E lucevan le stelle sulla Tosca di Puccini

A mamma.

Ci sono (almeno) tre argomenti su cui non dovete mai chiedermi un’opinione se non volete ascoltarmi blaterare per almeno mezz’ora di fila: Narciso e Boccadoro di Hesse, i gatti e Puccini. La lista in verità è molto lunga. In ogni caso, questa domenica parleremo del terzo di questi argomenti e di una delle sue opere più note, la Tosca. Ho già parlato della mia opera preferita in assoluto, la Turandot, qui: forse dovrei scrivere di nuovo qualcosa perché in due anni la mia sensibilità è molto cambiata. Ma, come al solito, sto divagando.

La prima volta non si scorda mai

I miei fidati lettori ricorderanno di certo l’articolo sull’Eugene Onegin che andai a vedere a Graz, in Erasmus. Considero quella la prima opera lirica ascoltata in teatro, ma la verità è che ci fu un precedente. L’estate prima della mia partenza l’orchestra di Grosseto, la mia città, organizzò alla Cava di Roselle la messa in scena della Tosca di Puccini. Mia madre, incuriosita, mi chiese di accompagnarla e accettai di buon grado. La Tosca, all’aperto, con un’orchestra vera: non potevo non dire di sì. C’era la possibilità di comprare il libretto lì ma io e mia madre optammo per la soluzione da poracce: lo stampammo a casa. Scopriremmo in seguito (come era ovvio) che il buio ci avrebbe impedito di leggerlo.

La Cava di Roselle

Storia di un dramma

La Tosca è stata composta tra il 1896 e il 1899 ed è andata in scena per la prima volta a Roma nel 1900. Il libretto è basato sull’omonimo dramma di Victorien Sardou, rappresentato nel 1887 con protagonista la leggendaria Sarah Berhnardt. Questa è considerata l’opera più drammatica di Puccini, ricca di colpi di scena e stravolgimenti che tengono l’ascoltatore col fiato sospeso fino alla fine; si articola in tre atti (contro i cinque del dramma di Sardou) e non presenta un’ouverture. La trama ruota intorno al triangolo fra la cantante Tosca, il pittore Cavaradossi suo amante e il barone Scarpia sullo sfondo della battaglia di Marengo del 14 giugno 1800.

Il meraviglioso manifesto

Primo atto

L’ex console della Repubblica romana, il bonapartista Angelotti, è fuggito dalle prigioni di Castel Sant’Angelo e si è rifugiato in una chiesa, dove la marchesa Attavanti, sua sorella, gli ha lasciato un travestimento femminile. La donna è stata dipinta, senza saperlo, da Mario Cavaradossi. Angelotti è costretto a nascondersi per l’arrivo del prete; sopraggiunge anche Cavaradossi per continuare a dipingere (Recondita armonia). Il pittore intravede Angelotti, con il quale condivide la fede politica, e organizza un piano di fuga; ma ecco che irrompe Tosca, che racconta al suo amante tutte le fantasie per quella notte. Le cade l’occhio sul quadro e riconosce la marchesa. Si scatena così una divertentissima scenata di gelosia (e come biasimarla?). Cavaradossi le assicura che ama solo lei (gli crediamo? Sì, gli crediamo).

Anna Pirozzi è Tosca nell’allestimento del 2015 del Teatro dell’Opera di Roma (®Yasuko Kageyama)

Un colpo di cannone annuncia la fuga di un detenuto da Castel Sant’Angelo: Cavaradossi decide di accompagnare Angelotti per coprirlo, ma nella foga dimentica il ventaglio del travestimento. La falsa notizia della vittoria austriaca a Marengo fa esplodere di gioia il sacrestano, che riunisce i piccoli e indisciplinati chierichetti per intonare il Te Deum; questo momento di gioia viene interrotto dall’ingresso di Scarpia, capo della polizia papalina, sulle tracce di Angelotti. Tosca rientra nella chiesa per avvisare l’amante di un imprevisto: dovrà cantare a Palazzo Farnese per le celebrazioni della vittoria e deve perciò rimandare l’appuntamento. Scarpia la sfrutta per arrivare ad Angelotti mostrandole il ventaglio e insinuando che Cavaradossi abbia un’amante. Tosca, furiosa, si precipita fuori nella speranza di coglierli in flagrante. Scarpia la segue, convinto che lo porterà da Cavaradossi e, quindi, da Angelotti. Fin qui l’elemento tragico è rimasto sottaciuto; ma la cenere nasconde le braci, e bisogna scendere un po’ più nei dettagli per trovare il dramma.

