I disastri eterogenei della nostra tecnologia (Parte II)

Continuiamo il viaggio circa i disastri provocati dalla produzione dei nostri devices ultra-tecnologici. Qui la prima parte.


Nel 2002 venne approvato dal governo congolese il DRC MINING CODE: metteva nero su bianco le modalità e le procedure burocratiche atte a regolamentare l’attività mineraria, ma di queste norme non sono certo che ne siano state adottate molte. La mancanza di certezza proviene dell’Articolo 3 del documento sopracitato, il quale afferma che tutte le risorse minerarie (le risorse artificiali, le riserve idriche, le risorse geo-termali presenti sulla superficie o nel sottosuolo) sono di esclusiva, inalienabile e imprescindibile proprietà dello stato congolese.

In effetti, le miniere di cui sto parlando sono proprietà CONGO DONGFANG MINING INTERNATIONAL, dal nome, quindi, congolese, ma il punto è che questa compagnia è stata acquistata per il 100% dalla cinese Zhejiang Huayou Cobalt Company, la quale esporta il cobalto per il 90% in Cina, dove è concentrata la quasi totalità della produzione dei nostri dispositivi elettronici, per non parlare del fatto che otto delle dodici principali aziende impegnate nella produzione di smartphones sono di nazionalità cinese (nonostante si dedichino anche ad altro).

I principali acquirenti di cobalto per la produzione di questi dispositivi sono coloro i quali detengono le maggiori fette di mercato nella produzione di smartphones ed altri prodotti, sto parlando di: Apple, Samsung, LG, Sony, Volkswagen, Daimler (Mercedes-Benz, ndr). Ci tengo a sottolineare che questi colossi non acquistano direttamente dalla compagnia sopraindicata, bensì intrattengono rapporti commerciali con delle compagnie intermedie. Eppure questo, di certo, non li salva da una grande colpevolezza dato che, se volessero davvero una minima garanzia sul rispetto dei diritti umani nell’estrazione di tali minerali, non faticherebbero ad imporre dei parametri imperativi da dover rispettare. Considerate le condizioni disumane, si può ben capire che nulla viene fatto, né tanto meno viene fornita risposta adeguata ad ONG quali Amnesty.

Cosa vuol dire ciò, considerate le condizioni di lavoro che ho descritto nella prima parte? Vuol dire che il governo congolese, in materia, praticamente, ha ben poca voce o probabilmente ha altrettanto poco interesse nel tutelare le condizioni dei propri cittadini, ammesso il fatto che ne abbia la possibilità, considerata la condizione di estrema povertà della RDC e la sua spossatezza di fronte ad una crisi umanitaria.

 

Mappa che illustra la regione del Kivu, al confine con l’Uganda, il Rwanda e il Burundi.

Passo a questo punto a parlare, sempre nella sfera dell’attività estrattiva, di un altro minerale, il Coltan, composto da colombite e tantalite, dal quale si estrae il tantalio. Esso viene estratto principalmente nel Nord Kivu, una regione nel centro-est della Repubblica democratica del Congo, dove ne si ottiene l’80%. Si tratta di un minerale preziosissimo ed un componente indispensabile per i nostri dispositivi, anche solo per l’accensione. Il prezzo di un chilogrammo di questo minerale, una volta estratto e venduto agli acquirenti successivi si aggira attorno ai 600$ per poi schizzare a 3500$ (!) una volta sul mercato globale.

 Le condizioni di lavoro per l’estrazione di questo minerale sono indubbiamente pessime, direi peggiori di quelle che si hanno nelle miniere di cobalto considerato che nel Kivu, dal 2004, imperversa una guerra. Movente principale? Proprio la ricchezza di quel territorio, cosa che non fa di certo desistere gli stati limitrofi e le multinazionali ad alimentare questo conflitto, quasi sconosciuto alla cittadinanza occidentale. Il conflitto, costato già ben 5 milioni di morti, implica la presenza di milizie territoriali, le quali richiedono ai minatori per ogni chilo di tantalio estratto una quota, prelevata ovviamente dai 2$ circa di stipendio giornaliero (facciamo ora il paragone con il costo di tale minerale sul mercato globale!); in seguito, i minatori devono consegnare i sacchi da 30, 40, 50 kg a dei corrieri che, nei casi più fortunati, si trovano nell’immediata prossimità dei punti di estrazione, altrimenti sono costretti a giorni di marcia per raggiungere città al confine con il Rwanda, ad esempio Goma.

Per testimoniare meglio le condizioni di lavoro di questa gente, riporto un episodio raccontato da un soldato, protagonista di un reportage: una donna venne stuprata ben tre volte in occasioni differenti, e fu costretta la prima volta ad assistere all’omicidio del marito, fatto a pezzi di fronte a lei, letteralmente. La donna chiese di ricomporre il marito per poterci dormire su, per sentirlo ancora vicino, nonostante fosse morto. I miliziani, a quel punto, ricomposero il corpo e la violentarono di nuovo, sui brandelli del marito. Non proseguo con il racconto per rispetto nei confronti di questa donna e per non turbare eccessivamente gli animi, nonostante il mio intento sia quello di scuoterli mediante questo articolo. Questo esposto ha ovviamente un nesso logico con il nostro discorso perché molti di quei miliziani, artefici di tali crimini, sono anche controllori di innumerevoli miniere del Kivu, incluse ovviamente quelle di tantalio, elemento che ha reso la città di Goma particolarmente ambita.

(Congo, agosto 2008) Villaggio nel Kisengo, costruito vicino a dei punti di estrazione del coltan – un minatore mostra un sacchetti con del coltan.


I minerali estratti, prima trasportati in Rwanda ed Uganda, vengono poi esportati in Europa o in Cina, qui pagati fior di quattrini e il ciclo si completa tornando di nuovo nelle tasche dei signori della guerra, un pò per il guadagno all’origine del traffico, un po’ per mano dei finanziatori occidentali i quali hanno chiari interessi nel mantenere la situazione instabile.
Torniamo ai nostri devices, realizzati con tali minerali. Compaiono nomi dei colossi quali Apple, Samsung, Huawei, Nokia (Microsoft) ed altri. Sono questi a decidere se acquistare o no i materiali provenienti dai trafficanti, i quali potrebbero essere perfettamente controllati, considerato il potere che queste aziende detengono. La situazione reale, però, è ben lontana dall’essere tutelata e ‘non è esente da responsabilità gravanti sui diritti umani, derivate da altre estrazioni minerarie come quella di cobalto, poc’anzi trattata.

Proseguirò nella terza ed ultima parte andando a trattare dell’ultimo minerale che arreca enormi danni ambientali in Cina.

Artur Glukhovskyy

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