Cose strane accadono in Palestina: conversazioni su Hebron.


Cose strane accadono in Palestina


I suoi abitanti vengono privati delle loro case, espropriati della propria terra, e progressivamente allontanati dai loro luoghi di origine.

Un oscuro fantasma si aggira per le strade di Hebron: è l’esercito israeliano, che spacca in due la città, svuota la via principale, la Shuhada, e mette a tacere la tradizione del mercato popolare.

Ma andiamo con ordine.

 

Conversazioni su Hebron

Venerdí 9 marzo si è svolta a Fieravecchia (il Polo Umanistico dell’Università degli Studi di Siena) “Conversazioni su Hebron”, un’iniziativa di Youth Against Settlements volta a promuovere la “Open Shuhada Street Campaign”.

La campagna ha come scopo quello di “riaprire” la via principale della città di Hebron, la Shuhada, un tempo sede del mercato popolare, cuore della vita cittadina e ora ridotta a una via fantasma.

Ne dà una testimonianza Luca Nania, Erasmus in Palestina: sullo schermo dell’Aula Magna proietta degli scatti personali con l’intento di portarci con sé nei luoghi di Hebron. Parte innanzitutto dal mercato, (ormai inesistente) e continua percorrendo le vie della città fantasma.

 

Viaggio virtuale tra devastazione e memoria.

I tetti dei palazzi sono occupati dall’esercito israeliano. Ne hanno fatto un punto di osservazione: sono ora ricoperti da reti e marchiati dalle bandiere israeliane.

Delle lastre di cemento impediscono l’accesso alle strade «come se da Banchi di Sotto non si potesse accedere a Piazza del campo» (spiega Luca). Dei “check point” sbarrano il passo ai palestinesi, costretti a subire dei controlli continui per accedere alle loro stesse case (sempre che i coloni israeliani non vi abbiano fatto irruzione per primi, occupandole).

Il cammino virtuale termina con la Tomba dei Patriarchi dove la tradizione vuole che Abramo, Isacco e Giacobbe siano seppelliti. Il luogo più importante della città, patrimonio Unesco, che nel 1994 fece da sfondo a un terribile atto di violenza: un colone di origine americana aprì il fuoco sul popolo in preghiera con un M16.

Ventinove furono i morti e centoventi i feriti, ma il segno che questo evento impresse nella città di Hebron fu molto più profondo. Nel ‘97, il protocollo di Hebron smembrò la città in due zone, H1 e H2: una palestinese e una israeliana.

Oggi, un cancello divide il transito della popolazione palestinese da quella israeliana: in H2 si trovano le colonie israeliane, ma ci vivono anche 350.000 palestinesi. È un Apartheid, il dominio di una minoranza su una maggioranza, una gravissima violazione dei diritti umani.

Severamente condannato dal diritto internazionale,  non sono mai stati presi dei seri provvedimenti a riguardo. «L’unica mia garanzia era una telecamera» racconta Luca «solo registrando avrei potuto dimostrare un’eventuale lesione dei miei diritti. In caso contrario, non sarebbero stati difesi».

 

La questione palestinese

Perché tutto questo accade?

«Nel 1929, dopo l’inizio della migrazione sionista le tensioni tra la popolazione araba e quella ebrea erano ai massimi livelli» spiega Luca. «Scoppieranno delle rivolte a Gerusalemme e in altre zone della Palestina. Gli ebrei vennero accolti e protetti dai palestinesi che non concordavano con questa ondata di violenza». La situazione in Palestina si è, successivamente, ribaltata.

A prendere la parola è Luisa Morgantini, europarlamentare e membro di Assopace. «Dal 1929, la popolazione ebraica aveva convissuto insieme a quella palestinese» spiega Morgantini. «A quel tempo c’era il mandato britannico e gli inglesi decisero di evacuare le famiglie ebraiche da Hebron».

Allora non esisteva ancora lo Stato di Israele che venne istituito nel 1948, appunto, per dare uno Stato alla popolazione ebraica. «Già dal 48, quando si fondò lo Stato di Israele la prima operazione fu quella di distruggere più di 500 villaggi palestinesi in una sorta di pulizia etnica» dice infatti Morgantini.

«Ció che veramente ha avuto successo è l’esproprio della terra, il problema fondamentale al di là della religione» continua Morgantini. «La Palestina è in realtà multi culturale e Israele sta tentando di dire agli occidentali di difendere i valori dell’occidente. In realtà, il problema della Palestina è quello della terra», conclude.

 

La Risoluzione 181 dell’Assemblea generale.

Israele venne creata con una risoluzione ONU, la famosa Risoluzione 181 dell’Assemblea generale. Secondo tale risoluzione, lo Stato Palestinese avrebbe dovuto essere più o meno equamente suddiviso fra arabi ed ebrei (con una percentuale maggiore per i palestinesi). Gerusalemme, invece, sarebbe stata posta sotto mandato internazionale.