Secondo atto

Al piano nobile di Palazzo Farnese si sta svolgendo una grande festa per i reali di Napoli; Scarpia, nel suo appartamento, sta cenando. Spoletta, suo braccio destro, lo interrompe conducendo Mario, in arresto; interrogato, si rifiuta di rivelare dove sia Angelotti e perciò viene condotto in una stanza per essere torturato. Tosca viene convocata e viene costretta ad ascoltare le urla dell’amante per estorcerle una confessione: disperata, rivela il nascondiglio di Angelotti.

Un messo giunge a portare un’inaspettata notizia: il vincitore di Marengo è in realtà Napoleone. Mario, incapace di trattenersi, esulta e per questo viene condannato a morte e condotto via. Tosca implora Scarpia di concedergli la grazia, e lui acconsente a patto che lei gli si conceda. La donna, inorridita, si rivolge in accorato rimprovero a Dio (Vissi d’arte, vissi d’amore), ma è costretta a cedere. Scarpia, convocato Spoletta, le fa credere che la fucilazione sarà simulata e firma un salvacondotto per la coppia. Quando si avvicina a Tosca ci si aspetta che lei rimanga passiva, invece no.

Abbiamo, a mio parere, una delle scene migliori della storia dell’opera lirica: Tosca afferra fulminea un coltello. “Questo è il bacio di Tosca!”, grida, colpendolo al petto. Scarpia si divincola a terra mentre Tosca lo colpisce ancora. “Ti soffoca il sangue? E ucciso da una donna!” gli dice con disprezzo. Vorrei poter scrivere un intero articolo su questa scena da quanto è bella. Tosca lo intima di guardarla mentre lo sovrasta, le mani sporche di sangue e un’espressione d’odio. Scarpia finisce così i suoi giorni, riverso a terra, ucciso da una donna che credeva di possedere. Tosca fa per andarsene, ma presa dal pentimento afferra due candelabri e li pone a lato del cadavere, poi stacca un crocifisso dalla parete e lo posa sul petto di Scarpia. Rimane a guardarlo per qualche istante e poi esce.

Sì, scriverò sicuramente un altro articolo solo su questa scena.

Terzo atto

È l’alba e un giovane pastore in lontananza canta una malinconica canzone in romanesco. Mario viene condotto sulla piattaforma di Castel Sant’Angelo per essere fucilato e scrive un’ultima lettera a Tosca; sopraffatto dai ricordi, non riesce a terminarla (E lucevan le stelle). La donna arriva e spiega tutto a Mario, mostrando il salvacondotto. Scherzando, gli dice di simulare bene la sua morte. Ma Mario viene fucilato davvero: in una scena straziante Tosca si getta sul corpo dell’amato e scopre l’inganno. Nel frattempo Spoletta e gli sbirri hanno scoperto il cadavere di Scarpia e si sono gettati all’inseguimento di lei. Tosca, invece di sfuggire Spoletta, lo respinge e si getta dalla piattaforma urlando una promessa di vendetta: “O Scarpia, avanti a Dio!”.

Sì, è assolutamente necessario che scriva qualcosa su questo meraviglioso personaggio.

La prima esperienza totale

Per me che assistevo per la prima volta in vita mia a un’opera lirica questa è stata un’esperienza totalizzante. Ero seduta accanto a mia madre in fondo alla platea, sentivo poco e vedevo ancora meno ma nonostante questo sono rimasta a bocca aperta. Ho percepito per la prima volta l’idea di arte totale; beh, non in senso puramente wagneriano, ma ho percepito l’unione fra la recitazione e la musica. Mi sono sentita parte di qualcosa di grande e bellissimo; niente di minimamente paragonabile a un’opera lirica in un vero teatro…

Certo, però, che un articolo su Tosca potrei farlo davvero…


Federica Pisacane.

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