“Anche il mare è di tutti, così la vita.” Una recensione a Io sto con la sposa

Nell’ottobre del 2013 un gruppo di giornalisti ha prodotto un enorme archivio digitale con lo scopo di raccogliere tutti i dati relativi alle rotte compiute dai migranti nel loro viaggio verso i paesi europei: si chiama, senza troppa fantasia, Migrants Files. L’ambizioso progetto, fulcro dell’omonima inchiesta sul fenomeno dell’immigrazione dal 2000 al 2013, designa come une delle tratte più pericolose quella che coinvolge le acque del Mediterraneo tra l’Africa e il Sud Italia, quella di cui sentiamo più spesso parlare e sempre in termini drammatici. Le stime sono da capogiro: in meno di quindici anni oltre 23 mila le persone morte nel tentativo di raggiungere l’Europa, 8.000 soltanto nel canale di Sicilia: con una media di più di 1.600 morti all’anno, il bilancio complessivo è quello di una vera e propria guerra. Proprio nelle acque del Canale di Sicilia, poco più di un anno fa (era il 3 ottobre 2013) si è consumata la “tragedia di Lampedusa”, il naufragio di un’imbarcazione libica che trasportava migranti e che ha provocato 366 morti accertati e circa 20 dispersi presunti; in seguito all’affondamento il governo italiano aveva autorizzato l’operazione Mare Nostrum, volta a rafforzare il pattugliamento lungo il Canale e prestare soccorso alle imbarcazioni in difficoltà. Missione necessaria e nobile, seppur di breve durata: dal 31 ottobre 2014 Mare Nostrum è stata sostituta (anche se di sostituzione tecnicamente non si tratta dal momento che le due missioni nascono con finalità diverse) dall’operazione internazionale Trion, varata dall’agenzia europea Frontex, una missione di gran lunga meno ambiziosa della precedente e volta unicamente al controllo delle frontiere. Nessun fine umanitario insomma.

Eppure dietro le banche dati, le notizie di cronaca, gli accordi internazionali e le proposte di legge ci sono, e non è vuota retorica ricordarlo, le persone. Soltanto le persone. Ed è di esistenze, e non di dati da incasellare, che tratta il film-documentario Io sto con la sposa, realizzato dal giornalista Gabriele Del Grande (che si occupa del tema dell’immigrazione già da qualche tempo), dal regista Antonio Augugliaro e dal poeta Khaled Soliman Al Nassiry. Il film, candidato alla 71esima mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, è il resoconto di un viaggio “sperimentale”: per poter permettere a cinque profughi siriani e palestinesi di arrivare in Svezia dall’Italia, senza tuttavia ricorrere all’aiuto dei trafficanti per valicare le frontiere a loro precluse, Del Grande e Soliman Al Nassiry insieme ad una ventina fra amici e volontari, organizzano un corteo nuziale che, senza destare sospetti, li condurrà da Milano a Malmö, in Svezia, uno dei paesi più ambiti dai richiedenti asilo. Sfidando dunque gli Accordi di Shenghen (che prevedono la libera circolazione dei cittadini degli stati firmatari e comunitari) e il Regolamento di Dublino (che stabilisce che è il primo paese di arrivo a dover farsi carico del richiedente asilo), Abdallah, i coniugi Mona e Ahmed, il giovane Manar e suo padre Alaa, passando attraverso Francia, Lussemburgo, Germania e Danimarca riescono, alla fine, ad arrivare in Svezia (benché Manar e Alaa, ai quali erano state prese le impronte digitali a Lampedusa, siano stati poi costretti a rientrare in Italia).

Io sto con la sposa è un film di solidarietà e impegno civile, di attivismo e resistenza. Ed è, soprattutto, un film di azione politica e di testimonianza coraggiosa: il coraggio generoso dei volontari che si sono messi in gioco in prima persona (rischiando la detenzione per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina), l’estremo coraggio dei cinque profughi nel lasciare tutto dietro di sé e affidare le propria vita alle insidie del mare con la speranza di tornare. Questo il leitmotiv di tutto il film: la fuga dal proprio paese martoriato dalla guerra come occasione di riscatto, ma anche presupposto necessario per il ritorno in patria da uomini liberi. Alaa stava quasi per annegare per raggiungere il barcone che lo avrebbe portato in Italia: era con Manaar, il primo di altri figli rimasti in Palestina, l’unico abbastanza grande da poter viaggiare affrontando i pericoli del mare; Tasneem Fared (la “sposa”, che in realtà è un’attivista siriana con passaporto tedesco) ha perso il suo migliore amico durante i bombardamenti al campo profughi di Aleppo, ma nonostante questo vorrebbe tornarci, in Siria, per dare una mano a chi muore ogni giorno anche per lei; Abdallah ricorda commosso gli amici che ha visto morire in mare, i loro figli,nella disperazione in quelle barche. E’ uno dei momenti più toccanti del film: siamo all’inizio del viaggio quando, nei pressi di Ventimiglia, il corteo nuziale decide di attraversare a piedi la frontiera fra Italia e Francia; poco prima del confine, in un casolare abbandonato, Abdallah e Tasneem scrivono con un gessetto sul muro i nomi dei loro cari inghiottiti dal mare, raccontano le loro storie, sacralizzando  quel gesto che è insieme di disobbedienza civile e di rivendicazione di libertà: la sfida alle frontiere (politiche, geografiche, culturali) di cui i corpi dei migranti sono i simulacri materiali, è anche e soprattutto in nome di chi è rimasto indietro, di chi non ce l’ha fatta.

“C’è un sole unico per tutta l’umanità, una sola luna. Anche il mare è di tutti, così la vita. È di tutti e per tutti”. 

L’immigrazione non è un fenomeno, è una realtà tragica e tangibile, fatta di persone; questa realtà è regolata da leggi ingiuste e discriminati: sommo atto di coraggio e responsabilità civile è volerla sovvertire. Perché è una cosa che ci riguarda. Tutti.

 Chiara Licata

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