Astensionismo alle elezioni: a molti universitari è negato il diritto di voto


Un questionario di uRadio dimostra che è spesso impossibile tornare nel Comune di residenza


Le elezioni politiche nazionali sono dietro l’angolo e la redazione uRadio ha deciso di condurre un piccolo esperimento: ha diffuso un breve questionario per indagare il rapporto che gli universitari senesi hanno con la politica, con particolare riferimento allo scottante problema dell’astensionismo giovanile. Il questionario è stato diffuso su alcuni gruppi Facebook e tramite il passaparola. I risultati hanno evidenziato un’inquietante tendenza: a molti è negato il diritto di voto.

 

Un piccolo chiarimento medotologico

Si ricorda che la seguente analisi non ha pretese di rigore scientifico né va ricondotta a un orientamento politico o ideologico. Il questionario è composto da 13 domande suddivise in due sezioni: la prima riguarda il tema specifico dell’indagine, la seconda è relativa ai dati personali degli intervistati. Sono stati considerati i risultati pervenuti fino alle ore 16:00 di mercoledì 28/02/18.

 

Una popolazione universitaria variegata

I dati personali più generali hanno tendenzialmente confermato quanto già si sapeva degli universitari a Siena.

Hanno risposto al questionario 128 persone, di cui 85 di sesso femminile e 43 di sesso maschile, la cui età va dai 18 ai 39 anni. Il 21,9% del campione ha 23 anni, il 18,8% ne ha 24, l’11,7% 25, il 10,2% 22, il 9,4% 26. I 20enni e 21enni sono ugualmente presenti a quota 8,6%. Più della metà degli informanti è iscritta a una laurea magistrale, il 35,2% a una laurea triennale, il 10,2% a una a ciclo unico. Master e dottorato hanno una piccola rappresentanza: un votante per ciascuno.

Un altro aspetto rilevante ma tutto sommato scontato è la presenza di una popolazione universitaria proveniente da quasi tutto lo Stivale. Le regioni che hanno fornito il maggior numero di studenti sono Toscana (37), Campania (18), Puglia (12) e Sicilia (11). Le uniche assenti sono Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige. La provincia più presente è Siena con il 14,8%, derivante da 19 persone. Seguono Arezzo con 8 persone (6,3%), Avellino, Bari, Grosseto e Salerno, ognuna con 6 (4,7%). Questi dati giustificano la massiccia prevalenza di studenti fuori sede, ben 103, corrispondenti all’80,5% del totale, rispetto a quelli in sede (15) e ai pendolari (10).

 

I dipartimenti rappresentati

La domanda relativa al campo di studio degli intervistati ha riservato alcune sorprese. Tutti i dipartimenti presenti nell’offerta formativa dei due Atenei sono rappresentati, ma alcuni sono apparsi particolarmente interessati all’argomento.

Il primo posto va a Economia politica e statistica, che totalizza 26 persone (20,3%). Se ci si aggiunge il 19,5% di Studi aziendali e giuridici e il 14,1% di Scienze storiche e dei beni culturali si ottiene abbondantemente metà dei totali partecipanti. Seguono l’Università per Stranieri (che dev’essere considerata come un unico dipartimento) con l’8,7% e 3 dipartimenti fermi al 6,3%: si tratta di Filologia e critica delle letterature antiche e moderne, Scienze mediche, chirurgiche e neuroscienze e a sorpresa Scienze politiche e internazionali. Da quest’ultimo ci si sarebbe aspettati una partecipazione più nutrita.

 

Un diffuso interesse per la politica

In controtendenza con i dati nazionali, il questionario ha mostrato uno scenario abbastanza positivo sul fronte dell’interesse per la politica. Solo 31 dei partecipanti, ovvero il 24,2%, ha affermato di non parlare mai di politica. Si tratta di una percentuale consistente, ma pur sempre minoritaria. I 97 che invece hanno un atteggiamento più attivo discutono principalmente con amici (90), parenti (71) e/o altri studenti o colleghi (62), a dimostrare che la vicinanza affettiva o la comunanza di interessi e stili di vita facilita il confronto.

Leggermente diverse le statistiche relative alle imminenti elezioni. Una larga maggioranza, 93 persone, corrispondenti al 72,7%, si sta informando; 28 (21,9%) non lo ha ancora fatto ma intende rimediare e unicamente 7 persone non sono affatto interessate a saperne di più. La disaffezione per la politica esiste ed è tangibile, ma le sue forme più estreme appaiono contenute.

Ciò che invece risulta piuttosto allineato con l’andamento generale è il modo in cui ci si informa. Con 103 preferenze, Internet si conferma il mezzo privilegiato, grazie a blog, forum e giornali online. A seguire la televisione, che resiste con le sue 64 preferenze, mentre sorprendentemente la crisi della carta stampata appare, almeno a Siena, ridotta, tanto che i giornali e le riviste battono i social 50 a 48. Risulta comunque doveroso sottolineare che più d’un terzo del campione si serve anche dei social, la cui immediatezza spesso non viene associata a correttezza e precisione, anche a causa della diffusione delle fake news. Marginale la radio con solo 6 persone.