Le cose, però, non andarono esattamente così. Scoppiarono in seguito delle guerre tra Israele e la popolazione araba, le guerre arabo-israeliane. In seguito ad esse, Israele conquistò molti più territori di quelli che gli spettavano secondo la risoluzione.

Fra il ’47 e il ’49, Israele ha conquistato fino al 78% della Palestina storica. Questa venne quindi ridotta a un 22%, confinata principalmente fra la Cisgiordania e la striscia di Gaza.

Ma non è finita qui: nel 1967 scoppierà la così detta “guerra dei sei giorni” tra arabi e israeliani. Il risultato fu un completo cambiamento dei rapporti di forza nel mondo arabo. «Dopo l’occupazione militare israeliana del 67 quel 22% è diventato per il 60% israeliano» afferma Morgantini.

«Quindi i palestinesi si trovano sparsi nel loro territorio, bloccati nei loro spostamenti da una quantità di check point inverosimili che ad oggi sono circa 650.000».

Di tutto ciò Hebron non ne è che il simbolo: «Dopo l’occupazione militare del 67 gli ebrei vollero riprendersi le loro case» racconta Morgantini. «Il problema è che non erano le loro, ma dei padri e dei nonni dei palestinesi che li protessero durante la diaspora ebraica».

La strategia di Israele, secondo Morgantini, è quella di allontanare progressivamente i palestinesi. Ma perché Israele avanzerebbe una tale pretesa? Una sola parola: promessa.

Secondo buona parte della comunità ebraica, la Palestina sarebbe stata promessa loro da Dio, e tale promessa è più importante dei cambiamenti storici e politici che intercorrono nel ventunesimo secolo.

 

Che cosa si può fare e perché non lo si fa?

Secondo Riccardo Corradini – membro di Link Siena e moderatore dell’incontro – la situazione è «talmente complessa da non potersi aspettare delle risposte semplici». Luisa Morgantini, invece, è convinta che la soluzione sia più facile di quanto sembri.

«Basterebbe che la comunità internazionale decidesse quali sono i confini di Israele» afferma Morgantini. «Gli internazionalisti lo dicono ma non agiscono mai concretamente, non sanzionano».

Perché l’Occidente sembra essere così benevolo nei confronti di Israele? «Per l’Europa c’è il senso di colpa dell’olocausto che viene usato per nascondere i crimini di Israele. Ma Israele ha perso la sua valenza morale perché vive sotto questa forma di razzismo».

Quanto agli Stati Uniti, Morgantini afferma: «Questione politica e di alleanze» e spiega che «dopo la seconda guerra mondiale, la questione era conquistarsi il mondo medio orientale e africano. Israele è stata creata per dare spazio al mondo occidentale in un luogo conteso dall’URSS e dagli USA e quindi rappresentava il mondo occidentale per i suoi interessi e alleanze comuni. Ma se vuole stare dentro il Medio Oriente deve vivere entro i suoi confini, mentre si pone sempre come rappresentante del mondo occidentale».

Luca Nania infine, punta l’attenzione sulla questione della sicurezza: «Al di là del fanatismo c’è un business di Israele che è quello della sicurezza su cui vengono fatti degli investimenti. Su questo, i coloni israeliani sono tecnologicamente avanzati perché vengono finanziati dai governi occidentali. Tutte le tecniche degli europei sono state testate nel laboratorio Palestina e così triplicano il loro valore di mercato. Buona parte delle tecniche di sicurezza hanno origine in terra palestinese».

 

Un barlume di speranza?

Se le alleanze internazionali sembrano disinteressarsi della questione palestinese, a un livello più “basso”, qualcuno si sta già muovendo. Oltre la campagna di Youth Against Settlements, Break the Silence è un’iniziativa della popolazione ebraica volta a denunciare le violazioni dei coloni israeliani.

«La propaganda è distorsione» afferma uno studente Erasmus proveniente da Gaza. Ringraziando tutti i presenti, afferma: «possiamo fare qualcosa come palestinesi ma senza di voi non potremmo raggiungere i nostri obbiettivi. Voi siete fondamentali».

La questione palestinese è e rimarrà sempre una delle piaghe della nostra storia. Ma l’immagine che la Palestina vuole mandare è quella di una resistenza. L’incontro si conclude, infatti, con la proiezione di alcune immagini che mostrano una Gaza attiva, vitale, in cui i giovani riescono a fare cinema, teatro, a studiare, a cantare. A vivere.

Un lato grazie al quale i palestinesi riescono a vincere, nella loro quotidianità, contro i vincitori.


Annachiara Crea.

 

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