliamo nelle canzoni, quindi è il posto giusto per fare un concerto del genere. È bello.

Vi rende più nervosi suonare a casa o fuori?

Ma no, siamo sempre abbastanza tranquilli.

Nelle vostre canzoni fate tanti riferimenti a Grosseto e alla sua provincia, ma siete un po’ sparpagliati in giro per l’Italia. Quanto c’è di casa e quanto delle vostre vite lontano dalla Maremma?

Nei dischi precedenti c’è tantissimo di casa, in quelle nuove qualcosa di meno.

Qual è l’origine del vostro nome?

È una parola che ho letto in un libro di uno scrittore africano, Ben Okri, La Via della Fame. Il nome fa riferimento ad una leggenda del centr’Africa e mi piaceva come suonava questo nome.

Secondo voi, com’è cambiata la discografia indie negli anni? Ha ancora senso parlare di “indie” e “mainstream”?

Senz’altro, recentissimamente, si è venuto a creare una sorta di ponte tra il mondo indie e il mondo mainstream. Si vedono sempre più progetti provenienti dall’ambito indie che fanno i numeri dei mainstream, e questo mi fa molto piacere, mi sembra una prospettiva molto interessante per il futuro.

Quali sono i vostri progetti futuri?

Far uscire il nostro nuovo disco, abbiamo quasi finito di registrarlo.

Avete già la data di uscita? No, ancora no.

EX-OTAGO

Siete una band che ha una formazione abbastanza “antica”, potremmo dire. Chi erano gli Ex-Otago 15 anni fa e chi sono oggi? Cosa avete tenuto costante in tutti questi anni e cosa è cambiato?

Beh, è una domanda bella tosta. Sicuramente ciò che è immutato è la visione dello “stare dentro la musica”, estremamente spontanea, anche un po’ coraggiosa e genuina. Abbiamo sempre voluto e fatto ciò che ci passava per la testa e continuiamo a fare esattamente questo, e continueremo. E poi sono cambiate un sacco di cose, che neanche ricordo tutte. Prima di tutto, il tuo ciuffo! Il ciuffo, esatto! Che si muoveva in maniera abbastanza indipendente dalla mia volontà e che però era sempre di lato, adesso ce l’ho più sbarazzino. E, comunque, il bello degli Otaghi è che siano sempre e comunque persone semplici nonostante il loro enorme e incredibile successo!

Quando eravate piccoli, sognavate di fare gli indiani. E adesso cosa sognate?

Beh, Olmo fa il geometra, quindi…

Sì, ho una piccola attività, piccoli abusi edilizi in zone dislocate. È una cosa che mi dà tanto.

E ora l’indiano lo fai col fisco!

Dopo essere stati in capo al mondo, siete tornati a Marassi, il posto dove siete nati. Come mai questo ritorno alle origini?

Ce n’è sempre bisogno. Se ci pensi, siamo la generazione che può contare decine e decine di amici che sono andati dall’altra parte del mondo a lavorare, a cercar fortuna, a fare esperienza all’estero e poi, se ben vedi, un gran numero di questi amici, più passano gli anni, più ritornano a casa. C’è chi si ferma, però in tanti dicono “ma sai cosa? A casa non si sta poi così male”. Il gran pregio di essere stati fuori è di guardare casa sotto una prospettiva nuova. Tutto ciò che magari sembrava noioso, stantio, limitante, vecchio, troppo banale, una volta che si è stati fuori si scorgono quelle piccole sfaccettature, quegli anfratti a cui non si faceva caso, che sanno raccontare un sacco di cose, com’è Marassi per noi.

Siete nella musica da tanto tempo. Secondo voi, com’è cambiata la discografia indie negli anni? Ha ancora senso parlare di “indie” e “mainstream”?

Adesso che è mancato Paolo Villaggio, a questa domanda si può rispondere solo con una risposta: “è una cagata pazzesca!”. La storia sta dimostrando il contrario, questi mondi si stanno confondendo. Ci è capitato di recente di andare al Festival Show a suonare, una specie di Festivalbar, dove abbiamo potuto vedere da vicino un po’ il mondo al contrario. C’era questo meraviglioso red carpet e quando passava Elodie, Moreno, Marco Carta e molti altri, tutti impazzivano. Quando siamo passati noi si mormoreggiava “ma questi chi cazzo sono?”.

No, mi hanno riconosciuto!

Sì, ma perché ti hanno scambiato per un altro.

Sì, per Alvaro Soler.

In realtà, noi stiamo facendo un’attività live che sembra dimostrare il contrario rispetto a queste figure, che sono tanto note per via della televisione e i mezzi di comunicazione canonici che poi, ai concerti, fanno veramente poca gente. Ora c’è tutto quel filone che chiamiamo musica indipendente che sta facendo dei numeri ben più alti. La tv sta diventano un po’ come Babbo Natale, una cosa a cui bisogna credere o meno. Secondo me, per capire un po’ queste definizioni, bisognerebbe capire il significato delle parole e si vedrebbe che i confini sono molto più labili di quello che si crede. “Indie” sta per indipendente, ma ci sono tanti gruppi che vengono definiti indie che escono per etichette major. Ma questo non vuol dire che l’attitudine indipendente, che significa “faccio un disco come cazzo mi pare” sia andata perduta. Sono etichette un po’ faziose. Come “mainstream”, cosa vuol dire? Che, sostanzialmente, ti ascolta tanta gente. Che il tuo messaggio è trasversale, che va sulle radio e le tv nazionali. Come “pop”. Per noi è un complimento, perché vuol dire “popolare” magari, scavando nei significati delle parole si scopre che tutti i confini sono labili e che tutti i confini sono validi. L’importante è mantenere una propria identità perché si ha voglia di fare musica e non per andare in televisione. Meglio fare diecimila concerti e perdere la salute che fare tanta televisione e fare 4 eventi mondani negli outlet.


Il Filo Sound Festival prosegue stasera con i Fast Animals and Slow Kids, i Gazebo Penguins e i Pinguini Tattici Nucleari e domani con Dargen d’Amico feat. Isabella Turso, Willie Peyote feat. Frank Sativa e Murubuntu + La Kattiveria e Dj T-Robb.

Melania Verde

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