Arte e Cucina: quando l’appetito vien imparando


Nozioni d’arte e quattro salti in padella: esami, ansia, caffè e tiramisù!


 

Vincent Van Gogh, Il caffè di notte, (1888); olio su tela, 70×89 cm. New Haven, Art Gallery dell’Università di Yale.

 

Bentornati!
Scrivere un articolo dopo pranzo con una tazzina di caffè in mano non ha prezzo. Il caffè con il suo profumo che ci fa viaggiare lontano con la mente, con il suo sapore che ci fa sentire sempre a casa. O, perlomeno, che non mi fa prendere il sonno sulla tastiera.

Il caffè, inteso invece come bar, è stato verso la fine dell’Ottocento, soprattutto a Parigi, un luogo di ritrovo e di scambio culturale. Artisti, scrittori, poeti, politici si incontravano in questi magici luoghi che trasformavano il nero liquido di una tazzina in idee.
Di opere d’arte raffiguranti i caffè ce ne sono moltissime. Quasi tutte ci fanno vedere la dolce e spensierata movida parigina dell’epoca. Ma con la sessione che aleggia intorno a noi e gli ultimi esami che incombono, sarei in grado di descrivervi in maniera angosciosa anche il più sereno squarcio di vita parigina.

Al contrario “Il caffè di notte” di Van Gogh è l’opera perfetta per mettere per iscritto i mostri che in questo periodo si sono impossessati della mia anima. E trasmettervi tanta tanta ansia.


L’ opera

Cominciamo. L’opera viene realizzata nel periodo in cui Vincent si trasferisce ad Arles per coronare il sogno di creare una comunità di artisti che potessero vivere di sola arte. Il desiderio, se non per poco grazie alla compagnia di Gauguin, non si realizzerà mai del tutto. Il locale raffigurato è il caffè che l’artista era solito frequentare tutte le sere. Dello stesso ne abbiamo, infatti, molte raffigurazioni in varie vedute, alcune realizzate anche da Gauguin.
In questo caso, lo vediamo dall’interno. In una sera poco affollata, una serata strana.

A lato abbiamo i tavolini e le sedie sparse. Una coppia di giovani e un’altra “vissuta”. Vissuta di quelle serate passate a bere un bicchiere e a darsi al gioco.
Sul fondo un mini bar, sopra tre lampadari quasi ipnotici. Van Gogh voleva rendere l’effetto della luminosità che si spande. E c’è riuscito, ma ha anche reso ancora più inquietante l’aria del dipinto. Quest’angoscia che ha il suo fulcro nel tavolo da biliardo, con un’ombra troppo grande rispetto alle sue dimensioni, e nell’uomo in piedi. Il primo, il tavolo, ci risolve il motivo della nostra sensazione di scivolamento. Guardando l’ombra percepiamo l’errore voluto e ci sentiamo venire addosso tutti i tavolini, le sedie, le persone e il biliardo stesso. Tranne l’uomo in piedi che resta lì immobile e distaccato da noi. Con la sua giacca bianca e i capelli verdognoli che lo mettono in contrasto con la parete rossa e lo risaltano nella sua inquietudine. È proprio l’alternanza rosso verde che ritroviamo in tutto il dipinto a dare la percezione stridente dei colori utilizzati.

Tutto sembra un incubo. Trasmette angoscia, ansia e inquietudine. Ricorda così tanto la sessione.

Maaaa tiriamoci su il morale!


Le origini

Torniamo al caffè da bere. Questo nettare degli dei, ha un’origine antichissima. Esistono molte leggende sulla sua origine. La più conosciuta dice che un pastore chiamato Kaldi portava a pascolare le capre in Etiopia. Un giorno queste incontrando una pianta di caffè cominciarono a mangiare le bacche e a masticare le foglie. Arrivata la notte le capre anziché dormire si misero a vagabondare con energia e vivacità mai espressa fino ad allora. Vedendo questo il pastore ne individuò la ragione e abbrustolì i semi della pianta come quelli mangiati dal suo gregge, poi li macinò e ne fece un’infusione, ottenendo il caffè.


La ricetta

Gli impieghi, poi, sono moltissimi. Il più classico è nel tiramisù. Vediamo come realizzarlo.

Tiramisù classico

Ingredienti:

  • 1 pacco di savoiardi;
  • 4 uova;
  • 500 g di mascarpone;
  • 100 g di zucchero;
  • 1 tazza di caffè;
  • 1 bustina di cacao amaro;
  • Stecca di cioccolato fondente (a scelta, solo se lo preferite con le scaglie).

La realizzazione

Iniziamo dividendo gli albumi dai tuorli, ponendo i primi in una ciotola diversa dagli altri. Siate delicati nel rompere le uova e nel trasferite pian piano il rosso da un mezzo guscio all’altro mezzo, facendo colare nella ciotola solo il bianco. È importante che l’albume non venga “sporcato” dal rosso.

Prendiamo gli albumi, aggiungiamo un pizzichino di sale e iniziamo a montarli. Meglio se lo facciamo con le fruste elettriche.

Una volta ottenuta una nuvola di neve, passiamo ai tuorli. Aggiungiamo nella stessa ciotola dei tuorli i 100 g di zucchero e iniziamo a sbattere tutto con la frusta.

Una volta fatto aggiungiamo i 500 g di mascarpone e mescoliamo cercando di non fare grumi.

Sul tutto versiamo gli albumi montati e, spostando gli ingredienti da sotto a sopra, mescoliamo fino a ottenere la crema. È questo il momento di aggiungere il cioccolato già tagliato a scaglie, se preferite questa versione del tiramisù.

Prendiamo la teglia e spalmiamo un po’ di crema sul fondo. Iniziamo a intingere i savoiardi nel caffè e con essi riempiamo tutto il fondo senza lasciare buchi.

Sopra ai savoiardi versiamo altra crema e ripetiamo le operazioni, fino a creare dai due ai tre strati a seconda delle dimensioni della teglia.

Quando abbiamo finito gli ingredienti, spolveriamo la teglia con del cacao amaro. La poniamo nel frigo e la lasciamo riposare per almeno 3 ore.

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Mi raccomando, non finite l’intero tiramisù in un solo colpo. Alla vostra!


Chiara Bellemo.

 

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