 

Il 70,3% dei partecipanti intende votare

Ancora una volta, il questionario mostra dati che smentiscono l’andamento italiano. Infatti risulta che 90 persone, corrispondenti al 70,3%, abbiano intenzione di votare. Le rimanenti 38 costituiscono quasi un terzo del totale, ma si è piuttosto lontani dallo spettro di un assenteismo da record. Si tratta di un dato apparentemente rincuorante, se non fosse per le ragioni soggiacenti all’espressione (o meno) di una preferenza. Per comodità, le abbiamo suddivise in motivazioni intrinseche ed estrinseche.

 

In tanti voteranno, ma saranno pochi gli appassionati

86 informanti rispondono che «il voto è un diritto/dovere»: poiché tale motivazione potrebbe essere considerata sia intrinseca che estrinseca, viene analizzata separatamente. Una persona afferma che «è un dovere morale e segno di rispetto per chi non può esercitare questo diritto»; c’è chi riflette sul fatto che votare «è l’unico modo che il cittadino ha di esprimere la propria opinione» e chi sottolinea che «non abbiamo altra modalità per cambiare le cose».

Affermazioni di questo genere ricordano quanto detto da Rousseau ne Il contratto sociale (III, 15): «il popolo inglese pensa di essere libero; si sbaglia di molto, è libero solamente durante l’elezioni dei membri del Parlamento; una volta che essi sono stati eletti, esso è schiavo, non è nulla». Qualcuno ha invece accennato al proverbiale immobilismo italiano: «penso che l’astensionismo celi il più grande vizio del nostro popolo, l’inerzia». Questo ci ricorda una celebre scena de La meglio gioventù.

 

Le motivazioni estrinseche

A indurre a votare non è solo una sorta di imperativo categorico. 6 persone confessano che il voto è anche un’occasione per tornare nel proprio Comune di residenza, ragione tutto sommato comprensibile a patto che sia subordinata a un’effettiva coscienza politica.

 

Le motivazioni intrinseche

Rimangono comunque alcuni strenui sostenitori della cosa pubblica: 20 dichiarano di credere nella politica e 6 di sostenere un partito. Si tratta di un barlume di speranza che ci può rincuorare, almeno parzialmente.

Fonte: Elaborazione propria.

Perché molti universitari non votano? Perché non possono!

Si passa quindi alla parte più dolente, quella dedicata alle ragioni per cui 38 persone non voteranno. In questo caso, il rapporto di forza tra motivazioni estrinseche ed intrinseche è capovolto, preoccupante sintomo dell’impotenza degli universitari.

 

Le motivazioni estrinseche

Per 29 informanti, «ci sono troppe difficoltà nel tornare nel Comune di residenza per via di tempi e costi», mentre 4 affermano di essere «già impegnati», in un paio di casi all’estero.

Un risultato del genere mostra chiaramente che molti universitari sono a tutti gli effetti privati del loro diritto di voto, in quanto spesso impossibilitati a tornare nel Comune di residenza: spendere decine di euro e passare mezze giornate in viaggio è un lusso che non tutti possono permettersi.

 

Le motivazioni intrinseche

Gli effettivi sfiduciati sono una decina, poco più di un quarto del totale degli astenuti: 5 non votano perché «non credono in nessun partito», 2 perché «non credono nella politica», 2 perché ritengono che «non serva a nulla» e uno perché pensa che «il sistema di democrazia indiretta applicata a grandi territori nazionali non sia affatto efficace».

Insomma, coloro che non vogliono a tutti gli effetti votare non sono pochi, ma rappresentano pur sempre una minoranza.

Fonte: Elaborazione propria.

Quanto costa votare? Troppo!

Il diritto di voto, duramente guadagnato dopo lunghe e sanguinose battaglie di giustizia, è ormai calpestato e ridotto a status di bene acquistabile, in piena opposizione con i valori fondativi dello Stato Italiano espressi nella Costituzione. Che siano 10, 50 o 100 €, con o senza agevolazioni governative, il prezzo da pagare è comunque inaccettabile.

Si tratta di una questione di principio: tutti dovrebbero esercitare il voto in maniera libera, senza pressioni esterne né limitazioni quali comprare biglietti di mezzi di trasporto e spostarsi per centinaia di chilometri.

Finora la politica non ha minimamente preso in considerazioni istanze di cambiamento a tal proposito: ci si può solo augurare che il prossimo Governo ci sorprenda positivamente.


Davide Delle Chiaie & Valentina Di Gennaro

La redazione uRadio

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