"Che hai detto?" – Mi son veneto

La specie dell’homo venetus è composta per l’88% di “graspa” e il 10% di bestemmie. Il restante 2% è destinato al panino con la luganega.

Il suo dialetto, il veneto, è ripartito in alcune varianti per le quali è difficile stabilire confini precisi. In ogni caso, possiamo ritenere affini il veneto (di Venezia), il trevigiano e il padovano, e distinguerli chiaramente dal bellunese; ma vi sono anche il veronese e il vicentino o la variante di Chioggia, creata ad hoc per gli scaricatori di porto.


Una minoranza linguistica parlata in questa regione è il ladino, una lingua derivata dal latino che subì un processo di tedeschizzazione graduale soprattutto in età medievale. È parlata principalmente nelle zone alte della regione, come a Cortina. Riportiamo qui un botta e risposta standard: “Bun dé, ci ora él pa?” “Vin”, cioè “Buongiorno, che ore sono?” “Vinoh” (ebbene sì, Robert Baratheon era veneto).

Dall’alto della loro settentrionalità, i veneti tendono a inserire un pronome clitico (mi, ti…) in ogni frase: “mi go” sarebbe “io ho”. Evidentemente sentono il bisogno di rimarcare con persistenza il possesso dei propri beni, cadreghe comprese.

Tra le caratteristiche più comuni, che fanno del veneto un dialetto settentrionale, vi è lo scempiamento delle doppie. I tacchi diventano “tachi” e già si vede un ghigno soddisfatto spuntare sulla bocca delle maestre delle elementari sadiche e inclini all’abuso dell’inchiostro rosso che, però, non potrebbero nulla di fronte a “ti che ti tachi i tachi tachime mi me tachi” “mi no che non te taco i tachi, ti che ti tachi tachi staltri tachite ti to tachi” (“tu che attacchi i tacchi attaccami i tacchi” “Io no che non ti attacco i tacchi, tu che attacchi i tacchi agli altri attaccati i tacchi”).

Tra le altre distrazioni linguistiche dei veneti c’è la tendenza a omettere la l: non “xè beo” (è bello) per i turisti cinesi che approdano nella laguna, che così non trovano più gusto nello storpiare le parole. Nonostante l’avversione per la l, c’è una lettera a cui i veneti tengono particolarmente: la s. Infatti la x, la z e la s nello scritto spesso concorrono a indicare la s sonora (come in “asma”).

In Veneto avviene, inoltre, la palatalizzazione delle c, per cui la chiave diventa ciave. Ma attenzione nell’utilizzare questa parola: ciavar significa rubare o anche infilarlo in un posto ben preciso… “i me ga ciavà e ciave” vuol dire “mi hanno fottuto la chiave”. Al tempo stesso alcune consonanti subiscono modifiche: fuoco diventa fogo, marito è marido o marìo, famiglia è famegia.

A Treviso può capitare di sentire urlare “àreo” per le strade, ma non perché ci si stupisce ogni volta degli apparecchi che decollano o atterrano all’aeroporto Canova. È una parola polisemica, un jolly che si può adoperare in numerose situazioni. “Areo vecio” è un po’ come hey buddy (ehi amico); ma, usato da solo come esclamazione, possiamo tradurlo con un bel “sèèèè, ma che dici” di fronte a un mona che racconta solo ciacole (chiacchiere).

Ad un veneto che rinuncia ad andare a sciare a Cortina perché la ritiene troppo costosa si può urlare, da una gondola a un’altra, “sei proprio un peocio” perché tiene per sé gli schei (o sghei, i soldi); ma non è raro sentire anche “te si un pantaeon” (con la variante di “pantalon”), che ha origine dalla maschera veneziana e ha il significato di tirchio.

Non è raro che ai boci (o fioi, i bambini) fiacchi e sonnacchiosi si dica “El sol magna e ore. Svejiate, ciò!”. Ed è una madre veneta a dirlo, non una balia ispanico-romana. Il “ciò” è un rafforzativo, un intercalare che, insieme a òstrega e ghe sbocio, ti rendono un veneto DOC, sia di laguna che di montagna. Se adoperati con uno Spritz in mano è anche meglio.

Però “tu te sos fora de oula” (o “fora coe carte”, cioè fuori di testa) se pensi che in Veneto, di pregiato, ci sia solamente il vino. Tra luganega, pesce di lago e di mare, polenta, bigoli e imbriago (un formajo ubriaco, appunto, che viene fatto riposare nelle vinacce) c’è l’imbarazzo della scelta, anche se una veneta mi ha rivelato che quel formaggio “spusa da freschìn” (espressione idiomatica praticamente intraducibile: “puzza di andato a male”, per sommi capi).

Per quanto riguarda le rivalità, i veneti sembrano essere più pacifici e rilassati che nelle altre regioni: al massimo si dà del montanaro al bellunese, nel senso di sempliciotto. Un modo di dire degli abitanti di Venezia che riesca a riassumere, in parte, la situazione regionale è: “veneziani gran signori, padovani gran dotori, visentini magna gati, veronesi tuti mati”.

Ma ora basta così, perché “a laora’ massa, se laora poco” (a lavorare troppo, si lavora poco).
Ottimo escamotage.

 

(Ringrazio Matteo e Tiziana per la consulenza)

Ilaria Borrelli

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